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Andare per salti presuppone la volontà e la necessità di staccarsi dal suolo, seppure per un breve tratto. Implica un volo, uno spazio ed un tempo in cui si perde il contatto con il terreno. Annamaria Ferramosca ha percepito nei versi di questo volume un moto interno, una dinamica del sentire, ma, coerentemente con quanto ha scritto nei suoi libri precedenti e soprattutto in piena concordanza con il suo modo di percepire e di vedere, ha corretto il tiro, lo ha ampliato e modulato. Andare per salti è composto da tre sezioni: la prima, eponima, ricalca il titolo del libro, la seconda prosegue con “Per tumulti” e l’ultima va ”Per spazi inaccessibili”. Si ha l’impressione di una progressiva volontà di recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta, pietrosa ma imprescindibile. Il tumulto richiama l’effetto di un sommovimento tellurico. Un terremoto, sia del suolo che del cuore. Gli spazi inaccessibili sono quelli intricati di una giungla, una boscaglia, non certo quelli sgombri ed eterei del cielo. La Ferramosca, anche in questo libro, percorre con coerenza i cerchi e le curve del percorso letterario ed esistenziale che le è proprio. Cammina in punta di piedi ma con forza e tenacia sul filo esile e vitale sospeso tra il corporeo e l’incorporeo, il carnale e l’etereo, tra la paura e la necessità di sporcarsi le mani con la sabbia e con il fango, con il sudore e con il sangue, con la feroce attrazione dell’imperfezione.
In quest’ottica, partendo da questa prospettiva, anche il linguaggio va adattato, ristrutturato e rimodellato, reso strumento duttile e duplice, atto a tracciare sottili linee azzurre nell’etere ma anche all’occorrenza lettere rosse, dense di sangue, piene della goffa e umanissima sostanza del dolore. “Questa sera ruota la vena/ dell’universo e io esco, come vedi,/ dalla mia pietra per parlarti ancora/ della vita, di me e di te, della tua vita/ che osservo dai grandi notturni”. Sono questi i versi, tratti da Incontri e agguati di Milo De Angelis, scelti dall’autrice, con una cura e un’attenzione che non è difficile immaginare, come epigrafe, come stanza d’ingresso per questo suo libro. Esco dalla mia pietra, recita uno dei versi. Da una pietra si esce come, in quale modo, con quale forza e quale strumento? Annamaria Ferramosca in questo libro sembra dirci che dalla pietra si può uscire vivi, senza essere diventati pietra noi stessi, almeno non del tutto. Si esce, forse, se si è capaci di comprendere che non c’è una sola vita da raccontare. C’è anche la vita altrui da dire, da rendere verso, parola. Dalla pietra di una tomba che è già realtà all’atto del nascere ci si salva parlando agli altri della propria vita e della loro, simultaneamente, cercando di andare oltre il confine, superandolo con il tumulto di un cuore che si spezza e rischia di spegnersi da un attimo all’altro ma che, nonostante questo, non smette di camminare e sorridere, a dispetto di tutto, esplorando e rendendo propri gli spazi inaccessibili del significato, di un significato possibile, giusto o sbagliato ma umano, il luogo dove il senso diventa sentimento. “Schizzo via dalla giunglamercato/ obliquando rallento prendo fiato/ rispondo alla domanda muta/ del venditore ambulante/ – è da un po’ che mi fissa perplesso -/ sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzione/ come un bambino fare splash nelle pozzanghere/ se vuoi se hai tempo appena/ il tiglio smette di gocciolare/ ti racconto una stupida vita/ come stupisce come istupidisce”. In questi versi della lirica d’esordio del libro l’autrice, con i mezzi, gli utensili a lei più cari, tesse un filo che unisce passato e presente, la sua produzione precedente e questo suo libro attuale, lo specchio del momento. Un collage tra parole che vengono agglutinate, come in “giunglamercato”, conservando ciascuna un proprio senso che tuttavia diventa nuovo nell’attimo dell’accostarsi, nel gusto mai spento della voluttà del dire. Stesso discorso per i vocaboli creati ex novo, come con i pezzi di un Lego colorato e dalle infinite possibilità, come nel caso di “obliquando”. Ma il gioco della Ferramosca è sempre serissimo, nella forma e nella sostanza. Viene fatto di immaginare un taglio dolce ma severo perfino nel sorriso che le si apre sulla bocca quando fa “splash nelle pozzanghere”. È una delle caratteristiche che rendono riconoscibile la poetica dell’autrice: la serietà nel gioco e la giocosità nella serietà. La commedia della vita che racconta con i suoi versi alterna, potremmo dire “obliqua”, attimi di levità in cui tuttavia non smette di percepire che il mondo è storto, sbilenco, fuori asse, e istanti di ragionamento che non vuole mai rendere del tutto agri. L’ironia, in questo libro, ha sempre un fondo di amarezza per la deriva umana, osservata, percepita, descritta.
Questo libro è, in parte, una sorta di canto notturno della Ferramosca, scritto con la percezione di una ferita, con la minaccia di un buio incombente. Ma l’autrice anche qui, perfino nella penombra del corpo e dei pensieri, riesce a non dimenticare le voci altrui, e la sua “bambina delle meraviglie” che dorme, serena. Comprende, e ci fa comprendere, che la bambina è altra da sé, vive una vita propria, indipendente da lei. Ha il suo luminoso tempo dell’infanzia, Nicole, e avrà un futuro anche quando non potrà e non potremo più guardarla, proteggerla con lo sguardo e con i pensieri. La bambina è altra da sé ma è anche lei, Annamaria Ferramosca, in grado di conservare uno spiraglio di stupore, e la forza di un salto, illogico e salvifico, perfino al di sopra del “terribile che infuria”, del “solito sgomento” che rende illusoria la speranza.
