Al castello di Dunnottar

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AL CASTELLO DI DUNNOTTAR

Racconti di
Antonella Pizzo, Enrico Gregori, Marina Raccanelli, Morena Fanti, Stefano Mina, Fernanda Ferraresso, Panirlipe, Alivento, Subhaga Gaetano Failla, Donatella Righi, Annalisa Ferrari.

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Il primo agosto del 2008 c’era un caldo afoso in quasi tutta la penisola. Proprio quel primo agosto è partita la sfida.
Antonella Pizzo, Enrico Gregori, Marina Raccanelli, Morena Fanti, Stefano Mina, Fernanda Ferraresso, Panirlipe, Alivento, Subhaga Gaetano Failla, Donatella Righi, Annalisa Ferrari. Undici autori si incontrano in viadellebelledonne (https://viadellebelledonne.wordpress.com) e si sfidano a singolar tenzone. Chi riesce a scrivere il miglior racconto con questo caldo? Prendendo ispirazione da una foto di Maria Pina Ciancio e da un incipit (liberamente) tratto da un suo racconto di viaggio, si danno un po’ di refrigerio: abbandonano i luoghi caldi e assolati, indossano la felpa e/o il giubbotto da pioggia e si recano virtualmente in Scozia dove, squarciando la nebbia, cominciano a scrivere: Dalla piccola stazione di Stonehaven tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorrono tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivano finalmente al Castello di Dunnottar…
I racconti sono pubblicati in ordine di arrivo e non di graduatoria. Vince la sfida Subhaga Gaetano Failla con il racconto n. 9, seguito da Donatella Righi con il racconto n. 10 e da Panirlipe con il n. 7, ma qualcuno non si è detto d’accordo e ci ha dato appuntamento al Castello di Dunnottar.

Racconto n. 1 Antonella Pizzo

Dalla piccola stazione di Stonehaven tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Io ero molto stanca e mi lasciai cadere su un sedile di pietra coperto da una sostanza viscida e umidiccia, scivolai dal masso e finii malamente col sedere a terra. Lui scoppiò a ridere, chissà perché le cadute portano sempre il riso, poi si ricompose perchè si rese conto che non avevo nessuna voglia di ridere. Ero furente, mi ero sporcata di fango e erba i pantaloni e sentivo un dolore lancinante all’osso sacro. Lui si rese conto che mi ero fatta male e mi aiutò a rialzarmi. “Basta – dissi – questa è l’ultima volta che parto con te, ne ho piene le tasche di questi viaggi assurdi in posti freddi e umidi, il prossimo anno vado al mare, in Sardegna, a Capri, in qualsiasi posto, basta che ci sia un mare caldo e quieto.”
“Anche questo è mare – rispose lui – è l’altra faccia del mare, il mare freddo e inquieto, ma se chiudi gli occhi, se resti in silenzio, vedrai che rumore del mare lo stesso ti sarà dolce e ti riempirà il cuore di calore.”
“Tu sei tutto matto, qui c’è un freddo boia e basta, io torno indietro. Vuoi avere sempre ragione tu.” – replicai.
E così senza degnarlo di un ulteriore sguardo raccolsi le mie cose e proseguii da sola zoppicando.
“Guarda che stai sbagliando strada, da lì non si torna indietro, quella strada porta al castello e poi non vedi che zoppichi, dai amore fammi vedere cosa ti sei fatta.”
“Sto andando proprio lì – risposi – sto andando al castello, entrerò dalla porta principale e uscirò da quella del retro, da quella parte il sentiero sarà diverso da questo, sarà pianeggiante e poco scivoloso, il mare sarà caldo e quieto. Quella sarà l’altra faccia, quella che mi riempirà il cuore di gioia e di calore. Non mi sono fatta nulla, zoppico perchè mi va di farlo.”

Invece scoppiai piangere. All’improvviso, prima forte, a singhiozzi, poi calde lacrime, quiete. Pensavo al suo modo costante di contrastarmi, al suo non accontentarmi mai, era tutto sbagliato fra di loro, anche quel viaggio lo era, io non volevo farlo, e glielo avevo ripetuto tante volte. Ero stanca. In un istante mi balenò in testa un’idea terribile e bella nello stesso tempo, mi sarei potuta liberare di lui. Libera finalmente, non sarei restata sveglia la notte pensando al suo continuo replicare, al suo volere sempre dire l’ultima parola. Sarebbe bastato un attimo, l’avrei spinto giù per il precipizio. Ecco, mi sarei avvicinata, l’avrei abbracciato e poi l’avrei spinto giù.

Io restai inebetito, ero stanco di quei pianti strani, di tutte quelle sue complicazioni, delle sue continue scenate, avevo fatto un errore a sposarla, mi sentivo in gabbia, legato a delle catene che mi impedivano di essere quello che era, un uomo libero. Era tutto sbagliato fra di loro, in effetti anche quel viaggio lo era, lei non voleva andare, e l’aveva ripetuto tante volte, ma io mi ero intestardito, ero convinto che quel viaggio avrebbe potuto sistemare le cose fra di noi. Un viaggio d’amore, una luna di miele, soli, lontano dai soliti frastuoni, per non litigare almeno per un po’, in fondo l’amavo anche se in quel modo inquieto e violento. Anche questo è amore, è l’altra faccia dell’amore, l’amore freddo e inquieto, ma basta chiudere gli occhi, restare in silenzio, e quell’amore sarà dolce e ci riempirà il cuore di calore.
L’avrebbe abbracciata e poi l’avrebbe stretta al cuore e sarebbero saltati giù, nel silenzio, per sempre.

Fu un attimo. Ci trovarono in fondo alla scarpata. Salvi per miracolo, solo qualche graffio. Fummo ricoverati nella stessa clinica, stessa stanza, litigavamo in continuazione, il medico fu costretto ad intervenire. Signori miei, ci disse, come fate a trovare la forza di litigare alla vostra età?
Ottant’anni!

2 Enrico Gregori

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.”

