“D’amore e d’acqua” di Maria Gisella Catuogno Edizione Il Foglio Letterario


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Nel  1926 Georges e Tigy Simenon, ancora  poco conosciuti e con magre risorse economiche, lasciano per qualche settimana Parigi, dove erano approdati qualche anno prima dal Belgio senza un soldo in tasca, ma con sogni letterari e artistici in testa, per un periodo di riposo a Porquerolles, isola a forma di falce di luna sulla Costa Azzurra. Cominceranno così a scoprire la magia dell’acqua – capace di curare fatiche fisiche e stress psicologici – che negli anni successivi li porterà a percorrere la Francia in lungo e in largo attraverso i suoi fiumi e canali, a bordo della mitica Ginette e, successivamente, a tentare imprese più ardue con   l’Ostrogoth, in grado di farli giungere fino in Olanda e nel Mare del Nord, dove poi, a bordo di un cargo, continueranno la navigazione verso Capo Nord e il Circolo Polare Artico. Continua a leggere

Andare per salti di Annamaria Ferramosca

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Andare per salti presuppone la volontà e la necessità di staccarsi dal suolo, seppure per un breve tratto. Implica un volo, uno spazio ed un tempo in cui si perde il contatto con il terreno. Annamaria Ferramosca ha percepito nei versi di questo volume un moto interno, una dinamica del sentire, ma, coerentemente con quanto ha scritto nei suoi libri precedenti e soprattutto in piena concordanza con il suo modo di percepire e di vedere, ha corretto il tiro, lo ha ampliato e modulato. Andare per salti è composto da tre sezioni: la prima, eponima, ricalca il titolo del libro, la seconda prosegue con “Per tumulti” e l’ultima va ”Per spazi inaccessibili”. Si ha l’impressione di una progressiva volontà di recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta, pietrosa ma imprescindibile. Il tumulto richiama l’effetto di un sommovimento tellurico. Un terremoto, sia del suolo che del cuore. Gli spazi inaccessibili sono quelli intricati di una giungla, una boscaglia, non certo quelli sgombri ed eterei del cielo. La Ferramosca, anche in questo libro, percorre con coerenza i cerchi e le curve del percorso letterario ed esistenziale che le è proprio. Cammina in punta di piedi ma con forza e tenacia sul filo esile e vitale sospeso tra il corporeo e l’incorporeo, il carnale e l’etereo, tra la paura e la necessità di sporcarsi le mani con la sabbia e con il fango, con il sudore e con il sangue, con la feroce attrazione dell’imperfezione.
In quest’ottica, partendo da questa prospettiva, anche il linguaggio va adattato, ristrutturato e rimodellato, reso strumento duttile e duplice, atto a tracciare sottili linee azzurre nell’etere ma anche all’occorrenza lettere rosse, dense di sangue, piene della goffa e umanissima sostanza del dolore. “Questa sera ruota la vena/ dell’universo e io esco, come vedi,/ dalla mia pietra per parlarti ancora/ della vita, di me e di te, della tua vita/ che osservo dai grandi notturni”. Sono questi i versi, tratti da Incontri e agguati di Milo De Angelis, scelti dall’autrice, con una cura e un’attenzione che non è difficile immaginare, come epigrafe, come stanza d’ingresso per questo suo libro. Esco dalla mia pietra, recita uno dei versi. Da una pietra si esce come, in quale modo, con quale forza e quale strumento? Annamaria Ferramosca in questo libro sembra dirci che dalla pietra si può uscire vivi, senza essere diventati pietra noi stessi, almeno non del tutto. Si esce, forse, se si è capaci di comprendere che non c’è una sola vita da raccontare. C’è anche la vita altrui da dire, da rendere verso, parola. Dalla pietra di una tomba che è già realtà all’atto del nascere ci si salva parlando agli altri della propria vita e della loro, simultaneamente, cercando di andare oltre il confine, superandolo con il tumulto di un cuore che si spezza e rischia di spegnersi da un attimo all’altro ma che, nonostante questo, non smette di camminare e sorridere, a dispetto di tutto, esplorando e rendendo propri gli spazi inaccessibili del significato, di un significato possibile, giusto o sbagliato ma umano, il luogo dove il senso diventa sentimento. “Schizzo via dalla giunglamercato/ obliquando rallento prendo fiato/ rispondo alla domanda muta/ del venditore ambulante/ – è da un po’ che mi fissa perplesso -/ sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzione/ come un bambino fare splash nelle pozzanghere/ se vuoi se hai tempo appena/ il tiglio smette di gocciolare/ ti racconto una stupida vita/ come stupisce come istupidisce”. In questi versi della lirica d’esordio del libro l’autrice, con i mezzi, gli utensili a lei più cari, tesse un filo che unisce passato e presente, la sua produzione precedente e questo suo libro attuale, lo specchio del momento. Un collage tra parole che vengono agglutinate, come in “giunglamercato”, conservando ciascuna un proprio senso che tuttavia diventa nuovo nell’attimo dell’accostarsi, nel gusto mai spento della voluttà del dire. Stesso discorso per i vocaboli creati ex novo, come con i pezzi di un Lego colorato e dalle infinite possibilità, come nel caso di “obliquando”. Ma il gioco della Ferramosca è sempre serissimo, nella forma e nella sostanza. Viene fatto di immaginare un taglio dolce ma severo perfino nel sorriso che le si apre sulla bocca quando fa “splash nelle pozzanghere”. È una delle caratteristiche che rendono riconoscibile la poetica dell’autrice: la serietà nel gioco e la giocosità nella serietà. La commedia della vita che racconta con i suoi versi alterna, potremmo dire “obliqua”, attimi di levità in cui tuttavia non smette di percepire che il mondo è storto, sbilenco, fuori asse, e istanti di ragionamento che non vuole mai rendere del tutto agri. L’ironia, in questo libro, ha sempre un fondo di amarezza per la deriva umana, osservata, percepita, descritta.
Questo libro è, in parte, una sorta di canto notturno della Ferramosca, scritto con la percezione di una ferita, con la minaccia di un buio incombente. Ma l’autrice anche qui, perfino nella penombra del corpo e dei pensieri, riesce a non dimenticare le voci altrui, e la sua “bambina delle meraviglie” che dorme, serena. Comprende, e ci fa comprendere, che la bambina è altra da sé, vive una vita propria, indipendente da lei. Ha il suo luminoso tempo dell’infanzia, Nicole, e avrà un futuro anche quando non potrà e non potremo più guardarla, proteggerla con lo sguardo e con i pensieri. La bambina è altra da sé ma è anche lei, Annamaria Ferramosca, in grado di conservare uno spiraglio di stupore, e la forza di un salto, illogico e salvifico, perfino al di sopra del “terribile che infuria”, del “solito sgomento” che rende illusoria la speranza.
Il trucco è semplice, tutto sommato: dimenticare, volutamente, ricordarsi di scordare lo “zaino zavorra”. Sapendo che dentro quello zaino c’è tutto ciò che conta e che in realtà quello che c’è conta poco o niente. Non contano le “de-finizioni”, ciò che pone termine alle potenzialità infinite dell’essere e dell’esprimere. Non conta ciò che minaccia e chiama a sé, nel mistero dell’oltre. Non contano perché la bambina è ancora splendidamente “irrubata” dal mondo, è un luogo del tempo in cui il tempo stesso non può arrivare, non può irrompere e non può infrangere. Questo è il fuoco del libro, l’essenza, il succo spremuto da giorni di ascolto e visione, di paura e di attesa. Ed ha un sapore lieve al palato, nonostante la speranza che si fa sempre più esile, che parla come una Sibilla chiusa in un’ampolla. “Nessuno è reale piove sempre/ nella pioggia sbavano i segni/ ma le pagine accidenti quelle sono/ insperate di bellezza/ disperante bellezza irraggiungibile”, scrive. In questo gioco oscillante di ossimori, quasi danza su un filo sospeso, c’è il richiamo mai spento, determinante, imprescindibile: quello di Nicole, la bambina, alunna e maestra, la sua luminosa infanzia, intatta e intangibile, e ci siamo che, pensandola, amandola, salviamo lei in noi e noi in lei.
Da qui, da questa fragile solidità acquisita con un moto d’affetto assoluto, può finire il salto e iniziare il tumulto. La seconda sezione del libro si apre con una danza, un movimento del corpo che si disegna nell’aria con il suo legame attraverso i passi, con la terra: “Tu non lo sai ma questa tua danzaturbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate”. Il turbine sconvolge, scompagina, descrive e genera forme nuove: il coraggio di affidare al corpo la libertà di creare ancora, nonostante tutto, ancora una volta. Il paradosso è sempre fertile, per sua natura, per la capacità di mettere a contatto materie diverse, entità e respiri. Ne deriva un amplesso, corporeo e astratto, etereo e sanguigno, in grado di rendere le parole ‘nturcinate’, intrecciate, avviluppate fino a smarrire il discrimine, l’io e il tu, il presente e un tempo indefinito, la coscienza e il sogno. Da qui, la scena d’amore, nasce, erompe, come “le onde-salento che lampeggiano” e “il soffio greco del timo sullo scoglio”, con la consapevolezza di avere già i piedi nella corrente. La solidità si è fatta fluida, scorre, e ad ogni istante muta. Non è tuttavia morte per acqua alla Eliot. Semmai qui, nell’ebbrezza del tumulto, è vita per acqua, eros esistenziale, dialogo intimo di braccia, occhi, dita, parole.
Fortificati, consci e smarriti quanto basta, possiamo intraprendere l’esplorazione dei luoghi inaccessibili, ultima tappa del viaggio. Ma il tragitto è sempre circolare, ci si muove sempre in circoli, cerchi, Circles, circonferenze e sfere: la tappa finale è anche la prima. Ci si rivolge ad un destinatario ben identificato e al contempo indefinito. Si parla, in questa sezione, ma in fondo in ciascuna pagina di questo libro, della fine personificata che incombe: “Procedi per allusioni/ per sotterfugi sottili ti sottrai/ e intanto lievita/ questa bella estate di frutti e led/ ora so di aver vissuto solo per stanarti/ un’intera vita a decrittare invano/ i cartelli che pianti sulle svolte/ le scritte pallide le frasi/ lasciate qua e là smozzicate/ (per discrezione o forse/ per una più veloce eutanasia) ma/ sai bene quanto intollerabile sia/ conoscere i dettagli del viaggio”.
Un consuntivo, una sorta di giornale di viaggio, un diario di bordo scritto per se stessa e per chi lo leggerà, dopo, in un tempo ancora da venire e definire. Lo è nello specifico la sezione conclusiva del libro ma anche l’intero libro, nella sua sfaccettata unitarietà. Annamaria Ferramosca in questo suo Andare per salti ha scritto un sobrio, addolorato e gioioso inno alla vita, insieme ad un ascolto dell’effimero che siamo. La forza di questo libro è nella capacità di scrivere di sé senza egotismo, senza pretendere di essere il Nord magnetico e la stella polare. L’autrice parla di sé rispondendo al silenzio di un venditore ambulante con il racconto della sua vita. Parla di sé smarrendosi in una danza o nell’ebbrezza di frasi fulminee scambiate sullo schermo di un computer. Parla di sé osservando la bellezza di una fanciulla che prosegue da sola il suo cammino portando però con sé frasi, discorsi, pensieri e sogni che ha raccolto da lei in modo spontaneo, immediato, naturale come il ciclo delle stagioni.
Al lettore, alla fine, viene spontaneo dire che l’attività del decrittare cartelli sulle svolte e frasi smozzicate non è stata inutile. Non è stato invano, il salto, il tumulto, la ricerca costante, ininterrotta. Il fascino, del libro, e della poesia in termini più ampi, è quello di sapere cantare il viaggio, le luci e le ombre, le danze e gli inciampi, senza conoscerne i dettagli. Dando voce e canto al mistero che ci finisce e ci dà vita. Se troviamo, chissà dove, chissà come, la forza di non smettere di saltare con la forza visionaria e danzare con la forza umana, vitale. Anche nel buio.