Il trucco è semplice, tutto sommato: dimenticare, volutamente, ricordarsi di scordare lo “zaino zavorra”. Sapendo che dentro quello zaino c’è tutto ciò che conta e che in realtà quello che c’è conta poco o niente. Non contano le “de-finizioni”, ciò che pone termine alle potenzialità infinite dell’essere e dell’esprimere. Non conta ciò che minaccia e chiama a sé, nel mistero dell’oltre. Non contano perché la bambina è ancora splendidamente “irrubata” dal mondo, è un luogo del tempo in cui il tempo stesso non può arrivare, non può irrompere e non può infrangere. Questo è il fuoco del libro, l’essenza, il succo spremuto da giorni di ascolto e visione, di paura e di attesa. Ed ha un sapore lieve al palato, nonostante la speranza che si fa sempre più esile, che parla come una Sibilla chiusa in un’ampolla. “Nessuno è reale piove sempre/ nella pioggia sbavano i segni/ ma le pagine accidenti quelle sono/ insperate di bellezza/ disperante bellezza irraggiungibile”, scrive. In questo gioco oscillante di ossimori, quasi danza su un filo sospeso, c’è il richiamo mai spento, determinante, imprescindibile: quello di Nicole, la bambina, alunna e maestra, la sua luminosa infanzia, intatta e intangibile, e ci siamo che, pensandola, amandola, salviamo lei in noi e noi in lei.
Da qui, da questa fragile solidità acquisita con un moto d’affetto assoluto, può finire il salto e iniziare il tumulto. La seconda sezione del libro si apre con una danza, un movimento del corpo che si disegna nell’aria con il suo legame attraverso i passi, con la terra: “Tu non lo sai ma questa tua danzaturbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate”. Il turbine sconvolge, scompagina, descrive e genera forme nuove: il coraggio di affidare al corpo la libertà di creare ancora, nonostante tutto, ancora una volta. Il paradosso è sempre fertile, per sua natura, per la capacità di mettere a contatto materie diverse, entità e respiri. Ne deriva un amplesso, corporeo e astratto, etereo e sanguigno, in grado di rendere le parole ‘nturcinate’, intrecciate, avviluppate fino a smarrire il discrimine, l’io e il tu, il presente e un tempo indefinito, la coscienza e il sogno. Da qui, la scena d’amore, nasce, erompe, come “le onde-salento che lampeggiano” e “il soffio greco del timo sullo scoglio”, con la consapevolezza di avere già i piedi nella corrente. La solidità si è fatta fluida, scorre, e ad ogni istante muta. Non è tuttavia morte per acqua alla Eliot. Semmai qui, nell’ebbrezza del tumulto, è vita per acqua, eros esistenziale, dialogo intimo di braccia, occhi, dita, parole.
Fortificati, consci e smarriti quanto basta, possiamo intraprendere l’esplorazione dei luoghi inaccessibili, ultima tappa del viaggio. Ma il tragitto è sempre circolare, ci si muove sempre in circoli, cerchi, Circles, circonferenze e sfere: la tappa finale è anche la prima. Ci si rivolge ad un destinatario ben identificato e al contempo indefinito. Si parla, in questa sezione, ma in fondo in ciascuna pagina di questo libro, della fine personificata che incombe: “Procedi per allusioni/ per sotterfugi sottili ti sottrai/ e intanto lievita/ questa bella estate di frutti e led/ ora so di aver vissuto solo per stanarti/ un’intera vita a decrittare invano/ i cartelli che pianti sulle svolte/ le scritte pallide le frasi/ lasciate qua e là smozzicate/ (per discrezione o forse/ per una più veloce eutanasia) ma/ sai bene quanto intollerabile sia/ conoscere i dettagli del viaggio”.
Un consuntivo, una sorta di giornale di viaggio, un diario di bordo scritto per se stessa e per chi lo leggerà, dopo, in un tempo ancora da venire e definire. Lo è nello specifico la sezione conclusiva del libro ma anche l’intero libro, nella sua sfaccettata unitarietà. Annamaria Ferramosca in questo suo Andare per salti ha scritto un sobrio, addolorato e gioioso inno alla vita, insieme ad un ascolto dell’effimero che siamo. La forza di questo libro è nella capacità di scrivere di sé senza egotismo, senza pretendere di essere il Nord magnetico e la stella polare. L’autrice parla di sé rispondendo al silenzio di un venditore ambulante con il racconto della sua vita. Parla di sé smarrendosi in una danza o nell’ebbrezza di frasi fulminee scambiate sullo schermo di un computer. Parla di sé osservando la bellezza di una fanciulla che prosegue da sola il suo cammino portando però con sé frasi, discorsi, pensieri e sogni che ha raccolto da lei in modo spontaneo, immediato, naturale come il ciclo delle stagioni.
Al lettore, alla fine, viene spontaneo dire che l’attività del decrittare cartelli sulle svolte e frasi smozzicate non è stata inutile. Non è stato invano, il salto, il tumulto, la ricerca costante, ininterrotta. Il fascino, del libro, e della poesia in termini più ampi, è quello di sapere cantare il viaggio, le luci e le ombre, le danze e gli inciampi, senza conoscerne i dettagli. Dando voce e canto al mistero che ci finisce e ci dà vita. Se troviamo, chissà dove, chissà come, la forza di non smettere di saltare con la forza visionaria e danzare con la forza umana, vitale. Anche nel buio.