Aveva una fama quel castello. Leggende, dicevano in molti. Peccato, pensavo io.
Ero salito fin lassù soprattutto per la suggestione di certe storie. Presenze, assenze, ombre e rumori. Tracce invisibili di ospiti misteriosi. Un po’ come in “Harry Potter”, ecco.
Solo che lì a Hogwarts è finzione, sì è finzione…credo.
Certo, mi dissero i miei compagni di viaggio, invece quello che pensi tu su Dunnottar è vero, verissimo! E giù a ridere sparpagliando davanti all’ingresso del castello mozziconi di sigarette e kleenex sporchi.
Guardiamolo, magari scattiamo qualche foto, dissi. Poi andiamo via.
Sei scemo? Ma proprio scemo tutto?, mi risposero. Cioè, noi si sale fin qui, ci si ammazza di fatica per fare due foto? Allora tanto valeva rimanere al villaggio e comprare le cartoline.
Ma la leggenda…
Oddio co’ ‘sta leggenda! Cacasotto, dissero.
E violammo il mistero. Quell’immenso portone in legno oppose resistenza finché ce la fece. Poi si arrese alle spallate. No, per favore andiamo via, tentai come estrema dissuasione.
Ma nemmeno mi ascoltarono. Le mie parole titubanti coperte dai colpi duri sul portone. Che cedette, finalmente.
Scale e corridoi. Una reggia spoglia, tutto sommato.
Nessuno ci dovrà abitare mai più, diceva la leggenda. Ecco perché non c’era nulla, né letti, né troni. Solo mura spoglie a specchiarsi sul pavimento martoriato dal tempo e dall’incuria.
Bel cesso, disse uno. Una schifezza, aggiunse un altro. Tutto ‘sto culo per questa catapecchia? Al paese mio ci stanno bicocche terremotate molto meglio di questo squallido casermone. E tu, mi dissero, avevi paura di violarlo? Di sciupare chissà quale testimonianza artistica? E giù a ridere, buttando sul pavimento patatine e gli involucri dei tramezzini.
E tra le risa quella voce si insinuò. Filastrocche in una lingua antica…”lasciate, siete in tempo, la dimora del Re Vermiglio. Egli avrà pietà, sarà benevolo, se sui vostri passi indietro tornerete. L’oblio e la misericordia del Re Vermiglio vi saranno concessi. Oppure, voi, come la corte di Saneonymous finirete…”
Ecco…ecco, dissi.
Ecco…cosa? mi risposero. Ecco una bella registrazione messa qui a bella posta per far folclore, cretino. Al Luna Park del paese mio il tunnel degli orrori è fatto meglio. Sembra roba vera, altro che questa cantilena.
L’antica nenia fu sovrastata dalla grandine di latta. Cinque barattoli di birra vuoti lanciati contro le pareti per tentare di distruggere l’invisibile altoparlante. E giù a ridere, ancora.
“…come la corte di Saneonymous…” si udì ancora nella voce morente della filastrocca.
Ma dai, disse uno, mitighiamo questo squallore. E brandendo un pennarello verde si avviò verso una delle pareti.
Fu in quel momento che sentimmo il vento. Da dove filtrasse non si seppe mai.
Era con raffiche a singhiozzo, e a ogni refolo il mantello si spostava.
Un mantello e una spada, nulla di più.
Prima quello col pennarello, poi gli altri. La lama li decapitò in rapida successione. Le loro teste rotolarono là, tra le lattine vuote della birra.
Mi inginocchiai e chinai il capo. Ero pronto, conoscevo il mio destino.
“Abbi tu il segno della mia gratitudine e il premio alla tua fedeltà”.
“Sì, Maestà. Sarà così per sempre, finché tu vorrai che Dunnottar riposi nell’oblio”.
E la spada mi segnò la spalla, finalmente. Io, adesso, cavaliere fedele di Re Vermiglio.

3 Marina Raccanelli

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.

Una strana impressione di dejà-vu mi ossessionava fin dal primo momento che avevo intravisto le sue grigie torri diroccate, oltre la bassa vegetazione della brughiera solitaria; non riuscivo a capire se la sensazione si riferisse a qualche mia esperienza di viaggio compiuto in passato, di cui non mi ricordavo più in modo distinto – avevo viaggiato così tanto in vita mia, per dovere o per piacere…oppure, se si trattava di un ricordo non mio, quasi fossi entrata, alla vista del castello, dentro una dimensione diversa, di leggenda, favola o mito.

Inciampai sul primo gradino, consumato dal tempo, e mi riscossi dalle mie fantastiche meditazioni. Entrando attraverso il grande portone cigolante di legno massiccio, con potenti cardini in ferro battuto, avvertii una sensazione di freddo umido crescente; sì, era davvero più freddo dentro che fuori! I miei compagni di viaggio smisero istantaneamente di lamentarsi per la stanchezza e la scomodità del cammino, e un silenzio assoluto dominò il grande atrio del castello: un silenzio di stupore ed ammirata meraviglia, mista a un brivido di timore.
L’ambiente era davvero enorme, quasi fosse stato costruito da giganti anziché da uomini, illuminato a stento dalla luce morente del giorno, che penetrava attraverso le fenditure del tetto sconnesso.
Una finestra alta e stretta, ad ogiva, era priva di battenti e contornata da un ornamento di lunghe ragnatele fluttuanti; un attimo, e attraverso il vuoto spazio esterno, all’improvviso fece ingresso il volo convulso e angoloso di tre grandi pipistrelli, con un fruscio inquietante che ruppe infine il silenzio. Qualcuno alle mie spalle, una donna, si mise ad urlare istericamente.
“State calmi, ragazzi – disse con la sua voce pastosa la nostra guida – non c’è niente da temere, si tratta solo di innocue bestioline!”
Accese la sua grande torcia e fece ruotare una fascia luminosa tutto all’intorno: apparve un lungo tavolaccio di legno scuro, al centro, sormontato da un candelabro in peltro a tre braccia, e un camino di proporzioni ragguardevoli, al alto opposto dell’atrio. Un odore indefinibile, la cui nota dominante sembrava essere quella di una particolare muffa locale, intensificata dal tempo, penetrava nelle nostre narici. Qualcuno cominciò a starnutire.
I nostri sguardi furono presto attirati (eravamo una decina di persone di età differenti) da un alone di polvere, che sembrava scendere lentamente dal camino…aumentava progressivamente di spessore, finchè, con uno strepito improvviso ed un “ohh” di modulato stupore da parte nostra, dentro uno spettacolare alone di fumo nero apparve un cavaliere, nero anche lui per l’appunto, avvolto da una cotta di maglia pesante e con un elmo sul capo, sormontato da un emblema a forma di pipistrello!
Si bilanciò sulle lunghe gambe, poi rimase perfettamente immobile davanti al camino, con la sua gigantesca ombra nera proiettata dietro di lui dalla pila della nostra guida…che, agghiacciata come noi tutti da una sensazione di sacro terrore, non osava muoversi…la donna dietro a me urlò di nuovo, e di colpo la scena divenne caotica.
La pila era caduta a terra e si era spenta; ognuno cercava di uscire e di mettersi in salvo urtando contro i compagni, senza più distinguere il davanti dal dietro, l’alto dal basso, l’amico da un pipistrello, un ombrello dalla spada del cavaliere nero, un corpo da un fantasma…
Giunsi al portone – non so neppur io come lo trovai in quel caos terrificante – lo spinsi con tutte le mie forze e caddi a terra per lo slancio! ruzzolai giù dal gradino d’ingresso ma non sentii dolore, preoccupata com’ero per la situazione.
Mi rialzai velocemente, quasi avessi una molla dietro il sedere e …non c’era più il viottolo sterrato che portava al castello, ma un vasto spiazzo circolare illuminato da decine di torce fumanti: una folla di persone vestite in modo strano ed arcaico si sbracciava in modo scomposto e lanciava incomprensibili urla…tuttavia, la scena non aveva nulla di minaccioso, anzi, tutta quella gente sembrava felice…all’improvviso, le figure di due uomini a cavallo apparvero, scure ed imponenti, ai lati opposti dello spiazzo, e iniziarono a fronteggiarsi in silenzio, sporgendo due lunghe lance…

