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EliacuteasCanetti

Elias Canetti ha vinto il premio Nobel nel 1981, ed è noto per il monumentale saggio “Massa e potere” cui lavorò per vent’anni; tuttavia il primo volume della sua autobiografia, “La lingua salvata”, gli diede una fama più vasta, procurandogli un pubblico meno specializzato e facendolo uscire, specie dopo l’attribuzione del Nobel, dal limbo di chi è noto a ristrette cerchie di estimatori.

Io l’ho letto per la prima volta poco più di dieci anni fa e mi era piaciuto moltissimo, per motivi che spiegherò; l’ho riletto recentemente, e sono stata ri-catturata soprattutto dalla prima parte, dedicata alla sua infanzia, soprattutto la prima infanzia, mentre il resto del libro mi è sembrato sempre notevole e denso, ma meno vivo e intrigante, forse perchè appannato dal sorgere delle sue ossessioni (in primo luogo, la gelosia, rivolta alla madre), che ne hanno secondo me un po’ irrigidito la prosa.

Elias Canetti nacque da genitori ebrei sefarditi in una città fluviale della Bulgaria; i suoi antenati venivano dalla Spagna e dall’Italia (Livorno), passando per l’impero ottomano; prima di apprendere l’inglese e il tedesco, parlava lo spagnolo e il bulgaro, ma nella città di Rustschuk era normale per le persone colte e per i commercianti parlare molte lingue. greco, latino, inglese, tedesco e magari anche il turco.

Nella traiettoria fluviale e culturale fra la corte di Vienna e Costantinopoli, alle influenze mitteleuropee si mescolavano sapori esotici e impulsi locali selvaggiamente primitivi: in famiglia, agli occhi spalancati e al sensibilissimo istinto del bimbo protagonista, la corrente mercantile ed utilitaristica era in netto contrasto con quella artistica e affabulatrice, legate però da un comune orgoglio derivato dall’albagia spagnolesca; nel mondo dei domestici e nel cortile, scorre un pullulare continuato, un coloratissimo film di presenze pittoresche ma non folkloristiche, umanissime e grevi anch’esse di conseguenze per il futuro del bimbo. Perchè qui tutto è già in nuce, è già scritto quanto poi emergerà a Manchester, Vienna, Zurigo, e, fuori da questo libro, in Germania e poi di nuovo a Londra e in Svizzera.

Ci sono Zingari in massa, una vera e propria tribù; ci sono lupi mannari, slitte e vampiri nelle fiabe della mamma, c’è il taglialegna armeno, tristissimo, e ci sono le schiamazzanti bambinaie bulgare, il pazzo terrorizzato dalle galline, la nonna che non si alza mai dal sofà alla turca, i riti del Purim e il meraviglioso frutteto del nonno…e poi, la cometa, l’incendio, i ladri, le vipere, un tentativo di omicidio, anzi due: realtà, leggende e spaventi colmi di una misteriosa attrattiva…

Solo il tedesco era lingua proibita per il piccolo Elias, perchè era la lingua dell’amore con cui colloquiavano i genitori, e la lingua che usavano quando non volevano essere capiti da lui; e divenne quindi per lui tanto più magica e attraente quanto più intensa era l’impossibilità di capirla.

Solo dopo la prematura e tragica morte del padre, la madre gli insegnò a tappe forzate il tedesco, e così avvenne nel bambino una straordinaria metamorfosi; l’apprendimento in età scolastica e la lettura di un numero grandissimo di libri trasformarono il tedesco nella sua lingua madre, quella con cui divenne poi un famoso scrittore ma, ancor prima, la lingua in cui si tradussero i suoi sogni e i suoi primi ricordi…

Quando ero piccola, essendo la mia famiglia esule da Fiume e mia mamma tedesca per parte di padre, i miei parlavano normalmente italiano, talvolta in versione un po’ dialettale, però, se non volevano farsi capire da me e dalle mie sorelle, parlavano tedesco oppure croato…a parte questa coincidenza, mi hanno sempre affascinato le letture che rievocano le atmosfere perdute della civiltà mitteleuropea, dove pescano in parte le mie radici.