LE POETESSE D’ITALIA: Rosina Muzio Salvo(1815-1866)

 

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Rosina Muzio Salvo nasce a Termini Imerese, un paese in provincia di Palermo, nel 1815, da Giuseppe Salvo di Pietraganzili un tenente colonnello e Giuseppa Sciarrina che muore quando l’autrice ha  dodici anni. Alla morte della madre Rosina viene affidata ai nonni e in seguito ad un istituto religioso dal quale usce dopo qualche anno. Avendo manifestato da sempre il desiderio di ricevere una formazione culturale il padre assume una nobildonna francese con la quale Rosina apprende il francese e l’inglese, lingue necessarie allo studio della letteratura europea. Rosina però non studia la metrica e i classici e pertanto la sua formazione è alquanto lacunosa.  Condivide con il fratello Rosario, di otto anni più giovane, idee liberali e l’impegno a favore della causa unitaria. Nel 1933 sposa un barone palermitano di otto anni più vecchio. Il marito, Gioacchino Muzio Ferrero, ex seminarista, è un uomo colto e possiede una vasta biblioteca alla quale Rosina si abbevera, soddisfacendo la sua sete di cultura. Il marito non l’incoraggia ma nemmeno la ostacola. Nonostante le sue quattro gravidanze e la prematura perdita di tre delle sue quattro figlie Rosina riesce a completare i suoi studi di metrica.

Nel 1840, trasferitasi a Palermo, pubblica la sua prima raccolta poetica. Nel 1943, per cause a noi sconosciute, si separa dal marito e assieme alla figlia Concettina, unica figlia sopravvissuta, torna a vivere a Termini Imerese , continuando a frequentare i salotti Palermitani , e intellettuali spesso legati ai moti risorgimentali, salotti dai quali non viene allontanata nonostante nell’800 le separazioni non erano socialmente accettate. Durante le rivolte del 1848 la poetessa promuove una delle prime associazioni femminili avente un’organizzazione quasi militare di matrice religiosa, con due parole d’ordine: carità e insegnamento. La legione delle pie sorelle è composta da 1200 donne suddivise in 12 centurie. Le associate aiutano i feriti e hanno cura delle loro famiglie, educano le donne ritenendo la cultura unico mezzo di liberazione e emancipazione. Stampano anche una sorta di rivista, un bollettino dell’associazione per autopromuoversi.
Dopo l’Unità, delusa come tanti siciliani, trascura l’impegno politico e si dedica solo alla letteratura e alla pedagogia. Muore nel 1866

Per chi vuole approfondire ecco uno studio di Manuela Sammarco http://dprs.uniroma1.it/sites/default/files/442.html

Opere

Poesia

Poesie, Palermo, Tip. Clamis e Roberti, 1845
Prose e poesie, Palermo, Tip. Clamis e Roberti, 185
Versi, Palermo, Tip. del «Giornale di Sicilia», 1869

Novelle e prose

Roberto, Palermo, Tip. Clamis e Roberti, 1849
Prose e poesie, Palermo, Tip. Clamis e Roberti, 1852
Giannetta, Tip. Clamis e Roberti, 1858

Racconti. Con alcuni scritti morali preceduti da un discorso sulla vita dell’autrice, Palermo, Tip. del «Giornale di Sicilia», 1869

Romanzi

Adelina, Firenze, Soc. Tip. sulle Logge del Grano, 1846
Le due contesse, Milano, Tip. del «Museo di Famiglia», 1865

Scritti vari

Dimmi se m’ami. Romanza [musica di Giuseppe Burgio di Villafiorita], Milano, presso F. Lucca, 1861

Racconti. Con alcuni scritti morali preceduti da un discorso sulla vita dell’autrice, Palermo, Tip. del «Giornale di Sicilia», 1869

A Vincenzo Errante

Oh come misto ai più fragranti incensi
S’erge il tuo canto, e nell’etere sfera
Cangiato in serto, vagamente splende!
Avventuroso, salve e salve grida
Il demente, lo schiavo, mentre un lieve
Roseo colora le vergine gote
Di chi respinta dai materni baci
Una madre vagheggia, e salve anch’essa
Esclama, salve, e la gentil fanciulla
Quella fanciulla trascinata a forza
Al parricidio dai lascivi amplessi
Di chi le die’ la vita, or come dolce,
Vincenzo, a te sorride! In carcere
Fra gli atroci supplizi, e spasmi atroci
Un pensier l’assaliva, un pensier crudo
Più che i tormenti, orrendo, era il sapersi
Maledetta, infamanti, senza speme
Ch’una voce pietosa alfin s’ergesse
A redimere il nome, allora che il nome
Solo avanzo ne fora, e ‘l corpo affranto
Giacerebbe scomposto. Ora chi non sente
Un tremito nelle ossa, il pianto a rivi
Sgorgar dal cuore ai laceranti versi
Ch’a a lei consacri? Unanime s’estolle
A Beatrice un grido: oh tu, che donna,
E non più figlia fosti, allor che al bruto
Festi scontar l’orribile desio
Monda ritorni dal tuo sangue. Infamia
A chi ti spinse al parricidio. Eterna
I giudici spietati infamia copra
Si, ben dicesti, Errante, ai fieri tempi
[…]

Siciliani

Havvi un divino senso, un’armonia
Tra cuore a cuore; una possente, arcana
Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!
O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni
Una gente codarda al cielo estolle ,
Dorata plebe , ascolti tu tal suono?
Ascolti tu la disperata madre,
Ch’urta, rompe la folla , si gridando:
« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi
Da un ribaldo, da un demone assalito ,
Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti
D’una gente raminga , senza un tetto
Che la ricovri, un pan che la disfami?
L’irrequieta , baldanzosa turba ,
Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,
Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti
Sul tuo capo ricadano i misfatti!
E di chi è mai la colpa, se nel sangue
Una sfrenata plebe si gavazza
Sfamando il duole, l’innasprita rabbia
Di vedersi qual gregge vilipesa?
E mente, e core forse il ciel concesse
A te soltanto, e l’umile genia
D’ogni luce privò? Di questo suolo,
Di questo ciel, che onnipossenti fiamme
Nell‘anime trasfonde, non è figlio
Il derelitto vulgo? Or questo foce,
Che per immensi campi spaziando,
È fatto divo dallo studio, e l’arte;
Questo foce compresso, alfin prorompe
Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!
O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,
Non vedi tu quanta miseria accogli
Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,
Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…
Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo
Una voce tremenda che ti grida
« Di tua possanza è già caduto il regno? »
Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale
Radunansi i fanciulli, un amoroso
Sacro ministro alla virtù li educa
Mentre una donna con soave affetto
Libri, lavori appresta, e quanto puote
L’intelletto avvivar, rendere un giorno
Utili quelle braccia, quelle ment
A se stessi, alla patria. Ai pensier casti
I fanciulli nudriti, ed al lavoro,
Del delitto le vie fuggono adulti.
Or mentre ovunque alla virtù s’educa
L’infima plebe, su di cui pietos
Veglia l’illustre gente, alle rapine
Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,
Educasi, s’inspira! Amor, pietade,
Non sole preci, è del Signor la legge. –
Va dal tapino, ne raccogli i nati,
E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.

(2 dicembre, 1843)
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