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canti di cicale

 

Canti di cicale –
Samuele editore 2016

Leggere di poesia e scrivere qualche opinione attorno ad essa, credo sia una delle attività più utili per chi è appassionato alla conoscenza umana, perché se è vero che ogni poeta è un” fingitore “ come asseriva Pessoa, i versi che leggiamo spesso ci celano descrizioni di anime che- solo rovistando e analizzando con cura nei dettagli il lavoro che ci viene sottoposto-, si riesce a conoscere in modo non del tutto superficiale, e la scoperta che ne deriva riempie del piacere per la condivisione dell’animo altrui.

Ho cercato di raccogliere la sfida lanciata dai versi che seguono, tratti dal libro della Secco appena uscito, che sono di certo un riferimento ad un “ tu “ molto privato ma che si possono anche leggere con un invito diretto al lettore, e ciò è quanto ho voluto evidenziare con il grassetto :

Vieni a vedere i miei versi cresciuti
ben oltre le scapole. Scioglili tu
significati e nodi. Usa le dita.
Conta ogni singola sillaba ognuna
una volta sola. Ricomponimi
e rima. anche solo una volta prima
della chiusa perché è lì che rimane
il senso, sul finale. Ed è lì che stai
anche tu, l’undicesima sillaba
in seconda terzina. Ultimo segno
prima del punto, sostegno, sollievo,
cura.
Guardami. Non ho alcuna paura.

Dopo questo esplicito invito ( anche se indiretto ) mi sono composto una scaletta di lettura, che mi permettesse di comporre un ritratto( forse approssimativo ) di questa autrice analizzando lentamente e con cura tutta questa raccolta, e i gruppi di lavoro attorno ai quali ho lavorato sono :

a) senso della precarietà del vissuto sia in termini privati che generali.
b) conseguente delusione e senso di privazione
c) amore ( con ogni sua sfumatura che va dalla tenerezza all’eros elegantemente rappresentato )

In Secco è tutto raffigurato con una libertà di scrittura che in certi passaggi assume sfumature surrealistiche che mi hanno rimandato a certe poesie di Lorca come in questo caso ( per le quali mi sono servito del grassetto ) , per quelli che mi sono parsi come gli echi lontani del linguaggio di questo poeta, linguaggio immaginifico rivendicato per la libertà espressiva nel colore usato in pittura anche da Kandinsky del periodo Blu Rider

Interni al mio ventricolo sinistro
maturano segreti di amarene
e un dio degli alfabeti scrive
un’altra canzone con la tua grafia
sulle mie pareti. lascia fuori
il mondo quando vieni. Fammi un bene
di polpa, la scorza esclusa e
crescimi pane, fatti mangiare.
Sapessi il dolore a volte come mi somiglia.
leggi invece come l’amore è uguale a te.

E raccogliendo l’invito fattoci, abbiamo cercato di addentrarci meglio in quei “ segreti di amarene “ tenendo presente dentro di noi che se l’autrice ha preferito parlare di amarene e non di pesche o di altro lo ha fatto forse per attirare la nostra attenzione sulla lieve acidità che lascia al palato questo frutto, e durante questo cammino di scoperta ci siamo imbattuti in questa poesia di pag. 38 dove i versi più coinvolgenti per noi, sono quelli evidenziati :

Entra dagli squarci un soprassalto d’inverno
sgomento scuro d’altipiani e raffiche di cielo.

Fuori ovunque, minime cose abitano vive
– filamenti d’erbe e ragnatele e impronte
e nascondini di foglie cadute in ere di brine – .
Non ti vedranno. tu non sei che il taglio
passante nel paesaggio. Prova da qui
a urlare la tua voce, la forma dell’ovale nella corsa
o che il volto è un uomo col tuo nome. Chilometri
di cunicoli sotto l’antica dorsale di montagna.
dentro. dove sovrasta il buio.

Ricordo di essermi fermato a lungo, mesi fa al museo del 900, davanti ad un quadro di Fontana, che, come tanti altri suoi, era composto da una fila di tagli allineati ed in leggera ascesa, quasi a rappresentare figure in movimento dentro una tela dai colori azzurro grigi ai quali sembrano fare riferimento i versi di questa poesia, e quel ricordo è riaffiorato all’improvviso di fronte a questo testo che si inserisce perfettamente dentro una cornice di delusione e abbandono che pervade molti degli scritti di questa autrice.

