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campo del ghetto

Nel 2016 il Ghetto di Venezia compie 500 anni. Una buona occasione per postare questo racconto di Marino Orsoni, scritto nel 2008; per questo motivo appaiono nella narrazione alcune circostanze ormai datate. Naturalmente speriamo che l’incubo prefigurato non si avveri.

1

10 dicembre, lunedì. Erano le nove e quaranta, l’ora di Luigina Penso vedova Tramontin. Puntualissima usciva dal portone della sua casa sul rio di Cannaregio, e se lo chiudeva alle spalle con cura. In fondamenta, quasi di fronte a lei, stava aprendo la solita bancarella di oggetti vari: casalinghi, plastica, fiori… Un mazzetto di margherite, così finte da sembrare false, attrasse il suo sguardo e le fece ricordare l’imminente visita ai finanzieri, le guardie che stazionavano giorno e notte nel ghetto, per dissuadere Bin Laden dal venire fin qui per fare il suo attentato più spettacolare e clamoroso. Venezia, si sa, è il miglior palcoscenico del mondo…
Dal giorno in cui un cervello da novanta si era accorto che la zona frequentata dagli ebrei poteva essere un obiettivo sensibile ottimale, i “ragazzi” in grigioverde avevano fatto le loro prime apparizioni nel Campo del Gheto Novo: due, poi tre, quattro, cinque… Restavano per ore, passeggiando su e giù lungo i masegni, con la testa lì ma il cuore chissà dove, forse alla casa lontana, alla famiglia, alla morosa sperduta in un paesello di quattro anime. Allora li prendeva la nostalgia con la sua morsa ferrea e deliziosa, e loro – specialmente verso sera – estraevano furtivamente il telefonino e chiamavano mamma, papà, sorelle, cognati e soprattutto lei, la ragazza che li riportava al punto di partenza, all’origine del loro mondo, piccolo ma pieno di speranze sottintese.
Nei primi mesi questo minimo esercito di baldi giovanotti aveva dovuto passare giornate intere al sole e alla pioggia, al caldo e al gelo di un clima cui molti di loro non erano abituati. Ci mancava la nebbia e l’acqua alta, ma loro imperterriti continuavano a far compagnia a quella Venezia minore ma non tanto, senza cappotto senza ombrello senza maniche di camicia quando necessario, perché l’importante era pur sempre rispettare la consegna e non fare una piega nemmeno di fronte al temporale più mostruoso.
Per la verità qualcuno, più intraprendente degli altri, aveva scoperto qua e là rifugi adeguati: che so, il portico vicino al ristorante del campo o il sotoportego del Banco Rosso, per esempio; tuttavia il servizio di accoglienza per questi militi lasciava parecchio a desiderare, finché un’anima buona aveva concepito l’idea di concedere ai finanzieri una guardiola, una specie di gabbiotto che da un giorno all’altro era comparso nei pressi del muro dove si trova la porta in metallo che dà l’accesso al bagno purificatore, e su cui sono appesi i bassorilievi con le memorie degli ebrei perseguitati. Vi si apre anche l’ingresso della Scuola Mesullamim, e poco dopo il muro incontra la Casa Israelitica di Riposo, grande e silenziosa.
Da quando avevano la guardiola, i finanzieri vi sostavano a lungo, anche se ogni tanto qualcuno di loro usciva a familiarizzare con la gente del posto e a scambiare due parole coi turisti di passaggio. Ma era proprio con Luigina Penso vedova Tramontin che parlavano più volentieri. Lei, questa vecchietta sorridente e sempre disponibile, li aveva – per così dire – “adottati” uno per uno, come se fossero suoi figli o nipoti, tanto li aveva presi in simpatia e deciso – lei vedova com’era e sola da tempo immemorabile – di parlare con loro ogni volta che poteva, e ogni giorno che dio mandava sulla terra. Non c’era clima torrido o tempesta di neve che potesse dissuaderla dal suo proposito, e lei puntualmente si presentava dai ragazzi della finanza, con la sua sporta di novità e chiacchiere da quattro soldi, ma calde come il pane appena uscito dal forno e piacevoli quasi come carezze. Luigina aveva una parola per tutti, un gesto di simpatia, una testimonianza di affetto. In fondo, non potevano essere tutti “suoi” quei giovani, pazienti e pronti al sorriso, che l’aspettavano quasi con ansia, per poterle affidare qualche ricordo ormai lontano, qualche confidenza dell’ultima ora?