Ivano Mugnaini

Andare per salti
Annamaria Ferramosca, Andare per Salti – Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo (An), 2017
Introduzione di Caterina Davinio.
2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una Raccolta inedita di versi.
Pagg. 80, € uro 13,00 – ISBN 978-88-99429-16-4

Dalla SEZIONE PER SALTI

esterno con pioggia interno con acquario

E L’ora delle dimostrare Distratte di attraversamento
senza ATTENZIONE un strisce pedonali
a zig-zag sul bagnato senza ombrello
senza Documenti né borsa né Portafoglio

schizzo Via Dalla giunglamercato
obliquando rallento prendo fiato
rispondo alla Domanda muta
del venditore ambulante
– E da un po’ che mi fissa perplesso –
sai la multa mi tiene d’occhio e voglio
Andare senza Direzione
Come un biglietto bambino spruzzata Nelle pozzanghere
SE VUOI se hai Appena il tempo
Il Tiglio smette di gocciolare
Ti racconto Una stupida vita
Venire stupisce Venire istupidisce

sai non si vece non si vece nessuno
nessuno e Reale piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine accidenti Quelle Sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile
poi i lampi i lampi
dall’oltre indecifrabili martellano le tempie

e l’Umano l’Umano nausea fa barcollare
ma non mi arrendo
calpesto Limiti Recinti Codici
e non mi perdono ché anch’io Sono Umana

Così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice Che Almeno
un po’faccia Coesione
un rimpicciolirmi Venire
Di Seme Tra I semi

***

Ora Che mostro viso e braccia aperte

s’accendono i Corpi Le Voci
Più libero Il Pianto Più intenso le carezze
APRO armadi nel petto e
vado per salti
dimentico zaino zavorra
virgole Punti de-finizioni
Tanto So Che l’altrove
mi tiene d’occhio e

dorme la mia bambina delle meraviglie
Ancora irrubata dal mondo
intatta nel Suo pianeta
cosa devo farci io con this spudorato Pianeta
cosa devo farci con il terribile Che infuria
con le solite frasi il solito sgomento
con Quella spes ultima illusione
cosa devo farci pura con la poesia

Tanto So Che la nave
sta trascinando al largo
nel muto acquario dove ci ritroviamo
Venire all’origine nudi
finalmente Originali miseramente
splendidi nel nulla
***
raccontarti

della distesa muta Che circonda
nessuna Vibrazione
trascorsi millenni dal diluvio
solista rovine
senza Nessun Messaggi di posta elettronica

Una chiedermi Perché sola e risparmiata
conservata per Quale Nuovo Mondo
Quale senso

poi dirti della vestizione
per Il Viaggio Che smuove le Pianure
Oltre ogni confinare
e il fiume largo Il Fiume

e del risveglio e del segno Ancora
mi Che Scrive m’inarca
Ancora linfa Una corrermi Nei fianchi
richiami Che Tornano a squillare
Quaderno Una registrare
***

Una Nicole del Mattino

bello Vederti bere L’aria
MENTRE salti sul mondo
s’accendono le arance
ti svegliano ti svelano
Una Terra d’incanti di festa
senza ombre né memoria

ammutolisco Sulle frasi che lanci
verso la mia disfatta geometria
mi indichi il segno del silenzio
io Tua piccola alunna tu maestra
mi metti Seduta spossessata di storia
Sotto l’Arco del Tuo tempo abbagliante

vedo con Le Pupille lunari dei Gatti
torcersi I Meridiani unirsi i Continenti
sotto i tuoi passi di conchiglia
brillano nel Tuo mare
Isole che non raggiungo

***

Dalla sezione PER tumulti
Dal Monte al Mare Concordi le Soluzioni della Natura sull’amore

Lungo i fianchi del monte Il silenzio
scuote Appena la notte
in alto prendono Consistenza
i fili invisibili che tengono fisse Le Stelle

this concavità di Valico ristora
il mio respiro in corsa
L’Erba mi attraversa smagliante
mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo
Potente di Valanga
ti raggiungo