Stralcio altri di questi versi che io chiamerei di “ delusione “ :

a pag. 34 troviamo

abbiamo creduto alla stesura
del colore dentro ai bordi.
tavole su tavole amica mia
di pennellate e nessun
tremore per nessuna rovina.
abbiamo creduto ai romanzi
al loro lieto fine.
Milagros sudamericani.
lui che senza lei non vive
– fino all’ora di cena – .
abbiamo creduto la chiusa
fosse contraria al quotidiano.
Piuttosto la morte, la causa adamantina
dei garofani portati alla vetta
a scalate e scalate. l’amore vero
abbiamo creduto fosse uno
come lo pronuncia dio.
Preghiere e preghiere, utopie.
Baci riascoltati nella pancia

dove il male si confonde
a fingerci felici.

E a pag. 35 invece appare questa

la fine lieta delle fiabe è falsa.
appartiene alla carta e la carta
non tiene. la principessa dormirà
per sempre nella teca senza un bacio.
Nessuna fata muterà nessuno
straccio in velo e il cacciatore nessuno
salverà uccidendo il lupo. la fortezza
di pane si sfalda nelle stupide
briciole che scordano la strada

e nel pozzo non c’è nessuna luna.

Ma se la disillusione è tanta, è inevitabile il provare una stanchezza mortale, come qui, a pag. 39

………………..
Ho stanchezze mortali e non ho fiato
di lavarmi i denti, pettinarmi, indossare
i braccialetti. Pènsati se posso correre
piegare le ginocchia e raccogliere le perle
in mezzo ai sassi io
che vorrei dormire anche qui
sul sedile in mezzo agli altri
il capo che cade di lato, …………

è una stanchezza che non può che portare alla rassegnazione, all’inevitabilità della sconfitta , e a una conclusione amara :

alla luna dei miracoli dirò
di darmene una parte piccola. Una
luce almeno buona a farmi andare via
senza inciampare. Senza domandare
scusa al momento della chiusa,
quando avrò paura di sbagliare verso,
la conta delle sillabe.

Io giunti i miei nodi al pettine
e niente più capelli da far allungare.

e ancora a pag. 49
………
al fondo del bicchiere sono piana
e muta e supina come un disamore.

………….

la chiusa ci fa toccare con mano il riconoscimento della inutilità di quasi ogni nostro atto, inevitabilmente destinato alla polvere, perché è dentro di noi,è dentro ogni nostro gesto, è dentro la nostra pelle :

Ben poco rimane in superficie se
anche la pelle ha voragini tali
da non poterle dire.
( pag. 25 ).

Questo senso di tristezza decadente, che sarebbe a mio parere errato accostare ad un crepuscolarismo fin troppo diffuso in poesia, è qualcosa che fa accostare i versi della Secco ad una sorta di disperazione esistenziale rassegnata che mi ha rimandato alle parole finali del romanzo “ Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, quando all’imperatore ella fa dire :

“ piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiano insieme le rive familiari, le cose che certamente non rivedremo mai più…..Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti. ……”

e infatti la Secco non si lascia andare a vacui sentimentalismi, a culti vuoti per celebrare la delusione, ma leggiamo questa poesia di pag. 30 per renderci conto di quanto profondo sia in questa autrice peraltro molto giovane quel senso di abbandono che spesso contraddistingue i lavori di autori ben più anziani di lei :

S’accorse molto tempo dopo
che la stanza era vuota.
Senza preavviso le pareti
s’erano spogliate dei quadri e anche
dei chiodi non restava che il cavo
slabbrato del foro.
I libri spariti dagli scaffali
e anche gli scaffali, spariti.
Nessuna traccia del tavolo,
delle quattro sedie, delle tende.
dei tappeti s’intuiva solo il luogo
a lungo tenuto dei segreti.
In piedi sola nella stanza
pensò alla polvere con compassione.
Minuscole cellule ch’erano corpo
e cuticole e ciglia e le briciole,
i peli dei gatti e del cane
di quando aveva qualcuno
da accarezzare.
Pensò che ciò che rimane
non rende giustizia all’uomo.
Ciò che rimane è polvere.
Così soffiò per sollevarla.
Nella stanza intanto entrava il giorno

Una stanza vuota, la polvere che si deposita su tutto, pochi oggetti sparsi all’interno, tutta la fragilità dell’esistenza sta in questo finale “ pensò che ciò che rimane/ non rende giustizia all’uomo.

