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Luigi Manzi, Fuorivia, Edizioni Ensemble

Il poeta, che non conosco, mi ha fatto pervenire questo libro che, scrupolosamente, è stato messo in attesa mentre mi occupavo di altri o di altre faccende.
Finalmente aperto, le sue pagine dagli scarni versi, mi hanno colpito: come se dalle macerie potesse crescere un fiore, oppure il fiore restasse in nuce, come una possibilità, forse eventuale, eppure travalicasse il non detto, il non visto.
Un giorno ho letto il libro di un amico sul “niente”; impresa ardua e di difficile esecuzione; questo volume invece svela il niente che contiene il tutto.
Non è un libro di denuncia sullo strapotere dell’uomo sulla natura che soccombe e immiserisce nelle sue creature, animali e vegetali; non è un libro di melensa propositività per un ritorno ad un pacificato rapporto di benevolo scambio fra uomo e uomo, uomo e natura, né è il lamento sul bello perduto, non rivelato, incognito.
Le poesie che costruiscono il libro appartengono ad un mondo che ha conosciuto il diluvio, tuttavia nessuna arca ha salvato gli animali, nessuno si è preoccupato di coesistenza umana e di coesistenza naturale. Colpiscono fino a far male le poesie che compongono il libro che è senza dubbio fuori via perché non tiene in alcun conto il variare delle mode scrittorie e nei ritmi e nei contenuti.
La sua poesia è lirica ma ha così poco di emotivo che è difficile classificarla; non è neppure una poesia narrativa, che va per la maggiore: certo Manzi coglie eventi brevi che diventano oracolari, che non riescono a storicizzarsi: …/ Intanto in cima alla roccia il cavallante osserva l’Orsa/ nel cielo an-telucano. / La sorveglia coi sospiri.
“……………. Sul monte il noce , ampio e vigoroso,/ rimodula il veleno che nei rami/ quietamente dorme.
Manzi presta molta attenzione al lessico che usa, spesso desueto e inconsueto, tuttavia preciso, dettato di conoscenza e di esperienza, si direbbe vissuto come chi conosce così bene vita ed opere delle piante, parti e fiori, perché ci ha convissuto con osservazioni precise e filologiche; invece non si preoccupa della coerenza geografica ( il lemure sta con il colubro) perché il disfacimento non ha confini, neppure storici: “ Non una che sollevi un grido,/ o sommuova il petto. La furia, l’orgoglio/ del nuovo padrone che ebbe in consegna/ l’intera stirpe, è un fiume./ Lo scriba dagli occhi di fluoro, rimuove l’inchiostro/ che non lo soddisfa…../ Proviamo a chiederci dove siamo, in quale periodo storico,… può comparire più di una risposta ma non sapremo quella che sarà la corretta. Ma questo importa? Io sostengo che non abbia nessuna importanza, la buona scrittura porta sempre oltre.
In questo breve excursus su “Fuorivia” abbiamo trascurato di dire che le poesie sono divise in sezioni, che le prime sezioni si collocano in un’estate violenta, siccitosa e afosa, che disfa cose, animali e menti e tutto è nel posto sbagliato a fare cose sbagliate. Anche le altre sezioni, dove comunque suprema è la natura, portano con sé un livore che vorrebbe farsi sogno e viceversa; il primo accostamento spontaneo del lettore è con “ De rerum naturae” di Lucrezio, ma con quale diverso angolo di lettura, quale diverso paesaggio umano e non.
L’amaro che resta dopo la lettura induce a più riflessioni: di noi, figli della terra, e della terra stessa che stiamo facendo? Quale è la distanza fra questa odierna condizione e quella appena letta?
Un poeta troverà sempre un motivo per scrivere e tutti gli altri?
Occorre leggere un libro così, occorre leggerlo nelle scuole, magari durante l’ora di scienze; occorre che non dimentichiamo ; il randagismo criptico e critico ci porterà ad un approdo: Manzi lo nega, io lo spero.

Narda Fattori

PRESAGIO

Il geco, la vipera, il falco sul combusto
altopiano. Il tabacco giace arricciato
sopra i teli di canapa. Ti parlo, anche se tu non ascolti
mentre ti muovi in silenzio sui colli
abrasi, senz’uve.

– L’afa occlude la bocca,
come un sasso. Nella radura il traliccio girevole
dell’acquedotto
pende sulla vasca in frantumi – Ma già il ramo fulvo
che sporge dal petto dell’acero è il presagio
del tempo futuro. Così io mi rivedo nell’arbusto costretto
nell’interstizio del muro: ultimo rifugio
dove l’arida radica
si nutre di tufo.

AFA

Tentenna il geranio. Nel bosco
la rana schiocca. Manca il respiro
nel deserto di zolfo.

Resto inerte – nell’afa –
a presidio del corpo. Non mi muovo.