Il Tetto della tua casa ha canali d’aria
vi Passano suoni del tempo trascorso nelle stanze
ma Appena Entro il rimpianto ammutolisce
sa che posso scaldarti Già guardandoti

ti PERFORMO La Scena d’amore
Le Onde-salento Che lampeggiano
Il Soffio greco del timo sullo scoglio
la carezza del Tufo ecco
ABBIAMO Già i Piedi nella corrente
***

bla bla bla E urgente

capovolgere I Suoni
alba alba alba capite?
se si sovvertono se le stanze
si mettono in subbuglio
Dietro la porta PUÒ affacciarsi
la sempre sfuggente poesia

PUÒ rinascere
incurante del rumore Intorno del Brusio
Crescere con la SUA fama adolescenziale
di Cose vere SIA pura materia rarefatta
di parole vive Dai Corpi
Lungo Tutti i Meridiani puro
da territori Dubbi Venire Atlantide
o Aldebaran o l’isola di Ogigia
insomma – accidenti – da Spazi
inaccessibili

provare da solista deliri di sfioramento
farsene Una ragione

Dalla sezione PER SPAZI inaccessibili
posto di pietra

Cerca – per Esempio – Il Profilo di un vecchio
Seduto sulla pietra al sole Siediti Accanto
INIZIA con un’inezia parlagli di vigne o di mare
Accogli la SUA lingua spezzata Che Trasforma
La Piazza nel fantastico teatro
di strampalati racconti
fanne ricordi Fermi per l’inverno
vento caldo di favole: ai Tuoi figli

Ritorna a fargli visita
OGNI Volta Prima di partire
il Suo posto di Pietra Così simile
al Tuo vecchio banco a scuola
erano Flights di parole-rondini
un lasciarti sigilli sulla fronte
nel becco rami Che rifondano paesi
dove i profili Tutti si somigliano

un Mezzogiorno passarvi Il pane
e Insieme Tornare a casa
Venire stringendo al petto il mondo
prima della tempesta Prossima

***

Elogio del futuro senza tabù
colomba cade l’ultima luce
là sulla terra della riservatezza
Colomba non oso accostarmi
Avanza il Suo Profilo drammatico

ha occhi penetranti matematici
MENTRE continua la caccia SUA
lucida Già decisa
senza ombra di premeditazione

mi lancia nel tempo
i Suoi eureka ritmati
Venire nota di fisarmonica
QUANDO improvvise scoppiano
Durante i Matrimoni
Donna Che hai accolto nutrito conservato
Il Seme la bella carne e ti sei liberata
ecco sei Stata
ora ti sospingo stralunata
in this Tua chiara stanza del sonno

uomo da sempre dominus Fiero
nel perentorio avido pensiero
pugnale innestato un ORDINARE
Vincere eliminare
Ecco a te il buio Che illumina
OGNI Vittoria presunzione Errore
ai vivi resta in mano
incorrotto RAMO un
Aspirazioni e sogni da sfogliare

Restano tracce di linguaggi
di manufatti di Macchinari
con la Loro usurata Grammatica
à dire la speranza e puro l’irreparabile

(Una nomi Volte il destino Già occhieggia nda)

Annamaria Ferramosca

nata a Tricase (Lecce), vive a Roma. Fa parte della redazione del poesia2punto0 portale, Dove e ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Ha all’attivo collaborazioni E Contributi creativi e Critici con varie riviste e siti di Settore. Vincitrice del Premio Guido Gozzano e del Premio Astrolabio e recentemente del Premio Arcipelago Itaca, e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano. Ha Pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca 2017, trittici – Poesie Il segno e la Parola, DotcomPress 2016, Ciclica, La Vita Felice 2014, Altri Segni, Altri Circles– Selected 1990-200 8, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti , Chelsea Editions, NY 2009, Curve di Livello a le, Marsilio 2006, Pasodoble, Empiria 2006, la Poesia Anima Mundi, Puntoacapo 2011, Porte / Doors, Edizioni del Leone 2002 Il Versante Vero, Fermenti 1999. Ha curato la versione italiana del poetica libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, Edizioni CFR 2015 e’ voce ampiamente antologizzata e inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze. Testi Suoi sono stati Tradotti, Oltre Che in inglese, in francese, Tedesco, Greco, albanese, russo, rumeno. Suo sito Personale: http://www.annamariaferramosca.it

Ivano Mugnaini

E autore di narrativa, poesia e saggistica. Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Pisa, collabora con varie riviste di Tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “L’ Immaginazione” e Altre. E consulente, redattore di posta traduttore per ALCUNI editori.
Nel Suo sito, http://www.ivanomugnaini.it ospita, Pacchetti e brevi saggi Dedicati a poeti e scrittori classici e contemporanei. Ha curato, dal 2000 al 2012, la rubrica “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS. Cura i “Quaderni Dedalus”, Annuari di narrativa contemporanea. Fa parte della giuria di ALCUNI Premi letterari.
Ha Pubblicato I Racconti La Casa Gialla e L’algebra della vita, i romanzi Il miele dei Servi e Limbo minore ei libri di poesie Controtempo, inadeguato all’eterno e Il tempo Salvato.
Il Suo racconto Desaparecidos e Stato Pubblicato da Marsilio e il Suo romanzo breve un’alba da Marcos y Marcos. Di Recente Uscita Il Romanzo Lo specchio di Leonardo. Nei mesi Prossimi pubblicherà La Raccolta di poesie La Creta indocile e il libro di racconti Giochi d’ombra.
Cura il blog letterario “DEDALUS”, https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com e il sito http://www.ivanomugnaini.it.

La Palabra en el Mundo – 11° edizione

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Manca davvero poco per l’avvio dell’11° edizione de La Palabra en el Mundo.

“Il Festival internazionale di poesia Palabra en el mundo di Venezia è ormai un appuntamento annuale che chiama poeti da tutto il mondo a unirsi intorno alla parola poetica per sollevare coscienze e rendere costruttiva la solidarietà e la pace.

Palabra en el mundo, legata al Festival Internazionale di Poesia organizzato all’Avana, nasce per iniziativa del Proyecto Cultural Surinternacional, della Rivista Isla Negra e del Festival Internacional de poesia de la Habana e si svolge in contemporanea, nel mese di maggio, in più di 900 località nel mondo.

A Venezia è ogni anno messo in azione dalla generosa partecipazione di poeti e poetesse nonché amiche e amici della poesia che credono nella responsabilità della parola. Il festival veneziano con il tempo è diventato uno spazio di solidarietà più ampio e aperto. La poesia che si ascolta sta qui a parlare di noi tutti; a parlare come un tempo facevano i folli ai più folli regnanti, a dire che la pace è parola da scambiare come segno reale di pace e non con missili e bombe, non con negazioni e imprigionamenti, non con disoccupazione e disuguaglianze civili e sociali.

Le voci di questa undicesima edizione veneziana appartengono ad esperienze generazionali e geografiche differenti di donne e uomini, e intendono ricordarci che non siamo da soli a camminare su questa terra desolata e che la visione di uno è la visione di tanti, e il dolore di uno è il dolore di tanti, e il diritto di uno deve essere il diritto per tutti. La poesia si incontra in questo territorio di acqua e terra, con una convinzione forte che solo la Pace allontana la Guerra mentre solo la Guerra allontana la Pace del nostro sempre più fragile pianeta.La responsabilità è una parola di pace, la palabra interrompe il muro del silenzio raccogliendo l’appello del poeta albanese Ismail Kadarè, che così ci esorta: ‘Venite e appendete le armi ai chiodi delle rime’.

Anna Lombardo
(Director, International Poetry Festival Palabra en el mundo)

riferimenti in rete

http://www.lapalabraenelmundovenezia.it/2017/

 

Sono nata una seconda volta. Paolo Statuti traduce Anna Swir per le edizioni Joker.