E’ come osservare un quadro dei tanti quadri di Alessandro Papetti, in cui conta il tono pittorico dell’autore mi sembra estremamente somigliante alla poetica di Secco.

Ma da tanta sommessa disperazione non si lascia distruggere l’autrice, perché essa trova una risposta, anche se parziale, aggrappandosi a quel “ tu “ di cui facevamo cenno in apertura, un “tu “ intimo, personale unico, ma che può almeno in parte rappresentare la salvezza, come vedremo più avanti, ed ecco come è presentato a pag. 36

Nonostante siano minimi i cavi
e i rilievi sull’intonaco fanno
ruvido il muro. la cipria degli anni
ci si siede a maturare un grigioblu.
Soltanto tu sai qual è il rimedio
al destino di polvere che siamo.
Il rimedio è continuare a toccare
non perdere di vista il bianco un solo
istante. Soffiare sulla polvere
il fiato con costanza e per levarla.
Sporcarsene le mani per levarla.

Non occorre disperare, occorre “ sporcarsi le mani “ per togliere la polvere del vivere quotidiano, occorre “ non perdere di vista il bianco “, occorre “ soffiare sulla polvere con costanza “ ed infatti alla fine l’autrice conclude a pag. 29 :

E sono grata a certa polvere che sporca i piedi,
mi ricorda che l’Estate ha termine.
Ciò che è destinato ai miei quaderni.

L’estate con la maiuscola non è che la vita, e quello che ognuno si rappresenta come felicità è destinato terminare se non viene salvato dalla la poesia, come afferma Paolo Ruffilli nell’esergo apposta dalla Secco in apertura del libro

… il senso è cogliere
staccare, strappare.
Si dice di fiori e di frutti,
di api che succhiano il polline.
Di chi si gode la vita
ma anche ne è consumato.
Trascrivete, in margine, le voci:
carpo carpsi carptum carpere.

e il senso di vincolo forte che la poesia stringe con la vita e con l’uomo è ben detto in questa di pag. 32

dicono che i grandi muoiono
vicino ai loro compleanni. Io
– io – dico che il macero spetta
ai fogliami, ai fogli sporcati
dall’unto delle mani. all’uomo
no. Non all’individuo non
alla poesia dell’uomo piena
(pelle – pancia – sudario – luna)

ed è ripetuto ancora meglio in questa di pag. 47

Scrivere è transitivo, si comporta
da verbo. Reclama un complemento di
cosa – una cosa qualunque, ad esempio
un verso – . Vivere è diverso. è duale
e ognuno vive la vita come può,
raramente come vuole. a noi invece
smuove la radice una desinenza
uguale che ne sovrappone senso

sale di sostanza, e fonde scrivere
vivere in pasta di pane. la poesia
è questa rima amara, irregolare
e necessaria con il fare: verbo
delle mani, prima coniugazione.
Sola e buona ragione in questo stare.

Ho lasciato volutamente per ultimo il tema “ amore “; e infatti dopo le tante letture fatte di questo libro mi sono reso conto che QUESTO è il leit motif che lo percorre tutto, anche quando la poetessa sembra occuparsi di altro, ma occorre prestare attenzione a come l’autrice si serve di questo sentimento, di come ne parla, perché esso è lo specchio più profondo di una interiorità che solo in due o tre pezzi si lascia travolgere dalle leggi della sessualità, e anche in questi casi risaltano le sfaccettature mai monocordi di una sensibilità spinta agli estremi dalla passionalità .
Prendo avvio da pag. 37 per stralciare alcuni versi dentro i quali è evidente la sofferenza per una lontananza o per una separazione