Ivano Mugnaini

Andare per salti
Annamaria Ferramosca, Andare per Salti – Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo (An), 2017
Introduzione di Caterina Davinio.
2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una Raccolta inedita di versi.
Pagg. 80, € uro 13,00 – ISBN 978-88-99429-16-4

Dalla SEZIONE PER SALTI

esterno con pioggia interno con acquario

E L’ora delle dimostrare Distratte di attraversamento
senza ATTENZIONE un strisce pedonali
a zig-zag sul bagnato senza ombrello
senza Documenti né borsa né Portafoglio

schizzo Via Dalla giunglamercato
obliquando rallento prendo fiato
rispondo alla Domanda muta
del venditore ambulante
– E da un po’ che mi fissa perplesso –
sai la multa mi tiene d’occhio e voglio
Andare senza Direzione
Come un biglietto bambino spruzzata Nelle pozzanghere
SE VUOI se hai Appena il tempo
Il Tiglio smette di gocciolare
Ti racconto Una stupida vita
Venire stupisce Venire istupidisce

sai non si vece non si vece nessuno
nessuno e Reale piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine accidenti Quelle Sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile
poi i lampi i lampi
dall’oltre indecifrabili martellano le tempie

e l’Umano l’Umano nausea fa barcollare
ma non mi arrendo
calpesto Limiti Recinti Codici
e non mi perdono ché anch’io Sono Umana