Nell’incendio dell’aria,
la poiana ascende, colore di selce,
turbina nell’assalto.
Ha catturato se stessa,
e ora s’ingozza.

INSEGNE

Cubi di cristallo, insegne smorte.
Ponti, paratie, forni dismessi. Il messo notificatore
enumera gli ostacoli; le soste; i passaggi;
segue distratto il viluppo delle strade;
i sovrappassi; le scelte ai crocevia.

Urtano i cardini addosso agli stipiti.
Stridono i chiavistelli. Crepe sugli intonaci; asole sui tetti;
laterizi sghembi; le scaglie lanciate dai ponteggi;
gridi d’uccelli.

Nascondo la congerie dei ruderi
allo sguardo. Commisuro il passo; m’arrovello a ogni bivio.
Con le scarpe di gomma,
nelle notti sterminate
procedo circospetto.

SOLSTIZIO

Tu – simile a spada infissa nella sabbia –
attendi in pieno sole. Inesorabile,
l’uomo ti stringe, ti rovescia sulla duna.
Tu teneramente offesa, ti protendi;
a occhi chiusi attendi i suoi sussulti;
pieghi le reni fino a toccare con la nuca i piedi,
profondamente prona.

– Si annuncia al vertice il silenzio –
Nell’ora rarefatta del solstizio
si scioglie la tua crisalide; riemergi.

Finalmente ritorni isola distesa; calma insenatura; forma.

L’uomo immenso
poggiail viso sui tuoi fianchi
e a braccia disserrate dorme.

TORNANTI

Chiuse le imposte e salutato il firmamento, il custode
abbandona la soglia per risalire il sentiero
che in larghi tornanti
lo conduce alle serpi che dormono
nel cavo dei dirupi.

Lungo il viaggio notturno – puntigliosamente –
ha divelto gli aculei alle siepi,
accarezzato gli stecchi, fino a quando
è apparsa la capra fra le prime nebbie, a dargli cenno
con lo sguardo raggelato.

Intanto in cima alla roccia il cavallante osserva l’Orsa
nel cielo antelucano.

La sorveglia coi sospiri.

MEANDRI

Torno dove un tempo ero già stato. Da qui ti chiamo
senza voltarmi; vado incontro all’orizzonte
carico di nubi vorticose.
M’allontano fra le siepi del sambuco tormentato
dalla merla, carico di bacche sanguinose. Il passo
ci divide. Procedo cauto
fra le bisce che succiano i coralli lungo gli argini
e il ramarro disteso nel turchino
a occhi socchiusi.

Però tu in città salutami gli amici; raccontami
il livore di chi, lungo le strade,
cerca un rifugio disperato
alla piena che travalica i ponti, tracima
dalle caditoie. Dimmi di chi è rimasto
fra i meandri rugginosi;
o si muove sotto gli ovuli grigi delle cupole;
o nel bianco nitore dei fulmini,
che appaiono e dissolvono,
si contrae esterrefatto
dentro un fotogramma.

SUL RETTIFILO

Dissolte le nebbie mattutine,
un monello rabbrividito attinge la secchia lungo la camionale;
riprende il cammino.
Va verso l’estremità del rettifilo,
entra nel bosco.

L’infanzia solitaria è un dono
riservato agli umili che dormono
in cima ai pagliai;
o nella stanza sgombra
ascoltano il grillo che stridulo sospira,
chiuso nella scatola di latta.

Io tendo l’orecchio,
quasi non respiro. Veglio, ti parlo
all’estremità del filo; eppure nessuno
all’altro capo
cigola nel barattolo.

AL MERCATO

Al mercato il giocoliere
pettina una scimmia lurida fra rossi pagliacci.
Di lato, la baldracca mostra la pancia al lenone
che titilla la catena d’oro
sul riquadro del petto. Un giovane indù
versa albicocche nel cesto,
poi lo solleva e se ne va.
Un rospo attraversa la piazza;
una rondine cuce e scuce
il cielo a zig-zag.

C’è odore d’acetilene nella cisterna;
gli operai con la testa che penzola
fanno luce sul fondo. Se si osserva bene,
il bimbetto che si sorregge allo sporto
ingoia il filo e riemette
un gomitolo.

ALLA SVOLTA

Spiumano i merli sul muro di cinta;
saltellano, fischiano irriverenti.

Sugli alberi gli uomini potano i rami;
talvolta sostano, salutano i passanti.

Le donne raccolgono i sarmenti,
li radunano in mannelli. D’un tratto

il padrone grida al puledro stizzito
che s’impenna alla svolta, di fronte

al monello che attraversa in corsa la strada,
col petto in avanti e i capelli sconvolti.

IL SILLABARIO

Sbadigliano i bimbi in fila,
reclinano la fronte sul sillabario.