4 Morena Fanti

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Durante la salita sentivo la mano di Giorgio dentro la mia, fiduciosa e presente, anche se non so bene chi dei due tirasse l’altro. Giorgio allora aveva otto anni ed era già una piccola persona interessante, anche se era all’epoca molto solitario e insicuro. Quando arrivammo in cima ci sedemmo sul prato davanti al Castello a riprendere fiato. La salita era stata faticosa ma la vista ci stava ricompensando ampiamente.
Il Castello si stagliava contro il cielo color nebbia e i contorni sfumavano nel nulla.
Giorgio era stranamente silenzioso e fissava il cielo come a cercare qualcosa.
Il silenzio era irreale e l’unico rumore era il grido dei gabbiani.
All’improvviso sentimmo un rumore. Giorgio fu il primo a notarlo e si alzò in piedi di scatto.
Ascoltò con i muscoli tesi e le braccia contratte, poi si girò a guardarmi con aria interrogativa.
Io non avevo sentito bene e cercai di tranquillizzarlo. In quel momento il rumore si ripeté, come un cigolio, uno stridere informe e sottile. Mi alzai e presi la mano di Giorgio. Rimasi in attesa per capire da dove giungesse il rumore, poi mi incamminai verso un gruppo di cespugli in fondo al prato. I nostri piedi affondavano nell’erba umida. C’erano alcuni fiori viola in mezzo all’erba, li notai solo in quel momento. Eravamo completamente soli lassù. Mio fratello e sua moglie non erano voluti salire con noi e Giorgio era affidato a me. Mi domandai se avevo fatto bene a salire da sola con un bambino così piccolo.
La nebbia stava aumentando e il paesaggio scompariva sempre di più.
All’improvviso ci fu un rumore più forte, il cespuglio si mosse come fosse animato e da dietro i rami uscì una matassa di capelli rossi e arruffati. La testa rossa fu seguita da una mano che si tendeva verso di noi e una voce: “Su, aiutatemi. Non vedete che non riesco a salire?”
Tesi la mano verso la voce e finalmente vedemmo il motivo del rumore: una ragazzina poco più alta di Giorgio con un abito viola troppo grande per lei e un cestino di vimini coperto da un tessuto a fiori rossi e gialli.
Il cestino era la fonte del “cigolio” di poco prima: lo scoprimmo in quel momento. Il tessuto si muoveva e il rumore divenne più forte. La ragazzina mi porse il cestino e mi fece segno di scoprirlo. Sotto la stoffa a fiori c’era un gattino completamente nero che piangeva affamato. Misi il cesto all’altezza di Giorgio e lui sospirò sorridendo. Allungò la mano e accarezzò il gattino che parve calmarsi.
Sollevai gli occhi per chiedere spiegazioni alla bambina e non trovai nulla davanti a me: la ragazzina era sparita e con lei i suoi capelli rossi e il vestito viola.
Giorgio non aveva occhi che per il micetto nero. Aveva preso in braccio il gattino e lo teneva avvolto nella sua felpa.
Il Castello di Dunnottar ora aveva perso interesse per lui e mi chiese di tornare a valle per cercare subito del latte per sfamare il gattino. Non c’era altro da fare se volevo avere pace e ci incamminammo subito. Giorgio scese da solo quasi correndo, senza tenermi la mano. Con una mano reggeva il gatto e con l’altra lo accarezzava per farlo stare tranquillo.
Quando arrivammo a casa il gattino e Giorgio erano già addomesticati e inseparabili e lo sono tuttora. Il gattone nero che vedi laggiù è proprio lui, Dunn, come lo chiama Giorgio. Sono passati dieci anni e Dunn è sempre stato come un amico per mio nipote: so che si parlano e Giorgio gli confida i suoi pensieri. Sembra trarre da quel gatto grande serenità e forza.
Ma sai qual è la cosa buffa?
Quel giorno, dopo aver sfamato Dunn e raccontato tutta la storia almeno dieci volte ai suoi genitori, Giorgio si è addormentato sul divano e io sono andata dalla persona che ci ospitava lì in Scozia, mister Gordian, e gli ho raccontato la storia.
Lui assentiva con il capo come la conoscesse già e arrivati al punto in cui la ragazzina è uscita dal cespuglio ha detto:
“Sarah è ricomparsa. Lo devo dire a mia moglie.”
“Sarah?”
“Sì, la figlia di Lord Edward Dunnottar. E’ morta quando aveva dieci anni cadendo dal dirupo. Un incidente inspiegabile.”
“Oh, che disgrazia. I suoi genitori saranno inconsolabili.”
“Lo sono stati certo. Finché erano in vita. Lord Edward e sua moglie sono morti nel 1697.”
“… ma allora…”
“Sarah ogni tanto ricompare. Il Castello era la sua casa e lei non si è mai staccata del tutto.”
“E il gattino?”
“Sarah sa sempre cosa è meglio. Si fidi signora. Se ha fatto in modo che suo nipote lo trovasse significa che sarà una presenza importante per Giorgio. Vedrà, un giorno mi darà ragione.”
Così domani partiamo per la Scozia, solo Giorgio ed io. E Dunn ovviamente.
Devo assolutamente dire a mister Gordian che aveva ragione.

5 Stefano Mina

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.

