Tag

, , , , ,


 

copertina-valacca-schlesak

«Chi ama/ è re e sacerdote». Questi versi ci vengono incontro nella parte iniziale del libro. Come un annuncio, una nota introduttiva, una didascalia. In altri contesti avremmo potuto agevolmente archiviarli, etichettandoli come evocativi ma tutto sommato prevedibili o inconsistenti. Non qui. Non in questo volume. Nel libro di Dieter Schlezak e Vivetta Valacca tutto assume una consistenza quasi sacrale, nel senso più stretto e allo stesso tempo più metaforico possibile. Ogni parola, ogni sillaba manifesta un interloquire autentico, sincero al punto da assumere valenza di testimonianza, qui sì in senso stretto, tra il giuridico e il filosofico, sui misteri fondamentali per ogni essere che aspiri a definirsi umano: il tempo, l’amore, la permanenza e l’addio, il contingente e l’eterno, la morte e la vita.

«Dove finisce Io?/ Dove incomincia Tu?/ È/ soltanto NOI dovunque». Ci vengono fornite delle chiavi, in questi altri versi, e con loro altre porte che attendono di essere aperte, o comunque scrutate, per prendere atto della loro presenza. Il libro è costituito da un dialogo, un alternarsi costante di due voci, una maschile e una femminile. In ciò è racchiuso un insieme di informazioni, un organismo, un sistema complesso, vivo, e quindi costantemente in mutamento, pur nell’identità, nell’individualità.
Il dialogo è reminiscenza del teatro, ma anche del canto, della lirica, in una ring composition che è di per sé domanda e risposta, soluzione ed equazione, quest’ultima aperta chiaramente a mille altre ulteriori incognite. La voce, la manifestazione più intensa del sentire, modulabile, mai identica a se stessa neppure all’interno di una singola frase, si innesta in modo immediato in un ambito che è dialogico per sua stessa natura: la relazione tra il maschile e il femminile, entità in continuo contrasto e confronto, alla ricerca dell’altro in virtù di una complementarietà assoluta e primigenia. L’io non viene negato. Sarebbe non solo contraddittorio ma addirittura impossibile, impensabile. Ma c’è un passaggio ulteriore, una condizione che è un luogo, unisce le connotazioni di base, tempo e spazio, e conduce ad un altrove che è in realtà la terra di partenza: il Noi. Anche in questo caso in ambiti più lievi sarebbe stata soltanto un’immagine ad effetto. In questo libro se ne percepisce la necessità, nell’accezione primaria di qualcosa che non può essere diverso da quello che è. Non per un gioco affascinante ma vuoto, non per mero estetismo, ma, piuttosto, per uno di quegli incontri di voci che diventano immediatamente incontri di menti che a loro volta trasformano il corpo in uno strumento per indagare senza sosta sui limiti, sui confini e sulle strade che mettono in comunicazione, in contatto.

Quando l’indagine diventa motivo esistenziale, anche nel senso musicale, movimento ininterrotto di una sinfonia, allora, davvero, l’io si trasforma nel noi, con tutto il mistero doloroso e beatificante che comporta questa dipendenza e questa scelta.
«Io e Te insieme/ siamo pura luce e gioia/ e allora capisci/ che siamo polvere di stelle! e soffio di Dio./ Io e Te insieme/ e allora tu sei più bello/ e ogni ruga ha un senso/ e Tu sei il libro/ sapienziale e amato./ Ti leggo/ e passo il mio dito/ su ogni segno del volto/ e sfoglio le pagine/ del tuo corpo.»
A questa espressione apparentemente eterea, con quell’aggettivo “pura” che si accende e si staglia nitido sullo sfondo, rispondono i versi in tedesco: «Denn wer verliebt ist braucht den Mund. Voll/ Wasser. Denn das bin endlich nicht mehr ich», «Perché chi è innamorato/ ha bisogno della bocca./ Piena d’acqua. Perché questo in fondo non sono più io». La risposta è densa di sensualità. Liquida, ma estremamente densa. Corporea. L’acqua rende fertile anche la parola, e con essa il pensiero che accoglie e dona, come in un parto, o in un atto carnale. Su questa base, con una corrispondenza che è come detto alternanza, variazione e modulazione di temi, assumono un tono sensuale anche i riferimenti al dito, al volto, ad uno sfogliare le pagine che è denudarle, togliendo gli orpelli e i veli.
Dita e bocca, acqua e bacio. Il tutto contrapposto, o meglio messo a fianco alle rughe, l’inesorabile topos, il tempo, Cronos, incubo di ogni persona e di ogni parola che si tramuta in poesia.

