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Confesso che il dipinto che ha catturato più a lungo la mia attenzione è Camille in abito verde di Monet. Finalmente una tela viva e piena di energia. Avevo appena finito di girare per quelle sale fredde e vuote, stufo e stanco per non aver trovato nessun nuovo talento, quando mi balzò agli occhi questa giovane donna, col vestito dal lungo strascico infilato nel muro come se ci fosse un buco. (..) Non conosco Monsieur Monet, non credo neppure di aver mai visto una sua tela, tuttavia mi sento quasi come un suo vecchio amico e questo perché la sua pittura rigurgita di energia e di verità. (..)
Notate l’abito, com’è morbido, com’è solido. Strascica dolcemente, è vivo, dichiara a viva voce chi è questa donna. Non è un semplice vestito da bambola, non uno di quegli abiti di mussola per vestire un sogno; questa è seta pura, come nuova, troppo pesante per quei bignè alla crema di Monsieur Dubufé.

Costui ha succhiato il latte del nostro tempo, è cresciuto e crescerà ancora nell’adorazione di quanto lo circonda. Ama gli orizzonti delle nostre città, le macchie grigie e bianche delle case contro il cielo chiaro; ama, nelle strade, la gente che corre, indaffarata, in soprabito; ama le nostre donne, il loro ombrello, i loro guanti, che le fanno figlie della nostra civiltà.
Nei campi, Claude Monet preferirà un parco all’inglese ad un angolo di foresta. Si compiace nel ritrovare dappertutto l’orma dell’uomo, vuole vivere sempre in mezzo a noi. Come un vero parigino, egli porta Parigi in campagna e non può dipingere un paesaggio senza introdurvi signori e signore in abiti cittadini. Sembra che la natura lo interessi meno, quando non reca l’impronta dei nostri costumi.


“Vi è in lui un pittore di marine di prim’ordine. Un genere ch’egli intende, tuttavia, a modo suo, ma in cui ritrovo il suo grande amore per le realtà presenti (…)”.

È uno dei rari pittori che sappiano dipingere l’acqua senza insulse trasparenze, senza riflessi menzogneri. In lui l’acqua è viva, profonda, soprattutto vera; ondeggia attorno alle barche in brevi flutti verdastri, solcati da luci bianche, si spande in stagni glauchi che un soffio fa fremere di colpo, allunga gli alberi delle navi, spezzandone l’immagine riflessa, assume tinte scialbe e opache che s’illuminano di chiarori acuti. Non è affatto l’acqua fittizia, cristallina e pura dei pittori di marine in studio, è l’acqua stagnante dei porti che si allarga in chiazze oleose, è la grande acqua livida dell’enorme oceano che si avvoltola scuotendo la propria schiuma imbrattata.(…)
È certo che ammirerei assai meno queste opere se Claude Monet non fosse un vero pittore. Ho solo voluto sottolineare la simpatia che lo spinge verso i soggetti moderni. Ma se approvo la sua ricerca di punti di vista nell’ambiente in cui vive, mi congratulo ancor più con lui perché sa dipingere, perché ha un occhio preciso e sincero, perché appartiene alla grande scuola dei naturalisti. Ciò che distingue il suo talento è un’incredibile facilità di esecuzione, un’intelligenza duttile, un intendimento rapido e vivace di qualsiasi soggetto.
Non mi preoccupo per lui. Egli domerà la folla quando lo vorrà. Coloro che sorridono davanti alle asprezze, volute, della sua marina di quest’anno, dovrebbero ricordarsi di sua moglie in abito verde del 1866. Quando si può dipingere in tal modo una stoffa si è completamente padroni del proprio mestiere, si sono assimilate tutte le nuove maniere, si fa ciò che si vuole. Da lui mi aspetto solo del buono, del giusto e del vero”.
La prima testimonianza di Zola è tratta da Mon Salon, «L’Évenement», (ripresa in Geffroy, op. cit., voi. i, pp. 4344); la seconda da Mon Salon, IV, les Actualistes, «L’Évenement illustre»
[ il post è stato ripreso dal blog “Pensare in un’altra luce”]