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Una preziosa anteprima su Viadellebelledonne dell’ultimo lavoro di traduzione poetica di Paolo Statuti dedicato all’opera della poetessa polacca Anna Świrszczyńska (Anna Swir), in uscita per Joker edizioni dal titolo “Sono nata una seconda volta“.
Statuti ci ricorda la vita di Anna Świrszczyńska, che nacque a Varsavia nel 1909 e morì a Cracovia nel 1984. Poetessa, prosatrice, autrice di drammi e di libri per la gioventù. Debuttò con la poesia “Mezzogiorno”, per la quale fu premiata al Torneo di Giovani Poeti nel 1934. Durante l’occupazione nazista svolse attività clandestina nell’ambiente letterario della capitale, prese parte all’insurrezione di Varsavia (1 agosto-2 ottobre 1944), e lavorò come operaia, cameriera e inserviente d’ospedale.

Quando era già sessantenne cambiò radicalmente il suo linguaggio poetico e segnò una svolta innovatrice nella poesia polacca. Le sue raccolte “Sono una vera donna” del 1972 e “Ho alzato la barricata” del 1974 furono accolte come un fulmine a ciel sereno. Ora nella sua poesia la donna partorisce non solo bambini, ma anche il mondo. Essa assume volti diversi: madre, figlia, amante, donna bramosa, tenera, disperata, piangente per i morti, assistente dei feriti, stravagante o molto pratica. La poetessa raggiunge una grande intensità di sentimenti. Nei suoi versi chiari e semplici non si perita di parlare di sesso senza eufemismi, senza finzioni o falso pudore. Czesław Miłosz la considera una vera innovatrice e una delle maggiori figure nella storia di tutta la letteratura polacca.

Si autodefiniva una femminista. Le sue protagoniste sono donne coraggiose che non ammettono compromessi: contadine, operaie, casalinghe, madri stanche, donne tormentate dalla vita e dai mariti, donne che restano in eterno conflitto con l’uomo, che la poetessa giudica severamente, spesso con disprezzo e a volte anche con umorismo. Le sue poesie, soprattutto quelle del ciclo “Sono una vera donna”, costringono a riflettere seriamente sulla femminilità e sui problemi della donna nel mondo contemporaneo.

da “Sono nata una seconda volta
poesie di Anna Świrszczyńska
per gentile regalo di Paolo Statuti

Alzando la barricata

Avevamo paura alzando sotto il fuoco
la barricata.

Il bettoliere, l’amante dell’orefice, il barbiere,
tutti paurosi.
Cadde a terra una servetta
sollevando un masso dal selciato, avevamo molta paura,
tutti paurosi –
il portinaio, la donna della bancarella, il pensionato.

Cadde a terra il farmacista
trascinando la porta della latrina,
avevamo ancora più paura, la contrabbandiera,
la sarta, il tranviere,
tutti paurosi.

Cadde un ragazzo del riformatorio
trascinando un sacco di sabbia,
sì, avevamo paura
davvero.

Benché nessuno ci costringesse
alzammo la barricata
sotto il fuoco.

La donna conversa con la sua coscia

Solo grazie alla tua bellezza
posso partecipare
ai riti dell’amore.

Le mistiche estasi,
i tradimenti voluttuosi
come scarlatto rossetto,
il perverso rococò
dei grovigli psicologici,
la dolce nostalgia del corpo
che mozza il respiro nei petti,
i crateri dello sconforto
che precipita fino in fondo al mondo –
li devo a te.

Con che tenerezza dovrei ogni giorno
sferzarti con la sferza dell’acqua gelata,
giacché proprio tu mi concedi di conquistare
la bellezza e la sapienza,
che niente può sostituire.

Si schiudono dinanzi a me
nell’attimo dell’amore
le anime degli amanti e le ho in mio potere.

Guardo come lo scultore
la sua opera,
i loro volti serrati dalle palpebre,
straziati dall’estasi,
densi
di felicità.
Leggo come un angelo
i pensieri nei crani,
sento nel palmo
il cuore umano che batte,
ascolto le parole
che l’uomo all’uomo sussurra
nel più sincero istante della vita.
Entro nelle loro anime,
percorro
la strada dell’incanto o dello sgomento
verso contrade inaudite
come fondi di oceani.
Poi, carica di tesori,
torno a lungo
in me stessa.

Oh, quante ricchezze,
quante costose verità,
che ingigantiscono in un’eco metafisica,
quante iniziazioni
delicate e sconvolgenti
devo a te, coscia mia.

La più deliziosa bellezza della mia anima
Non mi darebbe alcuno di questi tesori,
se non fosse per la tua tersa, liscia grazia
di animaletto amorale.

Solitudine

Solitudine,
perla che ingigantisce della solitudine,
in essa mi sono nascosta.
Spazio
che si estende,
in esso ingigantisco.
Silenzio, fonte di voci.
Immobilità, madre del movimento.

Sono sola.
Sono sola, e perciò non sono niente.
Che fortuna.
Non sono niente, e perciò posso essere tutto.
Esistenza senza sostanza ,
sostanza senza esistenza, libertà.

Sono pura come ciò che non c’è,
al sicuro come platonica idea,
ricca come possibilità.
Rido e tendo le braccia
a mille miei stupendi futuri.

Posso divenire la spuma sul mare
e avere la sua fortuna di essere fugace.
Oppure una medusa e avere come mia
tutta la bellezza della medusa.
O un uccello con la sua fortuna del volo,
o una pietra con la sua fortuna d’essere eterna,
o la via lattea.

Sono sola, sono forte.
La solitudine mi protegge.
Sono sola, e perciò non ci sono,
non ci sono, e perciò esisto
perfettamente come perfezione,
diversamente come diversità.

Poi verrà la gente. Mi daranno
la pelle, il colore degli occhi, il sesso e un nome.
Daranno il passato e il futuro
del genere homo sapiens.

(c)  Paolo Statuti, ed. Joker

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Coniugato con due figli. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Dal 1963 al 1980 impiegato presso la compagnia aerea Alitalia. Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha collaborato con la Redazione Italiana della Radio Polacca a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni letterarie. Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso un liceo statale di Varsavia.
Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia. Da due anni collabora attivamente con la rivista “Poesia” di Nicola Crocetti. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” con prefazione di Nazario Pardini (Ed. GSE, Roma).
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Pratica anche la pittura (olio e pastello) e ha al suo attivo numerose mostre personali. Da molti anni vive in Polonia.

Inediti di Valeria Serofilli

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Ulisse

Nell’onda una luce
Oggi il mare mi ha dato un regalo:
nell’onda una luce

Sarà che la salsedine aggredisce la vista
e a volte mi appare il tuo volto

adesso una bottiglia

il vetro lascia intravedere un rotolo/ un messaggio
un tuo probabile abbraccio. Continua a leggere

Anna Fano: una donna “emancipata” nella Trieste del primo Novecento

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Anna Curiel Fano è una delle figure più interessanti della Trieste ebraica di inizio Novecento, lo stesso milieu sociale e culturale a cui appartennero Saba, Voghera e Giotti. Ne fece parte sia in modo diretto, attraverso quello che scrisse, sia in modo indiretto, attraverso le molteplici relazioni di amicizia e di parentela con i componenti di quel gruppo. Attraverso le vicende della sua vita possiamo cogliere molti aspetti interessanti del primo Novecento triestino e anche, e soprattutto aspetti della sua personalità forte e indipendente. Sorprendentemente moderna per i tempi. Continua a leggere

La responsabilità della scrittura. Tessere di pensiero di Anna Lombardo.


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Anna Lombardo Geymonat

Riportiamo un brano della lunga intervista di Anna Lombardo sul sito Diritti Globali .it nella parte in cui si mette a fuoco la coscienza della scrittura poetica come “percorso attivo, di ascolto e lettura di sé stessi e del mondo” e dell’importanza di rimettere “al mondo” un percorso di rivalutazione del femminile all’interno della produzione artistica poetica.

