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Ecuba, madre di tutte le madri, rivive in questo testo teatrale di Clelia Lombardo con le “mille voci” di tutte le donne che ecubavogliono dire: Basta. Come non citare fra queste voci quelle delle madri di Plaza de Majo o quella di Felicia Impastato o ancora quelle più recenti  che chiedono giustizia per i giovani morti in carcere in circostanze a dir poco misteriose. E come ignorare la tragedia di Ana Mladic che con il suo gesto estremo, il suicidio con la pistola del padre, grida la ribellione per tutto ciò che è odio etnico, annientamento, genocidio? Donne che non ci stanno a subire il perpetuarsi dei crimini e dell’intolleranza e che alzano il dito per indicare le colpe dell’uomo sull’uomo.

Ancora oggi, a distanza millenaria dall’archetipo mitico di Ecuba, la donna si ritrova ad essere personaggio nodale nel percorso dell’esistenza: come l’eroina di Troia ella deve essere la regina che “governa” la famiglia  e allo stesso tempo la testimone di un “governo” ingiusto, feroce con i più deboli e massacratorio. L’Ecuba della Lombardo, dolente ma risoluta, non ci sta alla sopraffazione, alla perdita del valore umano, al perpetrarsi di guerre e di vittime. E’ una donna che ha vissuto l’esperienza della distruzione, è sopravvissuta assieme ad altre donne alla devastazione ed è finita in uno scantinato a differenziare per conto di sconosciuti sacchi di spazzatura. La sua terra d’origine è stata invasa, espugnata, e loro, le donne, illuse per un attimo di potere ritrovare un futuro in altri paesi, sono finite nella parte malfatta della società. Nei suoi monologhi Ecuba rievoca tutto ciò che l’ha condotta fin lì, e sono parole che scuotono, dolcezze del passato, speranze sconfitte, pietà per la terra vittima anch’essa d’ogni stortura umana. Ma nella sua consapevole condizione di emarginata ella è ancora capace di trovare il coraggio della ribellione, che esercita non su se stessa ma sulla giovane Elvira, un’altra esiliata condotta da lei per poi essere introdotta in un giro di illegalità. E’ Ecuba a salvarla, inducendola alla fuga, esercitando quel ruolo di donna-madre in cui non è insito solo l’amore materno ma anche la solidarietà, la sorellanza, la partecipazione emotiva e fattuale alla vita degli altri. Compiuta la sua “missione”, Ecuba eleva alla terra la sua preghiera, prima di riunirsi ad essa come al grembo che l’ha partorita. Il “Poema della terra” è un testo nel testo, un canto di una bellezza assoluta che vive di vita propria pur nell’intrinseco scenario dell’opera. E’ la voce della donna declinata nelle sue infinite identità: divinità pagana e icona religiosa, nume mitologico e figura sacra, regina della terra e solco per il seme. La rivincita di questa Ecuba non è nella vendetta euripidea, ma nell’assunzione della responsabilità a gridare contro le ingiustizie e la mancanza di pietà.

“Ecuba e le altre” è un testo di forte valenza simbolica, ogni scena è un nucleo narrativo che accoglie vari significati: la denuncia della condizione contemporanea al limite della distruzione, l’allarme per la devastazione che si va compiendo ai danni della natura, l’indifferenza verso il valore della pace nel mondo, la perdita della sovranità dell’essere umano e non ultimo il grido di ribellione che dice ancora una volta: Fermiamoci.