Luigina, dunque, aveva adocchiato quel mazzolino di margherite – tanto vere da risultare inverosimili – e se ne era innamorata subito: voleva portarle in omaggio ai ragazzi in grigioverde, perché potessero rallegrare un po’ quel gabbiotto anonimo e privo di colori, che rischiava di rattristarli più del necessario. Così, alle nove e quarantasei, Luigina – giustamente orgogliosa del suo “pensiero” – stava per imboccare il sottoportico del Gheto Vecio, quando le venne in mente che quei fiori avevano bisogno di un vaso, anche uno qualunque, per stare in piedi e mascherare ancora un po’ la loro natura fasulla. La nostra vecchietta, allora, ritornò sui suoi passi ed era sul punto di chiedere all’uomo della bancarella se aveva un contenitore degno delle margherite; in quel momento, però, vide Abdu, un giovane marocchino che di mestiere portava carretti pieni di pane fragrante e che lasciava dietro di sé una scia d’indicibile languore. Abdu, conoscendo Luigina meglio di noi, la salutò nel modo consueto:
“Ciao, nonna, come va stamattina?”
“Bene, Abdu. Tu scoppi di salute, a quanto pare.”
“Grazie, nonna. Il carretto pesa sui ponti, ma me la cavo lo stesso.”
“Bravo!” esclamò Luigina. Poi, sapendo di poter chiedere qualsiasi cosa a quel ragazzo scuro e premuroso, dai denti bianchissimi e la voglia perenne di dare una mano agli altri, chiunque fossero, gli sussurrò all’orecchio:
“Non avresti per caso, da qualche parte…”
“Un vaso per quei bellissimi fiori?” l’anticipò lui, sorridendo e mettendo in mostra la splendida mercanzia che teneva in bocca. “Eccolo qui” fece poi, chinandosi un attimo sul carretto e facendo comparire, quasi fosse un prestigiatore, un vasetto proprio giusto per le margherite.
Luigina, pur abituata alle “magie” di Abdu, rimase di stucco questa volta e immobile, coi fiori in una mano e il vaso nell’altra. Pareva una statua di sale.
“Ciao, nonna” la risvegliò lui. “Scappo via col pane, se no mi dicono brutte cose, e io non voglio sentirle.”
Abdu stava da molti anni a Venezia, e l’italiano era ormai la sua seconda lingua, anche se doveva ancora litigare un po’ coi congiuntivi. Le sue parole svanirono in un caldo profumo di pane, e Luigina percorse finalmente l’intero sottoportico, non così lungo in effetti, ma che le comunicava sempre un vago senso di inquietudine.
“Sarà il buio” pensava ogni volta, “saranno questi masegni in salita a farmi sentire meno sicura. Mah…”
Alle nove e cinquantadue sboccò in Gheto Vecio, guardandosi attorno, ficcando di tanto in tanto la testa bianca e gli occhi furbetti dentro un laboratorio artigianale, una bottega da rigattiere o un negozio di dolci ebraici, per salutare chi c’era e chi non c’era. Tutti rispondevano al saluto, perché tutti volevano bene a quella vecchietta simpatica e sorridente, che sapeva iniziare un dialogo con qualunque persona incontrasse.
Luigina arrivò così in Campiello delle Scuole, sfiorò il bel pozzo e sollevò lo sguardo sulla sinagoga di fronte e poi sull’altra alle sue spalle, restando una volta ancora piacevolmente sorpresa da quell’austera bellezza. Ma non si fermò a contemplarla; accortasi che il tempo passava via veloce, si limitò a dedicarle un’occhiata piena di ammirazione un po’ frettolosa: doveva portare le sue margherite (e il vaso) ai finanzieri. Quella era la sua meta finale, quello il suo scopo, e non voleva deludere né se stessa né quei bravi ragazzi che (lo sapeva) già l’aspettavano come una dolce abitudine.