Così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice Che Almeno
un po’faccia Coesione
un rimpicciolirmi Venire
Di Seme Tra I semi

***

Ora Che mostro viso e braccia aperte

s’accendono i Corpi Le Voci
Più libero Il Pianto Più intenso le carezze
APRO armadi nel petto e
vado per salti
dimentico zaino zavorra
virgole Punti de-finizioni
Tanto So Che l’altrove
mi tiene d’occhio e

dorme la mia bambina delle meraviglie
Ancora irrubata dal mondo
intatta nel Suo pianeta
cosa devo farci io con this spudorato Pianeta
cosa devo farci con il terribile Che infuria
con le solite frasi il solito sgomento
con Quella spes ultima illusione
cosa devo farci pura con la poesia

Tanto So Che la nave
sta trascinando al largo
nel muto acquario dove ci ritroviamo
Venire all’origine nudi
finalmente Originali miseramente
splendidi nel nulla
***
raccontarti

della distesa muta Che circonda
nessuna Vibrazione
trascorsi millenni dal diluvio
solista rovine
senza Nessun Messaggi di posta elettronica

Una chiedermi Perché sola e risparmiata
conservata per Quale Nuovo Mondo
Quale senso

poi dirti della vestizione
per Il Viaggio Che smuove le Pianure
Oltre ogni confinare
e il fiume largo Il Fiume

e del risveglio e del segno Ancora
mi Che Scrive m’inarca
Ancora linfa Una corrermi Nei fianchi
richiami Che Tornano a squillare
Quaderno Una registrare
***

Una Nicole del Mattino

bello Vederti bere L’aria
MENTRE salti sul mondo
s’accendono le arance
ti svegliano ti svelano
Una Terra d’incanti di festa
senza ombre né memoria

ammutolisco Sulle frasi che lanci
verso la mia disfatta geometria
mi indichi il segno del silenzio
io Tua piccola alunna tu maestra
mi metti Seduta spossessata di storia
Sotto l’Arco del Tuo tempo abbagliante

vedo con Le Pupille lunari dei Gatti
torcersi I Meridiani unirsi i Continenti
sotto i tuoi passi di conchiglia
brillano nel Tuo mare
Isole che non raggiungo

***

Dalla sezione PER tumulti
Dal Monte al Mare Concordi le Soluzioni della Natura sull’amore

Lungo i fianchi del monte Il silenzio
scuote Appena la notte
in alto prendono Consistenza
i fili invisibili che tengono fisse Le Stelle

this concavità di Valico ristora
il mio respiro in corsa
L’Erba mi attraversa smagliante
mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo
Potente di Valanga
ti raggiungo

Il Tetto della tua casa ha canali d’aria
vi Passano suoni del tempo trascorso nelle stanze
ma Appena Entro il rimpianto ammutolisce
sa che posso scaldarti Già guardandoti

ti PERFORMO La Scena d’amore
Le Onde-salento Che lampeggiano
Il Soffio greco del timo sullo scoglio
la carezza del Tufo ecco
ABBIAMO Già i Piedi nella corrente
***

bla bla bla E urgente

capovolgere I Suoni
alba alba alba capite?
se si sovvertono se le stanze
si mettono in subbuglio
Dietro la porta PUÒ affacciarsi
la sempre sfuggente poesia

PUÒ rinascere
incurante del rumore Intorno del Brusio
Crescere con la SUA fama adolescenziale
di Cose vere SIA pura materia rarefatta
di parole vive Dai Corpi
Lungo Tutti i Meridiani puro
da territori Dubbi Venire Atlantide
o Aldebaran o l’isola di Ogigia
insomma – accidenti – da Spazi
inaccessibili

provare da solista deliri di sfioramento
farsene Una ragione

Dalla sezione PER SPAZI inaccessibili
posto di pietra

Cerca – per Esempio – Il Profilo di un vecchio
Seduto sulla pietra al sole Siediti Accanto
INIZIA con un’inezia parlagli di vigne o di mare
Accogli la SUA lingua spezzata Che Trasforma
La Piazza nel fantastico teatro
di strampalati racconti
fanne ricordi Fermi per l’inverno
vento caldo di favole: ai Tuoi figli