Nella fattispecie, per Anna Lombardo: ” la scrittura poetica ci spinge a cercare la nostra voce, ci interroga sulle nostre posizioni, sui nostri stessi limiti. E in questo ci vedo la sua forza rivoluzionaria e non solo di denuncia. Io credo molto nella responsabilità della scrittura: non posso scrivere e restare alla finestra a guardare. Non mi interessa quel tipo di poesia. Quella è una poesia che fa male, sollecita solo la tua passività, fa male a tutti non solo a chi la produce, a chi l’ascolta o legge e a chi la vende. C’è chi dice, e sono in molti ancora, che la poesia non deve prendere posizione, che è al di sopra di tutto. Ma al di sopra di cosa? Spesso incontro dei poeti che si negano ad un evento poetico contro la guerra per esempio, perché non vogliono schierarsi. Questa sacralità della poesia, e quindi del poeta (nota non della poetessa, sic!), è un’altra ossessione che i critici purtroppo hanno da sempre avvallato per secoli; è un altro modo con cui il sistema non vuole essere giudicato, cambiato. Un altro modo con cui ci si vuole ‘sudditi convinti’. La poesia, come tutta l’espressione artistica che si definisce tale, ha un patto di impegno e responsabilità verso se stessa e il mondo, un patto che non può essere tradito.

La poesia, almeno nella mia esperienza, richiede una concentrazione continua e intensa rispetto alla scrittura di un racconto o un romanzo; necessita di una intima relazione con me stessa, il mio corpo e anche con il mio spazio.

Se lavori, come molte di noi fanno, questi momenti non sono sempre a portata di mano. Noi donne siamo continuamente ‘distratte’ da mille cose: la spesa, la lavatrice, la casa etc. etc. Quando devi lavorare su un testo poetico finisce che qualsiasi interruzione (anche il telefono per esempio) si porta via tutta la tensione, tutto ciò che nel frattempo si era mosso dentro di te e ti lascia un po’ spodestata. A volte però ho bisogno di ‘interferenze’ per aggiustare il tiro o vedere più chiaro in quello che sto facendo.

Per esempio quando scrissi il lungo poema su Didone lo pensai come una risposta di Didone al suo creatore, Virgilio, fin da subito. Ma alla fine scrissi un monologo tra Didone e la prima kamikaze cecena di cui si venne a conoscenza nei primi anni del duemila. In quel periodo mi stavo interrogando sulle figure femminili nei testi di alcuni poeti classici (Penelope, Antigone e Didone etc.). Lavoravo soprattutto sulla risonanza di queste visioni di donna nell’immagine che la donna aveva introiettato di se stessa. Quanto cioè queste figure mitiche avessero nutrito sia il nostro immaginario femminile sia quello maschile, marchiando, dirigendo e limitando in entrambi una visione personale e libera . Quanto di ‘donna’ c’era in quelle figure di donne fissate dai poeti, insomma, e quanto invece esse erano il risultato della proiezione tutta maschile di una ‘idea’ di donna che si avvicinava più all’immaginario maschile della propria parte femminile. Su questo si discute ancora poco. Ricordo che stavo rileggendo le pagine che Virgilio dedicava a Didone, questa figura mitica di regina cartaginese, quando sentii la notizia della strage nel teatro di Mosca. Tralasciai per molti giorni Virgilio e lessi invece un paio di testi sulla situazione in Cecenia e di queste giovanissime donne trasformate in kamikaze. Di tutti i miei testi, credo che questo sia stato quello che abbia ricevuto benefici da quelle interferenze. Almeno credo. L’ho rivisto più volte e devo dire che lo capii molto di più quando, per via di una traduzione che ne fu fatta in inglese, dovetti rispondere a dei chiarimenti da parte dei traduttori. Ci tenevo che si capisse che Didone, da donna, parlava ad un’altra donna rispetto al tema dell’amore, della sudditanza e della necessità di trovare altre strade che non portassero alla distruzione di sé stessi. Alla fine capii che avevo considerato Didone come la prima Kamikaze ‘costretta ’dalla storia a quel ruolo e non da sue libere scelte. Come vedi il processo creativo segua sentieri differenti ma il tempo che hai a disposizione per rispondere alla necessità della scrittura (per me è necessità) e per scambiare idee con le altre e con gli altri non è mai sufficiente. Insomma un processo creativo, come dicevo prima, non sempre lineare e disciplinato. Io non sono una persona molto disciplinata di mio, comunque. Forse questo influisce?

per gentile concessione della poetessa
riferimenti in rete su
http://www.dirittiglobali.it/2017/01/90365/#comment-454485

“Erotomaculae” di Sonia Caporossi

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Molteplici sono gli aspetti che colpiscono aprendo il libro di Sonia Caporossi “Erotomaculae” (Algra Editore, 2015), il primo è sicuramente l’impianto grafico che mi ha fatto immediatamente pensare alle opere di Emilio Isgrò. Artista che pure trasforma il linguaggio verbale in linguaggio visivo con le famose cancellature che anche Sonia Caporossi opera sui suoi testi, ma a differenza di Isgrò, per il quale si può parlare di “sottrazione della parola”, la cancellatura della Caporossi a mio avviso è più un mettere in evidenza, un dare forza alle parole eppure lasciando a queste la libertà di esprimersi, di dire e/o non dire. Continua a leggere

“La dama di Onirion” di Marco Baiotto

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“Onirion” è un termine che orienta in modo immediato la lettura e l’interpretazione di questo libro di Marco Baiotto, una sorta di antologia di quella fase della sua produzione poetica che si estende nel tempo, dal 1998 al 2000, e nello spazio grafico di 178 pagine. Onirion ci indirizza verso le terre del sogno, dell’irrealtà. Qualcosa di sfumato, in apparenza, di non ben determinato, un progetto, un ricordo, una potenzialità. Ma ad esso viene anteposta una figura femminile, la dama che compare nel titolo come una figura mitica e concreta, e questo sposta l’asse e l’orientamento, la rotazione del mondo descritto ed evocato.

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“La luce dell’anima” di Dieter Schlesak e Vivetta Valacca

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«Chi ama/ è re e sacerdote». Questi versi ci vengono incontro nella parte iniziale del libro. Come un annuncio, una nota introduttiva, una didascalia. In altri contesti avremmo potuto agevolmente archiviarli, etichettandoli come evocativi ma tutto sommato prevedibili o inconsistenti. Non qui. Non in questo volume. Nel libro di Dieter Schlezak e Vivetta Valacca tutto assume una consistenza quasi sacrale, nel senso più stretto e allo stesso tempo più metaforico possibile. Ogni parola, ogni sillaba manifesta un interloquire autentico, sincero al punto da assumere valenza di testimonianza, qui sì in senso stretto, tra il giuridico e il filosofico, sui misteri fondamentali per ogni essere che aspiri a definirsi umano: il tempo, l’amore, la permanenza e l’addio, il contingente e l’eterno, la morte e la vita.

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per Narda Fattori


Stanotte è mancata una carissima amica e poetessa, la nostra Narda Fattori.
Voglio ricordarla qui con uno dei suoi versi inediti:

…Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.”

Lei è ancora qui, in questi suoi “Dispacci” profetici:

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2016/10/07/narda-fattori-5/

 

 

La poesia di Marco Scalabrino

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Con piacere ho ricevuto da Marco Scalabrino tre sue pubblicazioni: “Canzuna di Vita, di Morti, d’Amuri” (Samperi editore, 2006), “La casa viola” (edizioni del Calatino, 2010) e “Na farfalla mi vasau lu nasu” (CFR, 2014). Quest’ultimo è il frutto di un’operazione, se così la si può chiamare, molto originale di traduzione. Marco Scalabrino, infatti, traduce in siciliano autori tra cui Catullo, Bukowski, Masters, Russell, Szymborska. Continua a leggere

Una goccia di niente – Sara Ferraglia

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Una goccia di niente

 

C’era una volta un saggio potente

che in mano aveva una goccia di niente.

Solo, abitava nell’ immensità,

senza montagne, né mari e città.

Guardò la goccia con gran tenerezza,

le donò un soffio, una tremula brezza…

e allora tutto fu in lei concentrato,

anche se ancora non era creato.