Per questo sbirciò solamente il negozio di specialità ebraiche sulla sinistra e percorse la Corte Scala Mata col pensiero già proiettato sui “suoi” finanzieri, tanto che si dimenticò di dare un’occhiata agli altri negozi – caratteristici o meno – che passo dopo passo incontrava. Alla fine del Gheto Vecio dovette affrontare, con la solita prudenza, il ponte scivoloso, ma quel lunedì lo fece esibendo una sicurezza inconsueta; questo perché aveva visto, appoggiato alla guardiola del campo grande, Angelo, uno dei finanzieri che amava di più, una specie di “figlio” prediletto, con la sua faccia da eterno bambino, i capelli neri a spazzola e un sorriso indelebile.
“Buongiorno, Luigina” si sentì dire lei da lontano, e questo le aprì il cuore.
“Ciao, Angelo! Guarda cosa ti ho portato” gli rispose.
L’entusiasmo che aveva dentro si manifestò in una rapida discesa dal ponte e in un improvviso, simultaneo sollevare le braccia verso il cielo, come a consacrare la sorpresa del dono e la sua spontanea generosità, vera (certo) più delle margherite e di quel vaso (se ne accorse soltanto allora) un po’ pesante e ammaccato. Angelo sorrise ancora di più e le accennò – quasi fosse un vigile che regolava il traffico – il gabbiotto, dove l’invitava a entrare. Luigina non fece complimenti inutili, e alle nove e cinquantasei stava seduta all’interno della guardiola, con Angelo, Matteo, Aldo e Salvatore che le facevano mille complimenti, dopo aver sistemato il vaso di fiori sopra una piccola mensa improvvisata.
La nostra vecchietta avrebbe voluto parlare a lungo coi suoi ragazzi, ma quel lunedì aveva una spesa da fare agli Ormesini, e così dovette lasciare il gabbiotto quasi subito, accompagnata dagli scherzi bonari dei finanzieri, passò accanto alla base del grande candelabro a nove bracci, simbolo – con le sue sette luci già accese – dell’imminente festa di Chanukka, e attraversò il campo, spinta da una certa, inspiegabile fretta di andare oltre il ponte di ferro, sparire alla vista del ghetto e (chissà) probabilmente salvarsi la vita. Erano le nove e cinquantanove.
Nel frattempo, il Gheto Novo si stava popolando: una lunga fila di turisti si era formata vicino alla porta del Museo Ebraico, aspettando che aprisse. Qualcuno dava già i primi segni di nervosismo. Più lontano, seduta e un po’ ammassata sulle panchine di pietra sparse qua e là, una scolaresca rumorosa pareva attendere anch’essa, nell’aria mite di quel dicembre che non si decideva a diventare l’ultimo mese dell’anno per davvero. Su di loro piombò come un fulmine, sfiorandoli all’ultimo istante e portando il panico fra i ragazzi e le ragazze, la bicicletta-bolide di Marco, un bambino di otto anni che quella mattina aveva simulato un terribile mal di pancia, per non andare a scuola. Sua madre, apprensiva e permissiva in uguale misura, gli aveva creduto, e poi lo aveva accompagnato nel campo, visto che il mal di pancia era sparito subito e che suo figlio aveva bisogno di un aiuto, per portarsi la bici fino a lì: quattro calli, sei ponti, due fondamente. Niente male.
Adesso, seduta pure lei su una panchina, attorniata dagli studenti che facevano una cagnara sempre più insopportabile, mentre seguiva le evoluzioni di Marco da un pozzo all’altro e da un albero al successivo, la signora Lucia cominciava già a pentirsi di avere ceduto con suo figlio su tutta la linea. “Pazienza” rifletté nel tentativo di consolarsi, “ci penserà stasera suo padre a tirargli le orecchie.” Intanto Marco non aveva investito un povero colombo soltanto per il classico pelo.
Qualche minuto prima, uscendo dall’ufficio dei Lubavitch posto proprio all’inizio del campo, era schizzato fuori Abraham Lessing, un ventenne americano dai capelli rossi, con la barba stentata dello stesso colore, vestito di nero dalla testa ai piedi, compreso il cappellaccio a larga tesa. Partì di corsa, come sua abitudine, facendo sventolare i filatteri bianchi che emergevano dal fondo della giacca, risaltando molto sui pantaloni svolazzanti e sul resto dell’abbigliamento corvino. Abraham si precipitò verso il lato opposto del campo: doveva raggiungere la yeshiva per studiare e pregare, ma si trovava regolarmente in ritardo, e stavolta – forse – i suoi maestri lo avrebbero rimproverato come si meritava. Il cuore gli batteva forte forte e lui, Abraham, assorto nel pensiero della punizione che lo stava aspettando, finì addosso a un’ombra che procedeva lentamente col suo bastone: Concetto Sinecura.