L’escursione si era rivelata davvero difficoltosa. Pensare che Cinthia e io, di camminate ne avevamo fatte, in questi anni. Forse l’umidità, la nebbia, che per fortuna ora si stava diradando e le rocce così frastagliate avevano contribuito a renderla maggiormente ardua.
Giunti in cima però la fatica lasciava posto allo stupore per la bellezza che ci circondava.
In lontananza, oltre il vecchio castello che ora si ergeva davanti a noi con tutto il suo carico di storia e di mistero, la suggestiva visione di un mare d’ardesia si fondeva con il grigio del cielo.
“ E’ stata durissima, ma ne è valsa la pena, non trovi cara?”
“ Beh! se non fosse per questa umidità che toglie il respiro, direi proprio di sì … non riesco però a capire come sia venuta a Marta l’idea di portarci fin quassù, proprio lei che detesta camminare, e poi quanto ha insistito !?…

Il motivo di questa nostra gita l’avevo intuito da tempo e lo trovavo, sì bizzarro ma tipico di Marta.
Marta era “il mio principale”, un vero mastino e ultimamente si era presa una cotta adolescenziale per me. Naturalmente fingevo di non rendermene conto per evitare di essere scortese e di cacciarmi in una situazione alquanto sgradevole. Tutti ne erano a conoscenza in azienda, tutti tranne Cinthia, fortunatamente. Non è il tipo, Cinthia da accettare certe cose.
In un primo momento, anch’io mi ero stupito per quella strana proposta di vacanza, in quel posto sperduto nel nord della Scozia. Ma dopo essermi documentato, cosa che facevo sempre prima di partire per un viaggio, tutto fu chiaro. Avevo scoperto che una delle leggende popolari attorno al castello di Dunnottar era incentrata sul suo potere magico. Niente vampiri o lupi mannari, no niente di tutto questo. Davanti al castello vi era uno spiazzo naturale una sorta di terrazza a strapiombo sul mare. In fondo allo spiazzo vi era un’appendice rocciosa, come una piccola piattaforma. Chi, in una notte di luna piena, vi fosse salito poteva esaudire un proprio desiderio.
Per questo semplice e assurdo motivo Marta aveva scelto quella meta, nonostante odiasse la montagna e la fatica fisica.
Pensava di riuscire a conquistare il mio cuore servendosi della magia, dato che non vi era riuscita con le normali astuzie della seduzione, le quali spesso consistevano in esplicite minacce di licenziamento. Ma con me si era comportata in maniera diversa. Forse era davvero innamorata.

Aspettammo Marta e raggiungemmo gli altri due membri della spedizione che ci aspettavano 50 metri più in alto.
Questi erano Ugo e la guida locale che egli aveva contattato, giorni prima, affinché ci conducesse al castello. I due parlottavano fra loro come vecchi amici.

Ugo era per così dire il compagno di Marta. Lavorava anche lui in ditta da alcuni anni ma nessuno sapeva con precisione quali fossero le sue mansioni. Provavo per lui un misto di rabbia e tenerezza. Più che l’amante del capo, a me pareva un fedele cagnolino, così servile e sottomesso. Sopportava ogni genere di angheria, di umiliazione, e tutto per stare accanto ad una donna che, era evidente, provava per lui soltanto attrazione fisica.

Giungemmo finalmente davanti al portone d’ingresso del maniero. Era quasi buio. Tutto lasciava presagire una notte luminosa. In lontananza una splendida luna fece la sua apparizione nel cielo color bitume. Tonda come ogni luna piena che si rispetti.
“Appena in tempo” disse Marta con quel poco di energia che le era rimasta.
“Ora possiamo accamparci nel rifugio. Ugo che aspetti, vuoi aprire quella porta?” Sbuffò acida.
Ugo sorrise e strisciò all’interno della baita dove avremmo trascorso la notte. In quell’istante, più che un verme a me parve un serpente.
Passarono circa due ore. Dopo che ci fummo ristorati e riposati, Marta mi si avvicinò e sussurrò: “ Vieni caro, ti voglio mostrare una cosa”.
Lasciammo il resto della compagnia attorno al fuoco a ascoltare le simpatiche storielle che Ugo, abile narratore, stava raccontando. Io che odiavo le barzellette fui ben lieto di uscire fuori dalla capanna.
Marta mi invitò nuovamente a seguirla.
Naturalmente immaginavo quale fosse la meta.
Infatti di lì a poco ci trovammo a ridosso dello strapiombo e Il mio capo salì sulla fatidica sporgenza. Finsi un credibile “ ma che fai cara, sei impazzita, rischi di cadere…” Sotto a 300 metri circa, nel silenzio della notte si udivano le onde infrangersi dolorosamente contro la base del monte.
Lei improvvisamente alzò le braccia verso il cielo. Guardò me e poi la luna e infine gridò:
“Ora tu sarai mio, per sempre”
Fu un lampo. Un attimo prima, la sua bianca figura si stagliava nell’oscurità come la polena di una nave e un istante dopo, il tempo di un battito di ciglia, Marta sparì nel nulla, come inghiottita. Solo un grido. Un suono lancinante che rapidamente sfiorì nelle tenebre fino a scomparire del tutto. Ero come paralizzato quando il resto della combriccola sopraggiunse al mio fianco. Avevano sentito quell’urlo terribile e si erano istintivamente precipitati fuori. Cinthia e la guida si sporsero dalla terrazza quel tanto per capire cosa fosse successo. La roccia sporgente aveva ceduto. Dopo settecento anni.
Ugo mi teneva un braccio sulla spalla. Con uno strano e diabolico sorriso sulle labbra disse, guardando nel buio:
“Anch’io avevo un desiderio da esprimere Marta, il mio è stato esaudito. E il tuo?”

