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La scelta e l’esigenza di raccogliere in un volume antologico poesie e scritti che abbiano attinenza con la realtà sociale nella quale siamo tutti immersi risponde in qualche modo alla vaexata quaestio della funzione nella società della letteratura in generale e della poesia in particolare. Questione che ha coinvolto intellettuali, scrittori e poeti di tutti i tempi, ma che a partire dalla fine del secolo trascorso si è come assopita nella coscienza di tutti. Dagli anni ottanta in poi la poesia in modo particolare ha virato verso una tensione autoreferenziale in cui era più sentita l’esigenza di guardarsi dentro, di esplorare le regioni interiori dell’animo in relazione ad una realtà che sembrava soddisfare i bisogni esteriori. Era il tempo del cosiddetto “edonismo reaganiano”, l’era dell’arrivismo narcisistico degli yuppies, l’inizio di un ciclo che proclamava la felicità individuale e l’affermazione personale attraverso una sorta di esigenza del frivolo. Del seguito e di ciò che ne è conseguito siamo oggi i testimoni smarriti, vittime e complici, ai quali si impone il dovere di spezzare il silenzio.

E a chi se non alla voce dei poeti e degli intellettuali può essere demandato il compito di alzare lo sguardo al di là dell’appiattimento, dell’ignavia, della rassegnazione e di gridare la propria “giusta collera”, il proprio legittimo risentimento contro i protervi agguati della logica del potere? Forse non sarà la poesia a risolvere i problemi di un tempo storico che sta finendo per minare la nostra stessa sopravvivenza, ma è certo che con le sue parole il poeta può anche riuscire ad “avvelenare i pozzi”, per usare un’espressione di Franco Fortini, perché la sua parola, ancorché priva di potere “politico”, possiede la forza di inoculare negli organismi sociali e culturali quei segnali finalizzati a demolire gli equilibri ordinati. La poesia è di per sé atto eversivo, denuncia che pur non essendo intrinsecamente risolutoria può generare la consapevolezza del ruolo che ciascuno di noi riveste nella società. Scrive Gianmario Lucini nell’introduzione a questa antologia: “La collera è un sentimento profondo che nasce dal disgusto indotto da una particolare situazione, che monta adagio nel tempo, si radica, cerca un costrutto argomentativo, logico e non soltanto espressivo. (…) Questa raccolta antologica nasce appunto per sondare questa presa di coscienza profonda, significata nelle parole”. Si tratta infine di sollecitare un ritorno alla scrittura di impegno civile, di cui forse abbiamo perduto la pratica. Leggendo i testi di questo volume ci rendiamo conto che gli autori qui inseriti, ciascuno con il proprio linguaggio e il proprio stile, hanno dato espressione del disagio e della rabbia, dell’indignazione dolorosa e della paura di non potere indietreggiare di fronte al baratro. “Questo cieco benessere sarà la molla d’una lunga decadenza”, denuncia Andrea Genovese. E Gianmario Lucini nel suo Monito avverte: “la notte è lunga e il richiamo dei lupi/è già vicino”. Massimo Pastore in Monologo per i tempi di guerra scrive: “Finiamola con queste menzogne. Non servono più le parole alla luna, i sospiri agli angoli sperduti della città, le canzoni lasciate in riva al mare.” E’ un avvertimento che ci mette di fronte alla nostra responsabilità di esistere. Ogni testo di questo volume esprime lo sdegno per tutto quello che l’uomo subisce: indifferenza, prevaricazione, imposizione di modelli di vita svuotati da ogni valore autentico, sopraffazione dei soggetti più deboli, azzeramento della facoltà di giudizio. In Notizia dal 72° parallelo Alfredo Rienzi recita:“Noi portatori sani dei mali /del mondo, recalcitranti, ma in fondo/ buoni consumatori”. E Celestino Casalini in Lotte di classe con rassegnazione scrive: “E noi/ci siamo arresi di fronte alla fatica/di dover lottare/ per porre fine a ingiustizie e mistificazioni”. Ma si sbaglierebbe chi pensasse ad una resa incondizionata. E’ proprio per sollevare polvere, per scuoterci dal torpore e dall’assuefazione che cercano di paralizzare ogni possibile reazione che il poeta alza la sua voce, denuncia, addita, ironizza, sovverte, accusa. Qui non siamo nell’area della poesia della contestazione; diversa nella sostanza e nell’espressione, la scrittura degli autori qui presenti vuole significare l’amarezza di fronte alle ingiustizie, vuole chiedere ascolto perché non si continui a perseverare in quegli errori che finirebbero con l’abrogare la vera essenza dell’uomo. Tutti i testi di questa antologia ci rendono l’esatta percezione di ciò che succederebbe se il silenzio connivente si impadronisse dell’uomo, se non ci fossero più voci a gridare il dissenso, l’opposizione, la protesta per una spoliazione totale di ogni diritto umano.

anna maria bonfiglio