Ritorna a fargli visita
OGNI Volta Prima di partire
il Suo posto di Pietra Così simile
al Tuo vecchio banco a scuola
erano Flights di parole-rondini
un lasciarti sigilli sulla fronte
nel becco rami Che rifondano paesi
dove i profili Tutti si somigliano

un Mezzogiorno passarvi Il pane
e Insieme Tornare a casa
Venire stringendo al petto il mondo
prima della tempesta Prossima

***

Elogio del futuro senza tabù
colomba cade l’ultima luce
là sulla terra della riservatezza
Colomba non oso accostarmi
Avanza il Suo Profilo drammatico

ha occhi penetranti matematici
MENTRE continua la caccia SUA
lucida Già decisa
senza ombra di premeditazione

mi lancia nel tempo
i Suoi eureka ritmati
Venire nota di fisarmonica
QUANDO improvvise scoppiano
Durante i Matrimoni
Donna Che hai accolto nutrito conservato
Il Seme la bella carne e ti sei liberata
ecco sei Stata
ora ti sospingo stralunata
in this Tua chiara stanza del sonno

uomo da sempre dominus Fiero
nel perentorio avido pensiero
pugnale innestato un ORDINARE
Vincere eliminare
Ecco a te il buio Che illumina
OGNI Vittoria presunzione Errore
ai vivi resta in mano
incorrotto RAMO un
Aspirazioni e sogni da sfogliare

Restano tracce di linguaggi
di manufatti di Macchinari
con la Loro usurata Grammatica
à dire la speranza e puro l’irreparabile

(Una nomi Volte il destino Già occhieggia nda)

Annamaria Ferramosca

nata a Tricase (Lecce), vive a Roma. Fa parte della redazione del poesia2punto0 portale, Dove e ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Ha all’attivo collaborazioni E Contributi creativi e Critici con varie riviste e siti di Settore. Vincitrice del Premio Guido Gozzano e del Premio Astrolabio e recentemente del Premio Arcipelago Itaca, e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano. Ha Pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca 2017, trittici – Poesie Il segno e la Parola, DotcomPress 2016, Ciclica, La Vita Felice 2014, Altri Segni, Altri Circles– Selected 1990-200 8, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti , Chelsea Editions, NY 2009, Curve di Livello a le, Marsilio 2006, Pasodoble, Empiria 2006, la Poesia Anima Mundi, Puntoacapo 2011, Porte / Doors, Edizioni del Leone 2002 Il Versante Vero, Fermenti 1999. Ha curato la versione italiana del poetica libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, Edizioni CFR 2015 e’ voce ampiamente antologizzata e inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze. Testi Suoi sono stati Tradotti, Oltre Che in inglese, in francese, Tedesco, Greco, albanese, russo, rumeno. Suo sito Personale: http://www.annamariaferramosca.it

Ivano Mugnaini

E autore di narrativa, poesia e saggistica. Laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Pisa, collabora con varie riviste di Tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “L’ Immaginazione” e Altre. E consulente, redattore di posta traduttore per ALCUNI editori.
Nel Suo sito, http://www.ivanomugnaini.it ospita, Pacchetti e brevi saggi Dedicati a poeti e scrittori classici e contemporanei. Ha curato, dal 2000 al 2012, la rubrica “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS. Cura i “Quaderni Dedalus”, Annuari di narrativa contemporanea. Fa parte della giuria di ALCUNI Premi letterari.
Ha Pubblicato I Racconti La Casa Gialla e L’algebra della vita, i romanzi Il miele dei Servi e Limbo minore ei libri di poesie Controtempo, inadeguato all’eterno e Il tempo Salvato.
Il Suo racconto Desaparecidos e Stato Pubblicato da Marsilio e il Suo romanzo breve un’alba da Marcos y Marcos. Di Recente Uscita Il Romanzo Lo specchio di Leonardo. Nei mesi Prossimi pubblicherà La Raccolta di poesie La Creta indocile e il libro di racconti Giochi d’ombra.
Cura il blog letterario “DEDALUS”, https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com e il sito http://www.ivanomugnaini.it.

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