6 Fernanda Ferraresso

“Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar”.
Era ancora presto perché la nebbia si diradasse. Ce ne sentivamo immersi o forse sommersi. Le grida degli uccelli penetravano quella densità così fitta dell’aria come spari dentro urne di vetro da cui sembrava fuoriuscisse il tempo. Persino gli odori sembravano farsi più pungenti e acri: terra, salsedine ed erbe mischiate all’aspro amaro di polvere da sparo. A precipizio sugli strapiombi cadevamo anche noi, con il castello a picco dallo sperone su cui s’innestava. E con noi gli odori e i suoni: inghiottiti dentro, dai pensieri. Facevano fiorire paesaggi che si appostavano tra i grani di nebbia come fossero gocce di una pellicola scomposta: grani di platino luminescente e ombre. Qualcosa di surreale stava per capitare o stava già accadendo. Sembrava che quei grani di luce, toccandomi il corpo, scomponessero e ricomponessero anche me, come una storia che agisca sugli attori che l’incarnano, prendendone i connotati. Mi sentivo teso ma non riuscivo a ritrarmi da quella specie di morgana, da quell’incantesimo del castello. Più ci avvicinavamo, più l’effetto si propagava alle cose. Ero convinto che saremmo transitati attraverso un varco e ci saremmo trovati altro. Persino le pietre erano vive. Questo non fece che aumentare lo stato d’ansia di poco prima e, ancora un volta, mi sentii spinto a proseguire, non già a tornare indietro. Indietro dove? La nebbia s’era chiusa dietro i nostri passi, più plastica, materica. Qualcosa, forse un’ala di volatile, pesante, bagnata mi strisciò il viso. Pensai imminente una pioggia, avrebbe risolto quel paesaggio manomesso, sgranato, appunto, da una sabbia incorporea e tormentata, nebulosa. Ripetevo tra me le coordinate del posto. Il castello si trova lungo una strada secondaria. A due chilometri c’è Stonehaven. Sul Mare del Nord, a circa cinquanta metri d’altezza, l’unica via d’accesso dalla terra ferma è uno stretto sentiero, una serpe che si snoda lungo la roccia. Eravamo controvento ora, e sembrava un flusso di persone, tanto era forte avanzando. Conquistammo lo sperone isolato di roccia nera del castello. Sembrava un insieme di figure tagliate nelle pietre della sua stessa storia, ora a picco anch’essa, come il manufatto, su quelle scogliere a strapiombo. Mi guardai intorno. Un camminamento in discesa, di gradini, portava al livello della scogliera. Oltre al mastio, tutte le altre costruzioni sparse qua e là, non davano l’idea di essere parte vera e propria del castello, piuttosto una cittadella fortificata dove i secoli di storia della Scozia ancora campeggiavano, tra le case rimaste, il rosso del sangue e la barbarie delle oscure vicende vissute in quei luoghi. Sembrava che i vichinghi e Cromwell abitassero lì e, pur con un salto di molti anni, si scambiassero il ruolo di attaccante. Dentro quel baluardo c’era qualcosa, non il tesoro della corona o le carte di re Carlo, c’era qualcosa che andava nascosto, magari confuso in mezzo ad altri fatti di sangue. Più ci addentravamo e più quella sensazione di dissolvermi si acuiva. Sentivo farsi buio e qualcosa mi spingeva verso una direzione precisa. Toccando con le mani le pietre mi pareva di toccare altre mani, rimaste lì, come scritture incancellabili. A stento e con grande difficoltà mi pareva di distinguere dal frastuono del vento delle voci: donne, uomini, come se stessero subendo torture atroci e, ancora più sconvolgente, sentivo voci di bambini, pianti strazianti e crudi comandi di soldati. Preghiere e grida: si mischiavano dentro la mia testa, dentro quel grande urlo del vento che saliva dal mare e portava via la nebbia, scoprendo altri uomini e donne radunati qua e là tra i ruderi, come se qualcuno, oggi, anacronisticamente, stesse recitando una storia appartenuta ad altro tempo ma mai dismessa realmente. Li vedevo, erano sbucati dalla nebbia, da quel niente, materializzando, forse, le mie fantasie o ciò che avevo letto solo poche ore fa, prima di partire dall’albergo. Temetti di stare male, di vivere uno di quei momenti di sdoppiamento della personalità, non so dire con chiarezza. Non potevano essere così reali, così vicini e veri. Un salto nel tempo, un buco nero dentro la mia vita? L’unica cosa che mi diede davvero uno scossone fu vedere lui, lì, in mezzo a quella scena. Lui, Franco, Franco Z., mentre sembrava dirigere tutte quelle comparse. Era su un set e, vicino a me, c’era persino Amleto.

7 Panirlipe

“Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Era il nostro ultimo giorno insieme, poi sarei partito per un lungo viaggio che mi avrebbe portato in Oriente. Avevamo molte cose da dirci ed io temevo di non avere tempo a sufficienza.
Perché le onde si frangevano con una potenza tale da allontanare i gabbiani e il sole, che quando ci accolse alla stazione era insolitamente caldo, ora si era nascosto.
Alcuni turisti uscivano di corsa dal castello, salivano su piccoli autobus o inforcavano biciclette cariche di bagagli.
“Ti piace?” le chiesi.
“Sì, molto”.
“Da piccolo giocavo a nascondermi con i miei amici”.
“Là dentro?”
“Sì, tra quelle mura”.
Lei alzò il bavero della giacca, cominciava ad avere freddo.
“Io non lo farei mai. Hanno ucciso e torturato centinaia di persone nei sotterranei”.
Non nascosi il mio stupore.
“Ma è successo quattro secoli fa!”
“Il respiro della morte rimane”.
Volevo dirle che se questo era il suo pensiero, non avrebbe dovuto calpestare quel prato che si era tinto di rosso più volte. Volevo dirle di stare alla larga da numerose piazze europee nelle quali furono giustiziati i prigionieri, gli eretici e le streghe.
Ma non dissi nulla di tutto questo perché era evidente il suo malumore. Forse temeva il mio distacco, il pensiero che me ne andavo per un mese. Forse non temeva nulla, era solo stanca di quella situazione sospesa e cercava un pretesto per risolverla.
“Sai, in questo castello hanno anche girato un film…”
“L’Amleto, ovviamente” rispose piccata.
Restai con le parole in bocca. Osservai il mare e una nave lontana, sbattuta dalle onde. Immaginavo come potevano sentirsi i marinai con lo stomaco che sale e scende all’improvviso.
“Quasi come me” pensai, intuendo che di lì a poco qualcosa doveva succedere.
Il cielo era una cappa viola, si vedevano alcuni bagliori, come se al di sopra delle nuvole qualcuno si divertisse con l’interruttore della luce. Scendeva anche una pioggia fine, quasi inavvertibile perché il vento la portava via ancora prima che cadesse.
“Posso farti una domanda?” disse lei improvvisamente.
“Certo”.
“Perché sei così?”
“Così come?”
“Freddo, distaccato, impassibile!”
“No…non capisco”.
“Non importa, lasciamo perdere. E’ meglio”.
Rimasi fermo, con i pugni in tasca, gli occhi fissi sulla nave sempre più lontana. Poi presi coraggio.
“Perché dici questo? Non mi sembra di essere così”.
“Lo sei da molto”.
“Ma…c’è qualcosa che non va?” le chiesi, quasi incredulo per quel rimprovero che ritenevo ingiusto.
“No, va tutto bene. Sto solo valutando le tue oscillazioni”.
Allargai le braccia.
“Non so, forse ti ho dato questa impressione ma molte volte anche tu mi sembri…”
“Va tutto bene, lasciamo perdere” replicò.
“No, non va bene. Mi hai detto più volte che le mie parole ti fanno paura, ti spingono a scappare. Ora mi dici che sono freddo, distaccato. Come devo essere?”
Era iniziato a piovere fitto e lei corse verso un piccolo autobus di turisti.
“Fermati! Dove vai?”
“Ciao, ti auguro di fare un gran bel viaggio!” disse salendo sulla vettura.
La osservai mentre diceva qualcosa alla guida e passarsi la mano sui capelli bagnati.
Era fuggita di nuovo, come qualche anno prima, senza spiegazioni.
Tornai alla stazione di Stonehaven seguendo lo stesso sentiero, lasciando che la pioggia facesse il suo dovere. Sentivo le lacrime salate scendere lungo le guance, scavare solchi e bruciare. Lenite subito dalla pioggia, che andava ad ammorbidire e chiudere le ferite.
Ad ogni passo rimuginavo su quelle parole, sull’amara sorpresa che lei mi aveva riservato. E cercando di non scivolare, stando attendo a dove mettevo i piedi, trovai la parola che lei avrebbe dovuto usare: equilibrio.
E lo gridai forte, verso il mare, verso la nave che ormai non si vedeva più:
“Non ero freddo e neppure distaccato. Ero semplicemente più equilibrato!”

