Antropomiomachia

Andrea M. Campo. “Amici, colleghi e compagni, il domani ci attende…”

Un oratore esperto come lui sapeva bene che una pausa al momento opportuno sarebbe valsa l’attenzione di tutto l’uditorio. Senza scomporsi, finse di riprendere fiato e soffocò per un istante le ultime parole in un sospiro. Centinaia di orecchie si volsero verso il pulpito dal quale parlava e, soddisfatto, proseguì con fare marcatamente teatrale.

“..e sarà un domani migliore per tutti  noi” urlava roteando gli occhi al cielo, “finalmente manderemo via il nemico! La città sarà di nuovo libera”. Un fremito percorse la schiena di tutti, qualcuno si commosse ma tanti non sembravano del tutto convinti.

Era l’ultima fatica per l’ingegner T. prima di dare il via alla Grande Opera, un sistema meccanico che avrebbe risolto i problemi di tutta la cittadinanza, ricreando l’ambiente ideale dove ricostruire una nuova vita.

Il campo cominciava a svuotarsi, senza fretta, lentamente. Piccoli passi, appena percettibili, si susseguivano con cadenza regolare librandosi nell’aria gelida con impertinenza sempre maggiore.

Pochi metri più in là, sotto il ponte dell’Accademia, due tra i più giovani chiacchieravano animatamente.

“Non capisci, è l’unica soluzione possibile”, ripeteva F. “ è, ormai, una situazione insostenibile”, disse con  tono serio, contraendo il volto in una smorfia pensierosa.

“Fino a qualche tempo fa, quando ne vedevi uno, correva via terrorizzato in cerca di un posto dove nascondersi. Ora rimangono lì immobili, ostentando sicurezza, quasi arroganti, e ti fissano con i loro occhi vitrei in attesa che tu faccia la prima mossa. Sono diventati un pericolo!”

“E tu credi che un po’ d’acqua basti a cacciarli via? – intervenne l’altro -sono sopravvissuti ad inondazioni e cataclismi di ogni genere e sono ancora qui! Hanno attraversato i secoli, prosperando e moltiplicandosi, e tu vuoi cacciarli con una diga!”. Si sentì vuoto, un sapore amarognolo iniziò a diffondersi sul palato. Inclinò il capo e con un leggero sorriso parlò caustico. “Dopotutto, ormai siamo abituati a vederli vicini alle nostre case, spuntare dal nulla per poi scomparire in un lampo. Siamo stati capaci di adattarci alla loro presenza, ormai viviamo quasi in simbiosi, mandarli via può essere un errore..”.

F. osservò a lungo il suo compagno, riprese coraggio e continuando a banchettare rispose con decisione “Indubbiamente ci procurano la maggior parte del cibo, ma quanti di noi sono morti per colpa loro?”. Era riuscito finalmente ad aprire un sacchetto della spazzatura da cui proveniva un invitante profumino di croste di formaggio e bucce di arancia. Divise il bottino con il compagno. “Topi e uomini sono stati sempre in lotta per il dominio del territorio e fino ad ora siamo sopravvissuti grazie alla loro stupidità: se non si sterminassero a vicenda, noi saremmo scomparsi da secoli”.

“Ma adesso- proseguì scuotendo i baffi -sono diventati troppi!”.

Aveva colpito nel segno. Milioni e milioni di esseri avvolti nelle loro vesti multicolori stavano soffocando la città. Ma C. non era convinto che quella fosse l’unica soluzione. Assalito dai dubbi F. provò l’ultima spinta “Qualche mese fa è toccato ai colombi mandati via da Piazza San Marco. Come sono crudeli! Li hanno affamati per giorni, e prima o poi toccherà a noi. Credimi domani sarà tutto finito. Durante l’alta marea alzeremo la diga, e dopo la pioggia battente e la città sarà sommersa dall’acqua. Il livello del mare salendo eliminerà ogni traccia di essere umano. Ma non preoccuparti, come hanno sempre fatto, andranno a cercare altri luoghi, altre terre da sfruttare fino all’esaurimento. Il MOuSE è la nostra unica arma, domani saremo nuovamente i padroni di Venezia”.

Soddisfatto andò via squittendo e lasciò l’amico solo sul bordo dell’imbarcadero. C. si fermò pensoso passandosi le zampe anteriori sulla testa, dalle orecchie fino al naso, mordicchiando ciò che rimaneva tra le unghie. Eseguì diverse volte il movimento, lasciando che i brividi alzassero il pelo grigio, fino all’arrivo di un giovane ubriaco che batteva una bottiglia vuota con un mazzo di chiavi. C. caricò il peso all’indietro e si lanciò nel canale immergendosi in un tonfo sordo. Sparì in un attimo tra le mucillagini muovendo in direzione della sua piccola tana ripetendo “Si, il MOuSE è la nostra ultima speranza”.

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