Concetto non era nato a Venezia, ma ci viveva da un’intera esistenza; giunto qui per lavoro, non aveva lasciato più la città lagunare, e ogni giorno – soprattutto ora che si godeva la pensione – amava recarsi in quel campo così caldo, accogliente come un anfiteatro, vivo soprattutto verso sera, quando si trasforma in un vero centro di socializzazione spicciola, fatta di chiacchiere da adulti e urla dei bambini. Ma quello spazio magico piaceva a Concetto specialmente nelle ore della mattina, visto che preferiva il silenzio e la contemplazione. Per stare comodo, oltre al bastone si portava un seggiolino pieghevole, che gli permetteva di scegliere una postazione sempre diversa, possibilmente lontana dalla confusione inevitabile dei turisti. Lì, in un angolo appartato, fra un colombo curioso e l’ombra discreta delle case, Concetto posava le stanche membra e trascorreva ore e ore osservando tutto e tutti, riflettendo sul mondo e su di sé (che poi era la stessa cosa), contando i giorni passati e quelli che gli restavano da vivere.
L’urto con Abraham Lessing gli fece male e lo distrasse – purtroppo – dalla prima meditazione, quella da cui poteva in seguito partire per i suoi voli pindarici. Cadde per terra, e intanto fulminava con occhio accusatore quell’ultimo arrivato, distratto e violento perfino nel venirgli addosso; ma subito dopo, mentre il giovane Lubavitch cercava di scusarsi in una lingua per lui inafferrabile, Concetto scoppiò nella sua risata più fragorosa. Seduto sui masegni ancora, gesticolando come poteva e raccogliendo nei polmoni tutta l’aria che gli riuscì, alla fine sbottò:
“Corri corri guagliò: ma dove corri?”
Abraham capì per una sorta di miracolo: si precipitò a rimettere in piedi il vecchio, e poi gli indicò la yeshiva. Concetto non fece una piega:
“Quando sarai lì, prega per i miei piedi malati. E’ il minimo che puoi fare.”
Allora il giovane gli fece un inchino comico e cerimonioso, affrettandosi subito dopo verso il suo destino. Erano le nove e cinquantanove.
Giù dal ponte di ferro (che mi ricorda – non so più perché – il signor Alexandre-Gustave Eiffel, quello della torre parigina) stava scendendo Abdu, col suo carretto di pane ormai vuoto e la testa piena di pensieri: il giorno prima aveva intravisto lì in campo due ragazze del suo paese, e una l’aveva colpito subito, per quel suo fare timido ma deciso e la voce melodiosa che pareva incantare l’amica. Il giorno prima l’aveva adocchiata, e a quell’ora precisa: avendo terminato il giro di consegne, Abdu osò per la prima volta non eseguire gli ordini del fornaio, che prevedevano un suo immediato ritorno al negozio. Si piazzò lì, guardò di sfuggita l’orologio e pensò: “Aspetterò alla base del ponte, solo per qualche minuto. Scommetto che lei sta per arrivare. In fondo, sono appena le nove e cinquantanove…”
“Abdu, cosa aspetti lì, la tua morosa?” provò a scherzare Marietto, vestito da gondoliere, ma disteso su un più misero sandolo, nell’attesa di qualche turista da imbarcare. Munito della sua inseparabile chitarra che lo aiutava a passare i lunghi minuti di ozio, Marietto stava per replicare al timido sorriso di Abdu, ma riuscì solo ad aprire la bocca, perché proprio allora – alle dieci in punto – si scatenò l’inferno.