Sotto la lingua ciascuno
nasconde un dado, una moneta di rame.
O una biglia di vetro. Intanto sognano
di uscire per via,
di rotolare sul selciato.
O correre a perdifiato
dietro un cerchio perfetto.

NELL’ARIA

Nell’aria, nell’acqua; ovunque.
Nella rapida fiamma del fulmine; nel vuoto
che segue lo schianto; nel pieno
che vi risorge; nel fermaglio morbido
che ti avvolge l’inguine;
nel mollusco viola che chiude la polpa;
nell’arco languido della tua plica; o nel gioiello
che circonda il lobo. Ovunque
io traccio un segno dove tu sei,
pure sottratta al peso, a ogni orpello:
inutile per chi ti osserva
e non confonde con l’angelo.

LA FIERA

Nugoli di rondini risalgono fra lucide cimase
e cuspidi argentine. Il singulto della gazza
annuncia la fiera fra i banchi multicolori.
I venditori cavano le olive
dal siero torbido. Sul dosso, la donna col cesto
mostra il corallo d’un pomodoro.
Il beccaio sopra la tavola scabra
regge due tortore legate al polso: l’una
chiama l’altra. Nella piazza i vivi si mescolano.
Lontano, alla curva, un birbante grida
con la bocca turgida. Un santo ad encausto sbadiglia,
dipinto sull’arco della canonica.

Io solo ti osservo
mentre ti giri le calze nel vicolo,
e nascondi l’involucro.

LA MONGOLFIERA

Fluttua la mongolfiera. Nell’aria
si snoda il fulmine, penetra
le corde.

La bimba con la tortora in petto, urla.
Mostra colui che in alto grida con il viso in fiamme
mentre la tela
oscilla nel blu, s’attorciglia in spire
e precipita.

IL RECINTO

Nel festino dei pomodori l’anziano
ha scelto il sonno col capo candido poggiato
sul canestro già colmo. L’amico seduto dietro il recinto
fuma grave nel bavero. Il vicino s’affaccia, indica
il parapiglia del merlo in ressa col passero
mentre gli strappa dal becco
il rosolio d’un fico.

Mi sia dato per poco di volgermi indietro –
quando le ore si sgranavano lente –
per misurare quanto è ancora rimasto
del territorio che ho amato,
dove ho cresciuto i sensi e le voglie; e nel quale
ho compreso l’odore di spezie ignote,
ho sfiorato d’una uguale passione i ricci ispidi
e le molli lumache.

NELLO STAGNO

S’inginocchia nell’acqua nel punto in cui il bosco
è trafitto da un raggio. L’orgoglio del viso
dà forma al belletto e, dal muschio verderame che inarca
il sopracciglio, le labbra colorate di fuxia
si schiudono smorte. Il mulinello sfoglia la treccia;
ai gomiti la nera corrente fa cerchi. Un pispolo
depone le uova sul petto. Il salice
l’avvolge al collo; un mazzo di vischio
la incorona e ingioiella.

Ofelia, nello stagno ha perso ogni pudore;
ha offerto il corpo alle voglie del tempo
e ora si disfa dentro un meandro; torna a essere sposa
vestita di rose, ricoperta di foglie.

NOTTURNO

La notte cosmica – dicevi sollevando il viso
verso la distesa illuminata – è la mia ragione estatica
allorché m’inghiottono i sensi e, senza corpo,
cado a testa rovesciata nella vertigine profonda
dove la galassia avvolgente lascia vuota la materia
e mostra intorno a quel sostegno inerme
la chioma luminosa.

Il fiume degli astri, se alzo lo sguardo,
mi scuote in sobbalzo, e m’avvolge rapinoso,
quasi fosse un carro che rotola sugli assi,
fra detriti di comete e fuochi di quasar
mentre al culmine attraversa in corsa l’emisfero della notte,
e lascia profili nel blu, ombre sottese nello spazio
fra piloni sterminati, altissimi,
che sbocciano
come iris dal cuore delle stelle fisse.

Così il tuo centro è il mio abisso; e se poggio il capo
sul tuo petto, cado atterrito
nel tuo stesso precipizio.

UN GIORNO

Un giorno un vecchio dal cuor di leone
teneva per mano un bimbo lungo la strada,
come fosse un diamante. Rullava
nel fondo il torrente; il pino
ruotava la chioma nel vento:

“ Ho conosciuto l’estate e l’inverno,
la caverna, il bastimento, il recinto.
Sono stato mandriano. Nella foresta
ero padrone dell’aria e dell’acqua,
mai schiavo. Fischiavo ai puledri selvaggi,
li radunavo col solo sguardo.
Ho bevuto alla sorgente che disseta il rettile.
Ho attraversato due volte
l’oceano. Al ritorno,
io resto l’uomo inadatto che fui. Io sono colui
che ovunque è fermo.”