C’erano i cieli, le acque ed i monti,

piante, animali e fiori già pronti.

C’erano occhi di bimbi innocenti,

c’eran la pioggia, la neve ed i venti.

Lasciò la goccia cader dalla mano

e la guardò scivolare lontano,

finchè raggiunse una stella piccina

che cominciò a brillar più di prima.

Intorno alla luna e al sole danzò

finchè immensa lei diventò.

Fu un’esplosione di luce, un boato

e l’universo così fu creato.

Poesia scritta insieme alla mia nipotina Claudia, 6 anni, che ha immaginato così  la creazione dell’universo. Possano essere i pensieri dei bambini  segnali di speranza e auspici di un futuro migliore.

 

 

 

Mostra a Milano: Anima bianca La neve da De Nittis a Morbelli – alla Gam Manzoni


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 G. De Nittis, Lezione di pattinaggio

 Quando si parla di neve nella pittura dell’Ottocento, si va subito a pensare all’Impressionismo e alle splendide vedute di Degas, Renoir e Monet, ma non solo i rivoluzionari francesi si occuparono di questo tema. Anche in Italia, gli artisti affrontarono l’argomento per cercare di sperimentare nuove tonalità di bianco.

È questo il senso della mostra che, dal 21 ottobre 2016 al 19 febbraio 2017, si tiene alla GAM Manzoni di Milano. Curata da Francesco Luigi Maspes ed Enzo Savoia, la mostra è la prima in Italia dedicata a questo tipo di rappresentazione e ospita venticinque dipinti di alcuni tra i più grandi vedutisti del nostro XIX secolo, che affrontarono il tema della neve nelle loro opere. Si tratta di lavori en plein air, vedute di campagna, insieme a immagini e scorci urbani e di vita quotidiana invernale, tutti uniti dall’utilizzo del bianco e dalle nuove sperimentazioni sul colore e sul suo utilizzo per rendere gli spettacolari toni dell’inverno. Continua a leggere

“Ruah” di Davide Zizza

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La “ruah” è una parola ebraica che mi ha sempre affascinata soprattutto perché, pur essendo tradotta in italiano con “soffio”, “vento”, “respiro” e “spirito”, come ben spiega anche Enrico Testa nella prefazione al libro di poesie di Davide Zizza che si intitola proprio “Ruah” (Ensamble Edizioni, 2016) è di genere femminile e dunque a mio avviso più vicina alla nostra “ispirazione” perché la ruah è qualcosa che si muove e a sua volta ha la forza di mettere in movimento: una forza imprevedibile, dalla cui presenza e azione scaturisce la vita. Continua a leggere

Sul libro antologico di LUCETTA FRISA- note di VIVIANE CIAMPI

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NELL’INTIMO DEL MONDO “
libro antologico di LUCETTA FRISA

“Essere soli è essere nell’intimo del mondo” con questo incipit di Antonio Ramos Rosa inizia l’antologia poetica di Lucetta Frisa che riunisce testi di oltre quarant’anni di scrittura, dal 1970 al 2015. Non rappresentano la sua opera omnia ma si tratta tuttavia di un florilegio, di un profondo avvicinamento al percorso di una poetessa che non ha smesso un istante della sua vita di perseguire e essere perseguita dalla poesia.

Poesia che già dall’inizio si è nutrita, visceralmente, di altre forme d’arte: il teatro, l’arte pittorica, la scultura, la musica. Ed è l’elaborazione di tutta questa passione artistica, che una volta passata al setaccio diventerà qualcosa di esistenziale, di vibrante come una corda tesa: “Le cose si avvicinano / nella confidenza sonora” oppure “[…] Siamo in un quadro di Fragonard? solo le immagini ci fanno ballare” (da L’Emozione dell’aria, CFR, 2012).

Ma la cosa che salta agli occhi aprendo le pagine dei primi libri di Lucetta Frisa fino ad arrivare alla struggente poesia inedita del 2015 dal titolo Perseide che chiude Nell’intimo del mondo, Continua a leggere

“Possiamo soltanto amare” di Davide Rondoni

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Possiamo soltanto amare
il resto non conta, non
funziona,
al mattino appaiono
la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo
dell’alito mentre apri l’auto
nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare
più qui, alla riva degli occhi. E l’estate
c’era, c’è nella calda bruna memoria
dei rami tagliati,
i visi diventano ricordi
le voci gridate stracci silenziosi –
i denti conoscono il sapore
del niente, e l’oblio che ha portici
e portici infiniti. Continua a leggere

Art connection – Venezia e la poesia femminile

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“C’era una fontana che dava albe
ed ero io”

Alda Merini

arts connection, venezia, poesia a venezia, vdbd, viadellebelledonne, simonetta sambiase, met sambiase, Alda Merini, la poesia al femminile, otto poete, Art connection 2016. Questi sono parte degli  elementi che sabato mattina si fonderanno nel penultimo  giorno del festival Arts Connection nei luoghi incantati della laguna veneziana. “Vetro, Fuoco e Musica” è uno dei sottotitoli. Nel fuoco prendiamo la fiamma della letteratura, che sabato dà calore tra Books’ Connection e Venezia città delle donne. Le voci delle donne si divideranno fra poesia e teatro. La mattina è il luogo della poesia con Leila Falà, Gabriella Gianfelici, Fabia Ghenzovich, Anna Lombardo, Simonetta Sambiase, Pina Piccolo, Grazia Sterlocchi e Rina Xhihani. Il teatro sarà invece protagonista nel pomeriggio, con la Compagnia della Mandragora.

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Buon compleanno Angelica

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angelica

L’otto settembre è “il compleanno” di Ludovico Ariosto, una ricorrenza che da parecchi anni viene svolta nel suo ricordo alla casa materna di Reggio Emilia, il piccolo gioiello del Mauriziano, sulla via Emilia che da Reggio porta verso Modena. Anche quest’anno si riaprono le porte del monumento storico per una giornata dedicata all’opera  del poeta Cinquecentesco per “Se voi mi date orecchio” organizzata dal Comune reggiano con l’associazione Eutopia. Parte del leone la farà la poesia che si interrogherà anche sull’eredità lasciata dal creatore dell’Orlando furioso, costruzione elaboratissima di metrica e trama fantastica che ha attraversato fin da subito la sua epoca per le rime, i personaggi e le intrecciate vicende che lo costruiscono. L’Orlando Furioso è un’opera corale, lo si legge immediatamente, ed è ricchissima di personaggi femminili. Elencarle tutte, fra principali e secondarie, da luogo ad una lista lunga e appena capace di contenere  le storie che esse portano entrando ed uscendo continuamente dalla trama della storia. Angelica, la regina del Catai, bellissima fra le belle e straordinariamente rivoltosa, è il personaggio che maggiormente nei secoli ha catturato attenzione. La sua creazione è un lascito dell’Orlando innamorato del Boiardo che Ariosto ha riscritto e l’ha resa  motore del muoversi dell’azione nei primi capitoli per lasciarla poi nei capitoli centrali ad avventure straordinarie. Continua a leggere

NOTE DI LETTURA su” TRADUCENDO EINSAMKEIT” di FEDERICA GALETTO

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TRADUCENDO EINSAMKEIT” di FEDERICA GALETTO

edizione TERRA D’ULIVI 2014

collana PAROLE DI CRISTALLO

Per cercare di rappresentare attentamente il nucleo ispiratore – il sottile filo rosso rintracciabile in modo più o meno accentuato ma sempre presente nella massima parte delle poesie di Federica Galetto qui raccolte, sarebbe bene iniziare dal riferimento preciso della titolazione della raccolta, dalla poesia di Rilke intitolata Solitudine-poesia che da lei tradotta compare come segnale introduttivo- e il cui significato risulta non solo simbolico visto che nello sviluppo progressivo dei versi di Rilke si viene a addensare , soprattutto verso la chiusa, come il delinearsi di una cifra indelebile, e marchiante, che connatura sul fondo il fatto stesso di esistere, come se la solitudine fosse fatta di una materialità che come un velo ricopre cose e persone, perfino gli amanti, visti su “letti sfatti”

A dire l’importanza che l’autrice riconosce a questa poesia, è anche il ribadire , nella poesia pressochè conclusiva dal titolo TRADUCENDO EINSAMKEIT ( poesia n 15 della 3 parte) – e mostrandole direttamente nel testo stesso- le sue tematiche fondamentali e anche il peculiare modo di darvi espressione.