 2

Samuele Corsi, il nostro amato commissario, arrivò in zona in quel momento, non per merito di un sesto senso che pure possedeva, ma semplicemente perché abitava abbastanza vicino, e tutti i giorni per andare in ufficio faceva quella strada (anche se avrebbe potuto scegliere percorsi alternativi), proprio perché voleva passare di là, superare il ponte in ferro gettando un’occhiata a destra una a sinistra sul canale non bellissimo ma interessante, e scendere finalmente in campo, quel Gheto Novo che aveva sempre amato, dov’era cresciuto rapidamente e senza pensieri, dove aveva conosciuto tanti bambini come lui – qualcuno antipatico, per la verità – e qualche ragazzina, Amelia in particolare che (nonostante il nome antiquato) gli era rimasta nel cuore per i suoi capelli biondi leggerissimi e le frequenti, affettuose carezze cui Samuele si offriva sempre ben volentieri.
Quel campo era stato la sua prima palestra, una scuola di vita fondamentale, sicché ancora adesso il commissario non riuscì a passare di là senza provare una certa tenera commozione. Si ricordava, lui che a suo tempo amava farsi bello davanti ai suoi coetanei, che un giorno per scommessa aveva contato – uno per uno e senza mai distrarsi – tutti i masegni del campo. Quanti fossero in realtà non avrebbe più saputo dirlo, ma rammentava benissimo la gioia, la soddisfazione, la stanchezza liberatoria che lo avevano preso nel contare l’ultima pietra, l’ultima fatica.
Quel 10 dicembre, alle dieci in punto, mentre percorreva la fondamenta degli Ormesini in direzione del ghetto, Samuele si ritrovò, all’improvviso, spostato di qualche metro da una forza invisibile, sbatté contro un muro e sentì un enorme boato, quasi la terra stesse sprofondando su se stessa. Un attimo dopo, vide il sandolo di Marietto volare verso di lui e atterrare a pochi centimetri dai suoi piedi. Dentro il sandolo – oltre a Marietto e alla sua chitarra – c’era Abdu, abbracciato al “gondoliere”, entrambi con la faccia attonita, inebetita. Erano vivi, per fortuna; allora il commissario, pur con le gambe pesanti e il cuore impazzito, si precipitò sul ponte, e da lì vide.
La pavimentazione del campo gli si presentò come tutte le altre cose: nella più completa devastazione. Era come se un terribile bombardamento avesse privilegiato quella zona, proprio quella, per segnare l’inizio di una nuova guerra imprevedibile. Già dal ponte in ferro Samuele ebbe la voglia improvvisa di non guardare, di essere cieco anzi, per non vedere quello strazio indescrivibile. Scese i gradini con esasperante lentezza, quasi fosse invecchiato – in un secondo – di mezzo secolo e più. Man mano che si avvicinava al cuore dell’esplosione il suo, di cuore, iniziò a battere forte, poi piano, poi a fermarsi, con una irregolarità che sottolineava lo strazio di un uomo il quale – pur avendone viste tante – a una rovina così diffusa e sistematica, a una simile desolazione, tanto assurda quanto reale e tangibile, non avrebbe mai potuto abituarsi. Eppure doveva farlo, se non altro per mestiere; eppure doveva posare l’occhio dappertutto e guardare, toccare, prendere atto di una piccola, concentrata fine del mondo.
I masegni, appunto, non erano più su una superficie piana, ma ricordavano le onde pietrificate di una tempesta tremenda e momentanea, di un mare bollente, che aveva cancellato ogni cosa al suo fulmineo passaggio.
Samuele dovette – suo malgrado – cominciare il penoso inventario di quel disastro mai annunciato: che razza di bomba aveva potuto stravolgere, distruggere, uccidere tutto con la medesima, cieca determinazione?
Già gli ultimi scalini del ponte, deformati con incredibile facilità dalla vampata di calore, preannunciavano la catastrofe. Dal gradino finale, su cui Samuele non poté sostare per non bruciarsi i piedi, si vedeva solo una parte del campo, sufficiente però a testimoniare gli effetti della furia orribile che vi era passata: il sottoportico del Banco Rosso era crollato, trascinando con sé l’avancorpo di case sovrastanti, sicché dagli appartamenti sventrati e messi a nudo impietosamente, pendevano oggetti privi di forma e significato. Il grande albero lì vicino, l’unico a resistere – almeno in parte – allo spostamento d’aria spaventoso, si appoggiava ora sradicato al fantasma della casa gialla a sette piani, e pareva abbracciarla coi suoi rami contorti, quasi volesse offrirle e chiederle consolazione. Le finestre, ormai prive di vetri e irriconoscibili, sembravano grandi occhi allibiti, recessi oscuri di una violenza senza limiti. Da una di esse penzolava, con la testa verso il campo e i filatteri sparsi qua e là, stracciati e privi ormai della loro essenza, Abraham Lessing, il giovane Abraham cui lo scoppio aveva strappato – con minuziosa spietatezza – barba capelli e bulbi oculari. Il ragazzo immobile appariva bloccato dalla morte nell’ultimo, attonito gesto di sorpresa.
