immagine da atlantidea.org

 Esprimersi nel mondo dell’arte oggi è certamente un istinto che accomuna sempre più larghe fasce della popolazione giovanile (ma anche non).  Fin dalle epoche più remote gli esseri umani hanno sentito l’istinto di eternizzarsi, in qualche modo, di lasciare una traccia del loro passaggio su questa terra. Dai graffiti delle grotte di Lascaux di tempo e di tecniche ne sono passate, come le effigi egizie, le costruzioni maya, le trovate urbanistiche dei romani. Fino a noi, ai nostri tempi caotici e interessanti.

Proprio qui, le cose hanno cominciato a complicarsi. L’idea della serialità, insieme alle opportunità sempre più a portata di mano e on demand hanno consentito la produzione spasmodica di qualunque tipo di materialità, oggetto funzione e uso immaginabile. Una quantità di oggetti hanno cominciato ad affollare dapprima le nostre abitazioni, moderni contenitori di confort estetico, poi i nostri pc, infine il nostro gusto estetico.

Parimenti, e più specificamente nel mondo dell’arte si è assistito ad un esponenziale sovraffollamento di arte e pseudo artisti, di rumori sempre più intensi. Questo ha portato una certa sofisticata élite, una certa intelligencija a virare la propria espressività nel verso della smaterializzazione (a volte completa, totale ed estrema) dei contenuti, imponendo alla critica uno sforzo ulteriore di categorizzazione del risultato o a volte, dell’ammissione della non possibilità di discernere il confine tra arte e scienze naturali, arte e storia, arte e sociologia.

Pur ammirando apertamente questa tipologia di artisti (spesso a cavallo tra il Minimal e la sound art), non posso redimermi dal constatare molteplici altri filoni d’indagine, altra arte che continua stancamente ad esistere, cercando di emergere.

Nel mare vasto della compenetrazione dei generi è tuttavia obbligatorio serbare una sorta di lucidità, dei cardini sicuri cui agganciare le coordinate del nostro discorso.

Come primo termine si prenda il principio dell’universale singolare: un’opera d’arte per dirsi tale deve assolvere un duplice godimento estetico: il proprio (ossia di chi lo ha prodotto e non necessariamente intendendolo come piacere positivo) e quello di chi lo osserva (come sopra).

Secondo: deve superare se stesso: ossia spingere talmente in avanti la propria idea da ritrovarsi a testa in giù nel suo senso.

Terzo: non spiegare la propria vanità diluendone il senso (lo spettatore non è stupido ma capisce a modo suo).

Quarto: colpirci, nostro malgrado.

Quinto: un critico potrà dire che quell’opera è interessante perché nel suo compiersi riesce ad esprimere con veemenza l’ardore primigenio della natura nella sua follia, ma se non ha valore per voi allora fa schifo, punto.

Sesto: essere filosofici, ossia avere bene in mente una domanda, l’opera d’arte, se è buona, saprà darvi una risposta (per gli artisti questo discorso è inutile in suo luogo si osservi come la bravura di un’artista sia inversamente proporzionale all’altezza al quale tiene il mento mentre vi sta parlando o guardando).

Settimo: Coraggio.

Paola Pluchino The Artship