Qui infatti l’autrice, come riassuntivamente si svela con parole esatte; parla di lei “compulsiva in tendere assoli urgenti” fino a arrivare- appunto traducendo Einsamkeit a affermare voltivamente”rompo le righe e mi sbrano contenta/d’essere farfalla intinta nella fiamme /nella parole che trasmuta/di deserto in valle filo tenero/ e poi, aggiungendo alla fine” traducendo Einsmakeit di notte/non c’ è che sole quando le brume dormono/passando dal palco di Keats riemergo/ ai boschi di Treichel/in Bellezza/ Continua a leggere

Annemarie Schwarzenbach, La gabbia dei falconi e la Persia degli anni 30

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Meno nota di Freya Stark o di Isabelle Eberhardt, Annemarie Schwarzenbach è una delle scrittrici viaggiatrici degli anni 30. Nella sua breve vita (morì nel 1942 a soli 34 anni) Annemarie, che fin da bambina aveva individuato il senso della sua esistenza nella scrittura, riuscì a pubblicare solo un breve romanzo a sue spese, una novella (pubblicata in italiano col titolo Sybille), un libro di viaggio, la biografia di un alpinista morto tragicamente in Himalaya e il poema in prosa La Valle Felice. Nessuno di questi ebbe successo. Benché godesse della stima di scrittori celebri come Roger Martin du Gard, Eric Marie Remarque, Thomas Mann, non fu mai presa sul serio.  Fin dal 1933 si dedicò allora al giornalismo, scrivendo reportage dai paesi stranieri in cui finì per vivere la maggior parte dei suoi ultimi nove anni. I suoi articoli – che le garantirono una sia pur minima indipendenza economica dalla sua ricca famiglia – ebbero una certa fortuna, e la resero un personaggio noto in Svizzera. Ma agli occhi del mondo, dei suoi amici letterati e della sua famiglia non fecero di lei una scrittrice. Continua a leggere

ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

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Era bello trovare un prato
bianco
( sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde Continua a leggere

Antonio Spagnuolo

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Antonio  Spagnuolo,  Ultimo tocco, Altrescritture, puntoacapo editrice

 

Tra le mani ho un piccolo, prezioso libretto di poesie tessute attorno alla perdita e al dolore. Perdita e dolore sono incontri frequenti nei versi: la felicità si vive inebriandosi nella sua breve durata, il dolore si dipana e ci accompagna, fedele nella in una sorte da lui stesso decisa, ingarbugliata e indissolubile.

Le poesie che compongono questo libretto sono dedicate alla perdita della compagna di una vita, perdita ad un’età avanzata  che allarga il vuoto lasciato in un baratro in cui mancano appigli per reggerci e sorreggerci.

Non è solo una perdita definitiva , è una perdita incolmabile e incalcolabile.

Il libretto si divide in due sezioni; nella prima, molto breve e più riflettuta,  il poeta cerca di riesaminare la sofferenza degli ultimi giorni, come se esistesse un farmaco a lenire il battito sempre più rumoroso e vicino del ladro di vita.

“ Palpando l’antiquato pentagramma / indifesa memoria spigole ombre/ al di là della porta / ………./  Parlami ancora di te, dei tuoi singhiozzi, / delle incertezze incredule che non hanno senso. /perché un certo infinito gioca a beffare / il turbinio dello’incoscienza. / ….

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Note di CLAUDIO DAMIANI su “MESTIERI” di SANDRA PALOMBO

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Collana Perle poesia
n. 41
direttore Roberto Carnero

GIULIANO LADOLFI EDITORE

Alessandra Palombo
MESTIERI


IL MESTIERE DI VIVERE

Alessandra Palombo ha la capacità di ingabbiare cose e farle apparire.È una magia perché l’oggetto prima è invisibile, poi esce fuori dal cappello come una colomba. Nella poesia le parole sono sempre“costrette”, nel verso, nella forma, nella metrica.
Alessandra le costringe ancor più, come quando scrive tautogrammi, ossia testi in cui le parole sono costrette a cominciare tutte con una stessa lettera.
Sembra un gioco ma per lei non è un gioco. Il tautogramma gli era servito ad esempio, in un prezioso libretto intitolato Tautogrammi d’amore e d’amarore (Liberodiscrivere, 2005), a parlare della costrizione amorosa, «i lacci d’Amor» petrarcheschi, quella condizione di impotenza e superpotenza insieme, d’essere prigioniero e libero nello stesso tempo («e ardoe sono un ghiaccio; / e volo sopra ‘l cielo, e giaccio in terra; / e nulla stringo, e tutto il mondo abbraccio», diceva Petrarca).

Questi Mestieri invece pubblicati qui non sono tautogrammi, ma caso mai epigrammi,ossia brevi poesie che racchiudono un quadretto, un personaggio incorniciato, ingabbiato nel suo mestiere. Tra mestiere e personaggio c’è una fusione totale, una commistione inestricabile, Continua a leggere

Silvia Secco

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canti di cicale

 

Canti di cicale –
Samuele editore 2016

Leggere di poesia e scrivere qualche opinione attorno ad essa, credo sia una delle attività più utili per chi è appassionato alla conoscenza umana, perché se è vero che ogni poeta è un” fingitore “ come asseriva Pessoa, i versi che leggiamo spesso ci celano descrizioni di anime che- solo rovistando e analizzando con cura nei dettagli il lavoro che ci viene sottoposto-, si riesce a conoscere in modo non del tutto superficiale, e la scoperta che ne deriva riempie del piacere per la condivisione dell’animo altrui.

Ho cercato di raccogliere la sfida lanciata dai versi che seguono, tratti dal libro della Secco appena uscito, che sono di certo un riferimento ad un “ tu “ molto privato ma che si possono anche leggere con un invito diretto al lettore, e ciò è quanto ho voluto evidenziare con il grassetto :

Vieni a vedere i miei versi cresciuti
ben oltre le scapole. Scioglili tu
significati e nodi. Usa le dita.
Conta ogni singola sillaba ognuna
una volta sola. Ricomponimi
e rima. Continua a leggere

“Il Tesoro del Carmine” di Gianfranco Vanagolli

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tesoro carmine

Prefazione

I dieci mesi dell’Elba napoleonica sono un vero concentrato di motivi romanzeschi. In quel breve arco di tempo si produce sull’isola una specie di perfetta situazione drammaturgica. Un intermezzo carico di tensioni, in cui il presente è come schiacciato tra la mole della Grande Storia che si è appena consumata con l’abdicazione di Napoleone e gli addii di Fontainebleau e i lampi che prendono subito a scuotere l’orizzonte sempre più scuro del futuro prossimo. Perché è chiaro a tutti, vincitori e vinti, che la partita è ben lungi dall’essere chiusa, e che la scelta di attribuire all’imperatore appena deposto il minuscolo regno insulare è il rinvio di una resa dei conti che è stata semplicemente posticipata. Continua a leggere

Chi ha cucinato l’ultima cena?