Vicino alla porta del museo, un ammasso di vite umane spezzate impediva perfino di supporre quanti fossero quei turisti, nudi e aggrovigliati l’uno nell’altro, come ebrei nei campi di concentramento, o manichini inservibili. I loro indumenti, volati via come farfalle, ciondolavano adesso dalla grande pianta, trasformandola in un macabro albero di natale.
Gli altri alberi, divelti dalla furia spaventosa, erano spariti chissà dove; il più piccolo, solo una speranza di pianta forte e longeva, era finito in minuti pezzetti nell’angolo più lontano del campo, fra i pozzi rotolati lì chissà come. Al loro posto tre voragini si aprivano, raccogliendo sedie, panchine, corpi, stracci, schegge di legno, lembi di stoffa grigioverde, povere cose senza nome. L’alto pennone rosso era caduto, e con estrema violenza si era infilato nella porta del museo, uccidendo un paio di ragazze che dovevano guidare il primo gruppo alla visita delle varie sale e di una sinagoga.
La bici di Marco, scaraventata sopra il tetto della Casa di Riposo, giaceva a ruote in su e sembrava rifiutarsi di morire, perché le ruote si ostinavano a girare ancora ancora ancora. Del bambino nessuna traccia, nemmeno il più piccolo frammento. Sua madre, invece, sbattuta in mezzo al campo, giaceva senza testa, attorniata dai corpi sfigurati dei giovani studenti che parevano farle compagnia. Da una finestra dell’ospizio, lo scheletro di una vecchia signora si affacciava, paralizzato dall’orrore, a contemplare quello che non poteva più vedere. Anche la fontana era sparita.
Samuele guardò in direzione del gabbiotto dei finanzieri, ma non vide nulla: la guardiola non esisteva più e i corpi straziati di Matteo, Aldo e Salvatore giacevano qua e là, orrendi testimoni della tragedia. Angelo, invece, proiettato verso la porta della yeshiva, l’aveva sfondata finendo contro un giovane Lubavitch in preghiera e ammazzandolo. La scuola era sconvolta, ridotta ormai a una caverna di rottami e oggetti indefinibili: i libri sacri, i paramenti, le persone formavano un tutt’uno sconvolgente. Sul muro accanto, spiaccicato come un misero insetto, stava Concetto Sinecura, seduto sul seggiolino e col bastone in mano, pietoso bassorilievo messo lì a rappresentare una morte iniqua e istantanea. Il candelabro a nove bracci, scaraventato addosso al lato opposto del campo, era ormai ridotto a minuti frammenti di legno e vetro, sulla cui origine era impossibile fare ipotesi.
Ma Samuele, se chiudeva gli occhi, vedeva il campo intatto; lo aveva fotografato mentalmente così spesso che ora lo ritrovava, in un angolo del suo cervello, con una tale nitidezza che – paragonata alla devastazione attuale – rendeva ancor più dolorosa l’immagine di ciò che esisteva, ormai, solo in teoria e nelle cartoline. Lui avrebbe voluto chiudere gli occhi davvero e riaprirli qualche minuto prima, quando l’inferno doveva ancora scatenarsi; voleva illudersi che fosse soltanto un’allucinazione la sua, ma – per quanto facesse – l’orrore tornava ogni volta che lui posava lo sguardo su di esso, e su quella voragine dove un tempo era la guardiola dei finanzieri. Quel buco immenso lo convinse che lì tutto era iniziato, lì la bomba era esplosa, subdola e dirompente, per irradiare attorno la sua stupida, terribile potenza, capace soltanto di distruggere.
