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Assiri

Alessandro Assiri,

Appunti di un falegname senza amici, Lieto colle

Questo libretto si sostiene elegantemente con la poesia e la fotografia e l’una supporta l’altra , non la descrive perché non ne avrebbe senso essendo entrambe le forme di comunicazione compiute e coerenti . Assiri esperimenta un poemetto che con incipit ben definito, poi dilaga nei suoi versi me-scolando il dato, l’esperienza, al fantasmato, alla visione al piacere che dà la parola quando esce perfettamente compiuta e dice quello che si intendeva e anche di più.
Il titolo stesso cerca di portarci fuori strada se non lo indaghiamo con le parole della poesia: il fale-gname per eccellenza è il creatore di Pinocchio e nella storia collo diana qualche amico l’aveva, qui invece sono rimasti solo gli infidi, e , tutto sommato quelli che non contano, quelli che nella vita, contemporanea, si incrociano e nulla ti lasciano , anzi devi temere che il legno non te lo lancino contro, quasi fosse un randello.
Questa affermazione è giustificata dai primi versi:
“ il gatto la volpe e l’armeria dei briganti
è una questione di qualcosa, forse di fretta o meraviglia, ma qui si respira male
sia le sorprese che le scuse, poi le stelle finiscono o si vedono di meno ….”
;il riferimento al libro cede quasi istantaneamente perché oggi, forse come allora, gli inganni sono in attesa, sono ovunque; una mente mediamente onesta non riesce a disfarsene e neppure a districarse-ne malgrado il tentativo di entrare nel marasma e di giocarsi tutto.
Dal libro al prodotto mentale sembrerebbe correre un abisso; in realtà l’attrazione della / per la vita li confonde, ne fa una sarabanda che rischia di perdere l’inizio e sospetta la fine:
“vedi che alla fine saltano fuori i nomi con lentezza ed ovvietà
anticipano i corpi e si rimangiano parole
chiamano le descrizioni del mondo con meticci movimenti di accattoni
e concorrenti (…)”
Questi versi sostengono un dire che non può evitare di chiamarsi fuori dal mon-do , neppure può salvaguardarsi un’identità attraverso la fuga o l’isolamento- Siamo obbligati all’esistenza, a darle sostanza ed essenza, a vezzeggiarla e a bastonarla, ma lei non ci amerà mai, madre maligna che non conosce né i gesti né le parole dell’amore o almeno quelle della pacifica-zione. Sembra una bambina capricciosa e irrequieta, male-educata.
La solitudine che rode dentro non appare all’esterno dove si è perfettamente inseriti nel gioco dei tralignanti; anche l’amore è perverso: “ un triciclo per l’amore e qui lo sai si trova casa in fretta senza
esagerare con le linee troppo chiare
scendevo a patti con i tuoi inviti con la ferocia della caccia e col letto da bagnare (…..)”.

Mancano in questi lunghi versi l’angoscia e il desiderio di lotta, i dati sono stati tutti gettati, la sorte gio-ca come le pare e manca un qualsiasi appiglio che si possa intuire come salvezza. Raccontano e non rac-contano , non sono lirici e neppure narrativi; decisamente quello di Assiri è un linguaggio nuovo, che si affida solo a lettori attenti , è esigente pur non esasperando la semantica. C’è un sommerso che è tutto da sbrogliare, che si intuisce e prorompe sulla pagina e spariglia il puzzle di senso faticosamente costrui-to.
“nell’insistenza di quel dio che tiene l’uomo ostile minacciandoci col cielo
tutti presi a prender le misure delle piccole ambizioni, dei piatti di portata
quale lato viene fuori? è il blues che preferisco,
dicono di me che tu non guardi mai
nel gomitolo del nome ai fili ricevuti (…)

Non è un ritratto ostile all’uomo, l’ostilità ha il sopravvento su tutto e neppure le favole bastano e neppure il divino.
E’ un libretto prezioso, quasi un breviario; davanti ai gesti d’arroganza sfoderiamolo e impariamo a sorriderne perché altra pena non vale.
Mi sono trattenuta dal dire delle foto, tutte bellissime, quasi assenti di figure umane. Ritraggono an-goli abbandonati, lerci, come se l’anima dei muri fosse anch’essa contaminata dal mal-amore che spadroneggia.

Narda Fattori

è una questione di qualcosa, forse di fretta o meraviglia, ma qui si
respira male
sia le sorprese che le scuse, poi le stelle finiscono o si vedono di
meno
ed improvviso ci si scorda
che a bologna un libro in tasca lo devi sempre avere
così se ci si incontra se ne ha un pezzo da strappare
*
l’hai trovato
dentro il frigo
tutto il mondo che hai rubato, con le mani dentro al vaso e i cavalli a
dondolo a batterci in testa
*
ti vesti e io ricucio quel che di esatto c’era, tra l’erba cercavamo
copertura
è compito della luce elaborare la fame, rifarsi amanti mediocri,
lavarsi per primi
domani ti dimenticherò meglio, domani che avrò fatto acqua quando
*
saresti quello che vorrei toccare sul finale non le labbra
solo un dito la parte terminale
serve
*
siamo solo un po’ di sporco accanto a dormire il nostro sonno coi
buchi
mi è arrivato in ritardo c’era rimasto addosso poco, solo una
somiglianza
vaga una resistenza a matita
dalle maiuscole ti riconoscerei tra tanti, la storia sempre più piccola
di una materia che conosci

*

continua ad andare spesso a capo, le lettere grandi tirano a fine mese
un gesto trasgressivo dei sensi
vedi che alla fine saltano fuori i nomi con lentezza ed ovvietà
anticipano i corpi e si rimangiano parole
chiamano le descrizioni del mondo con meticci movimenti di
accattoni
e concorrenti
non avrai altro dramma al di fuori di me, a questo ci condanna il nome
a essere letti anche senza voce
quello spazio bianco è pelle dove devo inventare una retorica,
una esecuzione di sentimenti, un buon pomeriggio
a cui chiedere scusa, la lista della spesa e quella dei nemici
vedo virgole danzanti cadere come folgore, il servo che ci chiama
non è diverso dall’anagramma stupido di un verso

*

le parole che abbiamo scritto insieme ci fanno apprendisti su tutto,
ci mettono sonno al posto dell’angoscia, sembra di uccidere
sorrisi in una lingua sconosciuta, nessuna scala per il paradiso
né ascensori per posti irresistibili, ti lascio ai tuoi ricordi scuri
e torno a rimproverarmi di un giovedì minore

le tue righe successive invadono i libri di segni, ci deludono,
ci avvertono, come consigli ci rincuorano
poi solo rumore all’impazzata, primavere dai conti salati
rimasticano i vuoti nel peso di qualcosa che decide
se mi muovo mi stai dietro, in un altro libro scritto bruci i chili delle
scorte

*

la mia pazienza è il doppio esatto dei tuoi vocaboli, insieme fanno le
spalle
in questo freddo di scrittura come vita che ci usura, questo cielo
inizia dal tallone
da una terra provvisoria di parole in catene, dove bruci più storia di
[quanta ne produci
stavamo come Roma ad assorbire un vantaggio di un mestiere che si
impara
nell’insistenza di quel dio che tiene l’uomo ostile minacciandoci col cielo
tutti presi a prender le misure delle piccole ambizioni, dei piatti di
portata