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Rosalind Miles
edizioni Elliot

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Quando lessi questo libro la mia prima considerazione fu che andrebbe letto da tutti, assunto come libro di testo presso tutte le scuole del mondo, per la consapevolezza delle donne e degli uomini di buona volontà.
Le donne sono state per secoli proprietà indiscussa dell’uomo, in un mondo che le ha volute e le vorrebbe ancora al suo servizio.
Valeva pochissimo, anzi niente, la vita di una donna, dai tempi remoti in cui al culto della dea madre fu sostituito il culto del dio padre, origine di ogni futura discriminazione,.
Successivamente con le colonizzazioni e le conquiste in nome delle grandi religioni monoteiste, l’esistenza della donna è stata sempre funzionale all’uomo, in quanto fattrice dei suoi figli, curatrice dei suoi beni, della sua casa, delle sue cose, schiava e sottomessa ai piaceri sessuali del maschio, padrone assoluto della sua vita, dalla culla alla bara.
La storia della riconquista dei diritti più elementari delle donne, schiave tra gli schiavi, fino a epoche così vicine ai giorni nostri che a leggerne si viene colti da sgomento, Continua a leggere

Terracqua. Federica Galetto legge il nuovo lavoro di Mirella Crapanzano

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Ci si incammina assaporando il profumo del mare. Oltre le spiagge, il sentore del sale sugli orti e le case. Le sterne cantano attraversando con un volo radente il rollio delle onde e il loro frastuono. Così incomincia il viaggio attraverso “Terracqua”, luogo multiforme a cui il Poeta appartiene e di cui nutre la propria memoria. Vi sono sposalizi avvenuti sulla schiuma di un onda e anemoni sui fondali marini a raccontare un amore
(i fiori per la sposa giacciono/ in fondo distese brulicanti di anemoni/fanno una corolla nuziale),
l’avvicendarsi ciclico del giorno e della notte sotto cieli neri e venti sopiti, il silenzio della natura in un’isola di primigenia bellezza
(il vento tace sull’isola/ come un presagio/l’alta marea tra i seni/ il nero stellato intorno/a fior d’acqua lucciole ignare costeggiano/le coste).
E il ricordo che brucia come lava di vulcano, lo stesso ricoperto di terra nera che aleggia nell’aria greve. Con una scrittura intensa ed elegante, Mirella Crapanzano ci conduce nel suo Eden personale, Continua a leggere

Un pugno di sogni nel cuore – Alda Magnani

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Quasi un poema, più che una raccolta, l’ultimo libro di poesie di Alda Magnani.

Mitigate e mediate dal sogno, quando il ricordo si fa più doloroso o dal sogno stesso ravvivate e rafforzate quando ricordare diventa un piacere, scorrono, come in una lunga favola, luoghi e personaggi della sua terra, nella pianura  intorno a Parma.

 Entriamo, accompagnati  in un onirico viaggio nel ricordo, nella casa dei suoi avi ove riecheggiano le voci di nonni, zii e cugini presenti nelle vite dei piccoli di allora come oggi non accade quasi più. Ne ascoltiamo i racconti narrati nelle stalle e nelle aie.

Il borgo antico dell’infanzia si colora di personaggi e luoghi caratteristici, come ad esempio l’osteria Gatto di Gambarone, il cui anfitrione era il vecchio Gombi, quasi “un re dentro a quel covo da leggenda”.

Il cuore del poema sono gli affetti più cari, la madre, dalle mani “ pronte al dono, solerti, indaffarate/ a lavare, stirare, intridere farina /per impastare e poi tracciare croci/ sul pane quotidiano, infaticabili” , il padre contadino che tornava la sera dai suoi campi stanco “fischiettando il Nabucco o la Traviata”, Zia Maria, “il ticchettìo monotono dei ferri” nelle sue mani ossute.  Continua a leggere

NOTE DI LETTURA di NARDA FATTORI su “QUEL LUOGO DELLE SABBIE”

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FOTO CORRETTA X ARTICOLO NARDA
Villa Dominica Balbinot , Quel luogo delle sabbie, autoprodotto.

Scrivere poesie e lanciarle nel magma della comunicazione, così disfatta, depredata, spesso vacua cacofonia, chiede coraggio e necessità di ascolto , chiede di sentire il senso delle aritmie del cuore. Ma le poesie di Dominica sono altro che una provocazione, o un esercizio di stile: dichiara il mondo totalizzato al nero, al lugubre, ad un impossibile passaggio verso un’oltranza che non è detto che esista.
Augusto Benemeglio (Liberolibro.it, 22/12/14) scrive che Villa Dominica Balbinot è una poetessa “che reca in sé le stimmate da primo romanticismo germanico, della tenebrosità, il senso dell’orrido e della funerea desolazione, ma anche quello decadente di Baudelaire, sempre sospeso tra la benedizione celeste e quella diabolica”. Sono parole di un’analisi attenta ma non esaustiva perché Dominica è donna di oggi e di questo mondo parla.
Lo sguardo di Dominica coglie l’immenso e la minutaglia, non fa scale di valore , ogni cosa è corrosa, è corrosa ab origine. Continua a leggere

Stanze d’albergo – Una lettura del nuovo libro di poesia di Angela Siciliano

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stanze d'albergo, angela siciliano, vdbd

noi siamo ancora lì
dove le cose sono rimaste come erano.
Ad arredare il nostro dentro
da Stanze d’albergo

Stanze d’albergo di Angela Siciliano é un libro à rebours di resa nostalgica ed anziane maschere vive. La poeta e il verso sono il tutt’uno di un’unica identificazione che costruisce una raccolta di ricordi d’amore da cui l’autrice non esce mai e che dispone su un dittico di forme interiori molto largo. La silloge è costruita su quattro partiture, in tre delle quali i seppelliti amori tornano indietro nelle forme dei dubbi e della resa, mentre un’ultima parte, che è anche quella di più alta resa poetica ed ispirativa, il perimetro dello sguardo è quello familiare e primario.  C’è un vivere in frenata nei versi della prima parte che trasforma i rossi delle passioni in rossi rosati. Le stanze d’albergo sono vuote ma il loro vuoto non è incolmabile. E “*La vecchia anima sogna” e  chiede “di andare di silenzi e d’ombre in traccia” . Il registro delle emozioni ha versi docili, lenti seppur curatissimi, piegati e ritirati, brevi e ritrosi o appena lunghi. Continua a leggere

“Praticare la notte” di Ksenja Laginja

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E’ un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte.

Ho voluto mettere in epigrafe a questa mia nota di lettura del bel libro di Ksenja Laginja “Praticare la notte” (Giuliano Ladolfi editore, 2015) tre versi tratti da una poesia della prima sezione non solo perché ne è stato tratto il titolo ma soprattutto per il sentimento di una personale assonanza e consenso con quanto esprimono. Per me, infatti, la poesia è un vero e proprio atto d’amore e dunque di fede, che sono il volto di uno stesso sentire e in esse c’è un completarsi, uno sfumare l’uno nell’altra. Continua a leggere

“La lingua salvata” di Elias Canetti

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Elias Canetti ha vinto il premio Nobel nel 1981, ed è noto per il monumentale saggio “Massa e potere” cui lavorò per vent’anni; tuttavia il primo volume della sua autobiografia, “La lingua salvata”, gli diede una fama più vasta, procurandogli un pubblico meno specializzato e facendolo uscire, specie dopo l’attribuzione del Nobel, dal limbo di chi è noto a ristrette cerchie di estimatori.

Io l’ho letto per la prima volta poco più di dieci anni fa e mi era piaciuto moltissimo, per motivi che spiegherò; l’ho riletto recentemente, e sono stata ri-catturata soprattutto dalla prima parte, dedicata alla sua infanzia, soprattutto la prima infanzia, mentre il resto del libro mi è sembrato sempre notevole e denso, ma meno vivo e intrigante, forse perchè appannato dal sorgere delle sue ossessioni (in primo luogo, la gelosia, rivolta alla madre), che ne hanno secondo me un po’ irrigidito la prosa. Continua a leggere

cinque poesie di Claudia Ruggeri

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Lamento dell’Uccello colpito

cavami da le piume gli insulti lo sfrenìo
la velocità indifferenziata che era danza
o salto, che ormai non muove semplicemente
mi rende probabile; la memoria finta da usare
come un nome, questa memoria insomma divina
indifferente di un calcio e di ossa, di un debole
dèmone mosso a pena a cerchio (leggero leggero
lo spirito ragazzino, e ciò sottile sottile
indistinto, destinato): Dedico a Te questa morte
padula -ché sei l’Artificiere-; impiegane
la festa, se pure alza I’Avverso, lo cattura Continua a leggere