Osservando meglio il fondo della voragine, Samuele vide qualcosa di informe, un povero oggetto qualsiasi; ma l’istinto lo spinse a scendere con cautela fino a raggiungerlo e toccarlo. Le sue dita si ritrassero subito, perché quella cosa scottava: da essa, probabilmente, era partita l’esplosione, eppure non sembrava che un innocuo vaso da fiori, contorto ma non abbastanza da mascherare la sua natura, la sua pacifica funzione. Samuele risalì sul campo e non poté fare a meno di dare un’altra occhiata tutto intorno, lentamente, come una dolorosissima carrellata.
“Cristo” si chiese, lui ebreo “Cristo, perché?”
E poi ancora: “Che posso fare io, da dove devo cominciare, chi mi aiuterà a districare questo atroce groviglio?”
Risposte non poteva trovarne, ma – per sua fortuna – proprio nel momento in cui la disperazione stava per toccare il suo culmine, Samuele si svegliò.

Il buio inatteso lo spaventò, ma quando accese la luce e riconobbe la tranquilla sicurezza della sua camera, Samuele si calmò e finalmente comprese. Aveva fatto un sogno mostruoso, un incubo che non poteva augurare al miglior nemico o all’amico peggiore, un’esperienza così “reale”, profonda e ricca di dolorose sfumature da sembrare assurda, inverosimile.
Si mise a sedere sul letto, raccolse la testa fra le mani e – pur senza volerlo – riandò per qualche secondo alle orribili immagini che aveva visto, patito, che lo avevano atto sentire un essere microscopico e inerme. Non riusciva ancora a convincersi del fatto che fosse stato solamente un incubo, pur terribile, un perfido scherzo del suo sonno spesso agitato. Allora cercò di ragionare con se stesso e si persuase che la sola cosa da fare era alzarsi, vestirsi, uscire, andare in campo del Gheto Novo e constatare che tutto era come prima; come sempre, si augurava.
Arrivato in fondamenta degli Ormesini, non vide sandoli sui masegni, o scalini del ponte contorti. Eppure non aveva il coraggio di guardare – nemmeno con la coda dell’occhio – verso il ghetto, quasi temesse una seconda esplosione e i suoi catastrofici effetti. Ma quando fu in cima al ponte e ritrovò con lo sguardo le solite presenze familiari, il sottoportico del Banco Rosso, la yeshiva, i negozi, il ristorante, le case altissime, gli alberi, i tre pozzi, le panchine, perfino il candelabro a nove bracci e la guardiola dei finanzieri, alla fine si mise il cuore in pace e si fermò, proprio in mezzo al campo, a godersene la vita discreta in ogni lato, ogni angolo, ogni finestra.
Una vecchia sorridente lo guardava da un balcone della Casa di Riposo; Marco pedalava con molto impegno, scansando abilmente turisti e colombi affamati. Era comparsa di nuovo la fontana, dove un piccione si lavava allegramente e scacciava i suoi simili con prepotente egoismo. Un gabbiano volava alto in cerchio, contemplando i turisti in attesa, una scolaresca sparsa qua e là, Concetto Sinecura seduto sul seggiolino e immobile come un statua. Intanto passava di corsa Abraham, evitando per miracolo Abdu col suo carretto del pane. Si sentiva in lontananza la chitarra di Marietto che si aggiungeva ai consueti, piacevoli suoni dei dintorni. In quel momento, dal ponte scendeva Luigina Penso vedova Tramontin e si dirigeva verso un giovane in divisa grigioverde.
“Gli attaccherà il solito bottone” pensò Samuele con tenerezza.
L’attimo dopo, si sorprese a dirsi: “Bene. Tutto normale. Ogni cosa è al suo posto, e io ho fatto solo un incubo schifoso. Torniamo a casa.”
Così, attraversò per l’ennesima volta il campo e cominciò a salire i primi scalini del ponte in ferro. Si sentiva felice, e il suo cuore traboccava di gioia come mai prima di allora. Aveva perfino l’impressione di essere più giovane e leggero.
Ma quando scese l’ultimo gradino e si ritrovò nella fondamenta degli Ormesini, alle sue spalle un boato caldissimo lo scaraventò per terra.
Era l’incubo che tornava?