8 Alivento

Dalla piccola stazione di Stonehaven tra la nebbia e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”
La nebbia si diradò e cominciò a nevicare, la neve cadeva a piccole sfere soffici e fredde che si posavano col fruscio dei lenzuoli pregiati di seta quando la mano li muoveva o quando Marilina, nel sonno, voltandosi su di un fianco, sbrigliava le cosce morbide dal loro abbraccio avvolgente di crema.
Ci sedemmo su una roccia piatta, a riprendere fiato, a guardarci attorno, a cercare con gli occhi la secolare magnolia. “Vuoi una mela?” dissi porgendo il frutto a Marilina. Marilina si commosse per il delicato gesto di quotidianità. L’offerta semplice di cibo a lei che in quel momento niente riusciva a mangiare. Eravamo stanchi io e Marilina del lungo viaggio. In aereo, treno, automobile e con ogni mezzo di fortuna. Non era stato un bel viaggio. Dagli Stati Uniti traversando l’oceano eravamo giunti in Scozia per un patto romantico: recarci lì al castello di Dunnottar, il luogo che dava il titolo al best sellers internazionale, galeotto del nostro incontro. C’eravamo incontrati un anno prima a New York in libreria, mentre lei cercava un libro che l’attraesse ed io un saggio di storia medievale. Le avevo rivolto la parola per un’indicazione banale ed ero rimasto incantato dagli splendidi occhi verdi di Marilina. Di un brillio particolare. “Dio” pensai in quel momento “in questo sguardo verde mi ci potrei perdere per l’eternità”. Ero sgomento, come sull’orlo di un precipizio. Pur di non interrompere quel contatto visuale, continuai a parlare di tutto quello che mi passava per la mente. Le consigliai il libro di Karen Kleenex “Al castello di D”, una delicata storia d’amore ambientata in pieno diciassettesimo secolo che percorreva con fedeltà di particolari le intricate ed oscure vicende storiche del castello. Poeticissimo in particolare il racconto dei due amanti osteggiati che giuravano reciprocamente di mai separarsi ai piedi dell’albero di magnolia piantato da loro stessi in cima al promontorio. Mi sentivo stupido nel raccontare certe cose, ma non potevo farne a meno di cercare il suo ascolto, la sua vicinanza, come stordito e affamato dal verde di quegli occhi.
Ci lasciammo con la promessa di ritrovarci. Per parlare del libro naturalmente. Una volta che Marilina l’avesse letto. Ci ritrovammo perdutamente innamorati. Lei dimenticò William, il suo millenario fidanzato, io Erika, mia moglie. Un matrimonio ormai liso da anni di indifferenza e di crisi. Erika, rampolla ricchissima di una ricchissima famiglia pensò bene di farmela pagare, perseguitandomi senza alcuna tregua ed esclusione di colpi. Non ultimo quello di scatenarmi contro le figlie che adoravo. Ero distrutto dal bisogno di difendere l’amore ritrovato, dal desiderio di non perdere l’amore delle mie bambine e dalle battaglie legali estenuanti. Per questo, anche se non era ancora la stagione calda, io e Marilina avevamo pensato a questo viaggio, ne sentivamo un bisogno quasi fisico: staccare da tutto quello che era orpello, ostacolo al nostro essere uniti. Adesso finalmente eravamo lì, ad un passo dal nostro sogno, caparbiamente convinti che una romantica ingenua promessa potesse capovolgere ogni cosa.
Era la fine di marzo, nonostante avvertissimo il freddo, non si stava male tra i ruderi del castello di Dunnottar, la neve ovattava ogni suono, il rumore del mare, il richiamo dei gabbiani, come se qualcuno avesse abbassato il volume del sonoro di un video Nell’aria una scia dolce di profumo ci faceva da guida. Ci alzammo per raggiungere l’albero incantato. Tra le rovine s’ergeva scuro e magnifico. Le grandi foglie lucide e verdissime. Non c’erano fiori sull’albero ma l’aria, la neve, il respiro odoravano come se l’albero fosse splendidamente in fiore. All’ombra della sua chioma avremmo giurato di restare per sempre uniti e così sarebbe stato. Entrammo nello specchio d’ombra della magnolia e l’uno di fronte all’altro e ci prendemmo le mani nelle mani, guardandoci negli occhi in una mutua intesa d’amore.
Sotto l’albero non c’era neve, non c’era freddo, né pensieri, né dolore. Si stava così bene che io e Marilina scorgendo un incavo adatto formato dai solchi profondi delle radici che s’interravano, ci accucciammo ai suoi piedi, le spalle poggiate ad un ingrossamento legnoso che ci sosteneva, e restammo abbracciati nel covo per un tempo che non saprei quantificare.
I soccorritori trovarono così i nostri corpi senza vita. Abbracciati allo stesso modo. L’aereo che dagli Stati Uniti ci aveva portato in Europa era precipitato. Gli incaricati separandoci per infilarci nei sacchi di plastica ebbero netta la sensazione di commettere in quell’atto un inspiegabile sacrilegio. Inspiegabile come il sorriso che attoniti rimasero ad osservare sui nostri volti.