………….
ormai rimane

solo un tempo magro di colazioni
il caffè che per me ami fare prima
di svegliarmi dicendomi d’amore.
Che tu sai farlo buono il caffè come
l’amore e amaro e nero come si deve.
Solo che non ha valore. è miscela
d’assenza e nessuno dei ricavi
basta a risarcire il bacio che mi leva
prima di dormire o la cena assieme
la mancanza.
…………………..

ma dalla delusione per l’assenza sembra volersi difendere con quanto scrive a pag. 50 ove si fa evidente lo spirito di auto-protezione dal dolore attraverso la sua elaborazione interiore e ostinata
……….
Io non ho mai detto che ti amo.
Volevo l’amaro in bocca solo mio,
volevo mi raschiasse le membrane,
volevo conservarlo a fondo lingua
nel luogo del deglutire.

Alcuni pezzi amorosi sono attraversati da una intensità che si potrebbe accostare quasi al desiderio di una violenza dolce, come in questa di pag. 75, al punto che, leggendola, mi è sembrato di ascoltare i sospiri erotici di Anita Baker in “Body and soul”

dovresti iniziare dai lobi dall’interno
dell’orecchio scivolarmi dove sono dolce
nei miei cavi soffermarti sui capezzoli
dove sono amara prenderti cura
degli argini. a lungo a lungo dovresti

trattenermi all’orlo prima di entrare.
Una volta mi hai detto di qualcosa
dentro me che ti ricorda il mare. è
questo che ami. dovresti spingerti,
cacciarmi la morte alla deriva.
dopo avresti il sale sulla lingua.
dovresti farmelo assaggiare.

Ed anche in questa di pag. 74 è prorompente la richiesta di una fisicità totalizzante

avrei dovuto scriverti la pelle
allora mentre eravamo nudi
e mi arrendevo a contenerti.
Eri un odore di muschio. ti
trattenevo. tu mi lasciavi muovere:
volevo condurti dove mi rompi il fiato
che mi arrivassi al fondo. Volevo
ne sentissi ognuno, ognuno
dei miei gemiti liquidi fra le cosce
scucirsi sotto la tua saliva.

Ma la passione è attraversata da un profondo senso di solitudine nel quale l’autrice si ritrova ad affrontare la quotidianità, la paura dell’abbandono, e lascia trapelare nel verso tutta la sua fragilità di persona che avverte quanto “ la polvere “ a cui ho già fatto cenno si deposita sui sentimenti

tienimi le mani. avessimo trent’anni
da domani per lasciarci non sarebbero
abbastanza. tienimi stretta. la nuca
nell’incavo del braccio e io tutta nell’incavo.
avessimo vent’anni prima di incontrarci
non potrei sopportarne il passo.
tieni la mia forza che non credono.
avessi cinque anni potrei cullarti.
tu tutto nel mio braccio.

E concludo questo mio girovagare tra i versi della Secco, approdando ad una poesia che a me sembra la sintesi e la spiegazione dei “ segreti di amarene “ ai quali abbiamo accennato poc’anzi.
E’ una poesia che avrebbe potuto essere messa in chiusura del libro intero, anziché a pag. 27 come vi figura, perché è dentro quel dolore fatto di negazioni che io credo di avere rintracciato la cruna dentro cui passa il filo della scrittura di un’artista che cerca di lavorare con la mano libera dagli appesantimenti del cuore, tramutando in questo modo la consuetudine del soffrire per amore con il talento di una poetessa della quale sentiremo parlare ancora in futuro

Non compreremo casa. Non saremo sazi.
Non ci cureranno anziani i nostri figli.
Non ne avremo. avremo i loro due nomi
e uno ti somiglierà – entrambi migliori di noi – .
Non avremo che mani piene di niente
ma piene ma piene. Maree.
Ne avremo. due figli. Non invecchieremo.
Non moriremo. Mai. Non avremo fame.
Compreremo casa assieme. Non saremo pieni
mai da bastarci. Mi vorrai di nuovo.
io e la mia idea che riempie di niente le mani ruvide.

lettura di luigi paraboschi

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