9 Subhaga Gaetano Failla

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami di gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”
Bussammo. La porta era enorme, e bussare col palmo della mano risultò inutile. Un debole rumore sul legno stagionato, forse vecchio di secoli:
Pim pim pim…
Nulla. Dall’interno nessun segno. Provammo con una pietra, anzi, con tre pietre, siccome eravamo in tre ad attendere lì fuori al freddo:
Van! Von! Ven! (le pietre erano di diverse dimensioni).
Niente, nessuno venne ad aprirci. Provammo allora col campanello, posto in alto a destra:
DRIIN! DRIIN!
Nessuna risposta. Provammo col citofono:
Dlin dlon (rumore classico di vecchi campanelli, ma questo era un citofono).
Nessuna risposta.
Allora decisi io per noi tre. Chiamai al cellulare.
“Pronto!” Finalmente avevano risposto. Il solito trucco di aprire il portone con la chiamata al cellulare.
“Pronto, sì! Eccheccazzo! Stiamo qui a bussare da un’ora, e fa pure freddo. Ma siete tutti sordi!”
“Ma chi parla?!”
“Chi parla?! Agenzia Distruzione Vecchi Castelli Letterari. Per voi è finita!”
“Ma… ma… ma il nostro è un bel castello. Sì, è vero, si arriva qui tra nebbia, gabbiani, rocce e dirupi a picco sul mare gelido – letteratura convenzionale, d’accordo, ma non vecchia…”
“Ah, lo vedremo. Aprite!”
L’enorme porta si aprì, con frastuono e cigolii da vecchi castelli letterari. E dall’oscurità ormai fitta provenne in lontananza l’ululato d’un lupo. Sì, quel castello andava distrutto.
Entrammo. Dopo i primi passi, in un vasto corridoio illuminato dalle fievoli luci delle candele, i miei due compagni sparirono con un urlo in una botola che si spalancò sotto i loro piedi. Meglio scrivere in prima persona singolare, pensai, e così evito pure di descrivere gli altri due personaggi, fortunatamente spariti. Comunque – notai ancora – candele, botole, urla, perfino la luce fievole: un vecchio castello letterario da demolire.
Il castellano – un tipo d’una sessantina d’anni, alto e segaligno – si presentò a me nei panni d’un improbabile rapper. Pantaloni larghissimi e sbracati, auricolari musicali, uno spinello in bocca, un nome tatuato sulla guancia destra.
“Batti cinque uomo!” disse il castellano.
“Non ci provare!” intimai. “Qui c’è puzza di muffa letteraria e non mi freghi con questi travestimenti.”
Strofinai violentemente col pollice bagnato di saliva la sua guancia destra – il tatuaggio perse colore e iniziò a cancellarsi. Poi gli strappai un auricolare e lo accostai al mio orecchio: Wagner, come sospettavo. Gli tolsi dalle labbra quel finto spinello e feci due tiri. Tabacco scozzese da pipa e nient’altro. Vidi una gigantesca ragnatela pendere da un soffitto e, per un attimo, sfrecciò un pipistrello davanti a me. Un vecchio castello letterario. Andava distrutto.
“Mi perdoni signore, ma temo che siamo incappati in uno spiacevole equivoco,” disse il castellano. Poi si corresse, e un po’ impacciato aggiunse:
“Ehm… no, volevo dire… Aoh, stronzetto, te stai a sbaglia’!”
Fino ad allora avevamo parlato in inglese del Seicento, ora il castellano provava a fare il romanaccio, rendendosi in quel modo semplicemente patetico.
“Ora basta!” Alzai la voce, con autorità. “Questo castello va distrutto!”
“No, no…” implorò il castellano. “La prego…”
“Basta, finiamola qui,” dissi, un po’ impietosito. “Non prolunghiamo questa sofferenza.”
Mossi il mouse, cliccai sulla X per chiudere. Sparì il racconto. Poi spensi il computer, e il video divenne scuro.

10 Donatella Righi

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra la nebbia e i richiami di gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar…”

Era ormai sera e, nonostante sulla guida fosse scritto che l’orario di apertura non si protraeva oltre le 17, io e Ric, il mio fedele spinone, ci piantammo davanti all’immenso ingresso, pronti a chiedere un’accoglienza caritatevole. Presto sarebbe calato il buio e non mi sembrava opportuno ritornare al villaggio lungo l’impervio sentiero.
Bussai ripetutamente con energia. Poco dopo si aprì uno spioncino e una voce baritonale sentenziò che il castello era chiuso e l’ingresso era ormai impossibile per quel giorno.
” Per cortesia” implorai “chiedo di poter usufruire del servizio di foresteria, come si dice qui, a pag. 210 della guida.”
La bocca fornita di sottili baffetti grigi tuonò: “Il servizio è momentaneamente sospeso!” mentre la finestrella si richiudeva su una mia ulteriore supplica, per cui mi rassegnai a escogitare il modo di trascorrere alla meno peggio la nottata.
Nel frattempo Ric non faceva che scrollarsi il pelo, nell’illusoria convinzione di liberarsi dell’umidità e si strusciava contro i miei pantaloni, non so bene se per asciugare ulteriormente il pelame o per dimostrarmi comprensione.
“Pazienza, Ric, non sarà una notte passata all’addiaccio a impedirci di gustare la nostra vacanza. Pianterò la tenda in quella radura e aspetteremo che si faccia giorno. Su, forza, seguimi”
Ric scodinzolò di malavoglia e si accovacciò su un masso tondo mentre io mi apprestavo a campeggiare.
“Madame, please, madame” strillò in quel momento la voce baritonale, che aveva deciso di riaffacciarsi alla brughiera ormai oscura, ma con essa ora compariva anche una testa tonda e calva, nonché un corpo tozzo e panciuto, piazzato su due gambe corte e robuste.
Il custode, affacciato al portone, mi chiamò a sé con enfasi, ripetendo più volte gesti e parole.
Ric abbaiò disgustato poi passò a un leggero ringhio protettivo.
“Buono, Ric” lo rassicurai mentre mi dirigevo verso l’uomo.
“Madame, please, non si fermi qui, non è consigliabile di notte. Si parla di animali selvatici e affamati che infestano le colline e, per quanto io non ne abbia mai visto alcuno, non trovo ragionevole esporsi a tanto pericolo. La prego, Madame, raccolga le sue cose e mi segua.”
Il custode mi precedette facendosi luce con un lume ad olio, finché giungemmo in una piccola stanza illuminata e riscaldata da un camino.
Ric si scelse un tiepido angolo a ridosso del muro e dal suo mugolio ricavai che era di suo gradimento.
“Potrà riposare qui” disse l’uomo indicandomi un piccolo letto “però non ho nulla da offrirle per rifocillarsi.”
“Non importa, ho qualcosa con me da sgranocchiare” e già pensavo al the ristoratore che presto mi sarei preparata con il mio fornelletto. “Anzi, se le fa piacere, vorrei condividere con lei le mie scorte di viveri, per ringraziarla dell’ospitalità. “
Mentre gustavamo gallette di cereali e biscotti al miele, l’uomo mi raccontò della sua vita da custode, dei giorni che trascorreva lassù, in quel mondo fatto di antico, delle frotte di turisti vocianti che volevano vivere l’emozione della presenza del fantasma che si credeva popolasse quell’edificio.
“Ma è tutta una messinscena. Loro vogliono rumori, scricchiolii ed eccoli serviti dal vento che infilandosi nelle fessure diventa lamentoso. Cercano tracce misteriose, presenze evanescenti ed io mi premuro di seminarle qua e là, preparandole ad arte. Quando li accompagno in visita e comincio a raccontare la storia della famiglia che qui ha regnato per oltre tre secoli, vedo la noia scendere sui loro occhi, li avverto disinteressati.
A loro non importano guerre, intrighi, politiche nobiliari, vogliono fatti torbidi e inquietanti: torture, morti, faide, veleni e…”
“… fantasmi!” concludo mentre verso il the fumante nelle tazze.
“Sì, ma qui ci sono solo pietre che raccontano di vita vera, come è sempre stato da millenni, non di fantasie, di invenzioni, buone per far rabbrividire. Pemba, la donna-angelo precipitata dalle finestre a sud del castello, non è altro che una fiaba ad uso dei visitatori. Si dice che in certe notti ritorni tra queste pareti e si ripeta la tragedia che la strappò alla vita. Si dice pure che rimangano piume bianche sparse lungo il dirupo, strappate alle sue ali non abbastanza potenti per volare.”
“Ovviamente non è così…” giudicai io trattenendo a stento la curiosità.
“Certo, non è così. Pemba aveva imparato benissimo a volare, una capacità nata con la sua natura stessa di donna. Quella volta precipitò da questa rupe, ma non per concludere la sua vita, bensì per iniziarne un’altra, nascosta a chi l’aveva conosciuta.”
“Ma… ma… io credevo che lei volesse smentire questa leggenda, che fosse stanco di trattare una vicenda dell’immaginazione…” balbettai sbalordita dalle parole del custode, mentre posavo la tazza ormai vuota.
” Io non confermo e non smentisco nulla, io custodisco, faccio sì che ciò che è stato si perpetui, che ne rimanga traccia. Come ogni custode. Adesso, se mi permette, vorrei ritirarmi. Le auguro una buona notte.”
Il mattino seguente, ai primi chiarori del giorno, raccolsi le mie poche cose, chiamai Ric e, prima di andarmene, passai dalla camera dove il custode aveva trascorso la notte, per lasciare un saluto e un ringraziamento.
Lo trovai ancora addormentato, supino, con le braccia aperte e la bocca atteggiata a un sorriso. Intorno a lui molte piume bianche illuminavano la stanza.

11 Annalisa Ferrari

Dalla piccola stazione di Stonehaven, tra le nebbie e i richiami dei gabbiani, percorremmo tre miglia a piedi, lungo un viottolo sterrato, stretto e scivoloso. Tra rocce, grotte e rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord, arrivammo finalmente al Castello di Dunnottar.

Mario si girò con un sorriso di trionfo, non appena le rovine si fecero strada in mezzo al grigiore. Respirava forte, ansante per la camminata, ma sorrideva. Mi stava dicendo che, ancora una volta, aveva avuto ragione lui. Che le foto, sarebbero venute, tra quelle mura, su quel mare, una cosa fantastica. Lo superai in fretta, urtandolo appena con lo zaino caricato sulle spalle, che non vedevo l’ora di sbattere in un angolo. Lo stretto sentiero in pendenza che si snodava lungo la roccia non mi piaceva. Preferivo terra sicura sotto i miei piedi e cominciai a respirare solo quando riuscii a sedermi nell’erba umida e ad appoggiarmi a una delle pareti.
“Be’?”, fece Mario quando mi raggiunse.
Dovetti alzare lo sguardo: stava lì, gambe larghe e mani sui fianchi, ancora con lo zaino addosso. Aspettava che ammettessi di aver sbagliato. A Mario non piaceva solo vincere; bisognava anche dargli la medaglia e la pacca sulla spalla.
“Sì, è bello questo posto, bello.”
Appoggiò lo zaino a terra, piano. Aveva portato le macchine fotografiche e le ottiche. Aveva detto che tanto valeva provare subito qualcosa, se il posto funzionava.
Si sedette vicino a me e cominciò ad agitare piano la mano per aria, disegnando scenari che aveva già costruito, lì ci mettiamo questo, lì quello, là facciamo così…
“Sara potrebbe mettersi lassù…”, e qui si alzò e mi voltò le spalle, agitando il braccio verso il prato. Perché il coraggio di parlare di Sara, di guardarmi in faccia mentre spiegava dove l’avrebbe messa in posa, quello non ce lo aveva ancora, il mio amico Mario.
Amico e collega da un sacco di anni. Sempre insieme, fin dalla scuola di fotografia con quel matto di Stefano, a Siena. Insieme, nel trasferimento a Milano, perché lì gira la vita e la grana, diceva Mario, e le donne, caro mio, le donne.
Aveva ragione, sì. A Milano avevamo davvero cominciato a lavorare. E a vivere. Mario passava da una ragazza all’altra, da un lavoro all’altro, con leggerezza, costante, deciso. E io dietro. Il lavoro mi piaceva, Milano mi piaceva. E mi piaceva Sara, da un po’.
Mario mi prendeva in giro, ma Sara gli era simpatica. Uscivamo in quattro: Sara, io, Mario e una qualunque, ogni volta diversa.
Poi, pochi mesi prima, Mario aveva cominciato a non uscire, né con noi, né con le solite amiche pescate chissà dove. All’inizio, avevo fatto qualche battuta su questo amico tutto casa e lavoro, finché, una sera, lui mi aveva risposto:
“Fatti i cazzi tuoi, eh?”, e io ero stato zitto, e avevo detto di sì a quel viaggio, che non mi andava; a quel servizio, di cui non avevamo bisogno; a quei giorni passati a casa del diavolo invece delle sospirate vacanze. Alla fine, avevo detto sì perché sarebbe venuta con noi anche Sara.
È così che l’ho saputo. Nel solito banale modo. Me l’ha detto lei, che da un po’, fra i due, io ero l’intruso, e lui il suo uomo. Perché lei non voleva rovinare i ricordi, ma ora doveva dirmi che, e mi voleva bene ma, non voleva ma, e adesso amo Mario e a Dunnottar ci vengo per lui, mi spiace, rimaniamo amici.
Amici un cazzo, avevo pensato, abbassando la testa e dicendo che sì, certo, sarebbe andato tutto bene. A Dunnottar, tre amici in vacanza e per lavoro, uno, due e il terzo incomodo.
Forse avrei dovuto dar fuori da matto subito, invece di tenermi tutto dentro. Forse avrei dovuto sfogarmi, e dare della puttana a lei e del traditore a lui, e magari anche un paio di pugni. Forse, così, avrei sputato fuori il veleno.
E invece, il veleno è venuto a galla tutto insieme, qui, a Dunnottar, tra le nebbie che svaniscono il castello e il silenzio che c’è ora, dopo che ho spinto Mario giù, tra le rupi scoscese che precipitano a picco sul mare del Nord e che hanno inghiottito il mio grande amico.

3 risposte a “Al castello di Dunnottar

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