Questo è anche un libro di avventure, di scontri, di battaglie tra ciò che perpetua l’esistenza e ciò che la vorrebbe muta e tronca, tra il senso e il vuoto, tra i sensi, anche nell’accezione delle percezioni, e la fredda staticità della morte.
È un romanzo in versi epistolare, mai interrotto, anche quando la scrittura non si manifesta in modo diretto. Ma il dialogo non si ferma, solo la sua registrazione è rimandata, pronta ad essere rinnovata nella sua perenne e costante passionalità, pura e carnale.
Il rimando alla musica ritorna: ci sono alcuni temi di fondo, quasi messaggi scambiati senza tregua, parole che come mani tengono vivo il contatto, hanno bisogno della certezza della pelle e del calore della persona amata.
I motivi sono ripetuti come un mantra, ma ogni volta con un crescendo che non diventa mai oppressivo o ripetitivo. Si somma aggiungendo ulteriore enfasi, con un incremento del tempo, del battere e levare, del moto interiore.
Come in un dialogo di un’opera lirica alla voce tenorile fa da eco un soprano che tuttavia con la sua lievità integra e rafforza il tono e il canto maschile. E c’è un coro, un accompagnamento: una terza “persona”, la divinità. Entità interna a ciascuna voce che nell’alternarsi e sovrapporsi trova una sua dimensione specifica, risultato del pensiero che genera e da cui è generata.
«E cerchi la Parola,/ natura divina in noi/ confusa/ nascosta». La Parola è in noi. Siamo noi la sua natura, che tuttavia viene detta “divina”. Quindi il percorso è ancora una volta circolare, il circuito della completezza costituisce nella sua mancanza di punti di partenza e di arrivo una risposta, o meglio una sensazione: solo il moto ha significato. Il moto è emozione, uscire da sé per entrare in qualcosa o qualcuno che è altro, eppure affine, nel profondo.
Tutto ciò parte ed arriva alla consapevolezza chiave, del libro e di tutto ciò che evoca: la parola è corpo, e il corpo, tramite la passione, tramite l’amore, può diventare parola: “le pagine sono più bianche e più bianca la pelle/mai separabili/ eco per sempre”.
Da qui, da questo punto panoramico raggiunto, si intravedono, anzi si percepiscono figure, forme di verità possibili: «Follia è non amare/ è hybris rifiutare la gioia/ elargita a prezzo di estasi e palpiti./ L’amore ha mille volti/ per me/ ha il tuo/ adesso» ed ancora «il moto perpetuo/ non è Sisifo/ che rotola il masso/ ma l’amore».

La mitologia è uno dei pozzi a cui i due autori attingono. È un modo per dare forma e spessore all’acqua del dire, del baciare, del desiderare un gioco serissimo, che ha bisogni di basi solide, universali, pilastri in grado di reggere il peso di ogni tempo, facendolo danzare. Ma persino l’immersione nel lago vasto del mito è deliberatamente breve: i due dialoganti hanno bisogno soprattutto di respirare se stessi, e quindi loro stessi, la loro individuale pluralità. Quindi anche i miti classici non possono mai essere disgiunti dalla certezza-necessità della vicinanza: tempo, spazio, abbraccio, Zeitlosigkeit, che potremmo tradurre con assenza di tempo, in una contraddizione apparente che in realtà non nega, semmai integra, estende i margini e le barriere logico-sensoriali.
I rimandi sono in ogni caso numerosi, sia quelli espliciti che quelli indiretti, molto più sfumati. “Se vivere è amare,/ io sto vivendo”, si afferma e si rileva. Ed è una prima e significativa vittoria se giunti a questo punto non ci si chiede più quale dei due autori l’abbia detto. Non importa più. Perché potrebbe essere stato uno dei due, o tutti e due insieme, all’unisono. La prima grande meta è raggiunta: il tu diventa davvero noi e si percepisce che due esseri sono davvero UNO.
La natura intorno, l’idillio campestre, il paesaggio, perfino quello marino denso di miti e di bellezza, è anch’esso breve e frettolosa escursione. La vera sete è quella del ritorno, ad un luogo da cui non ci si è mai allontanati: l’altro noi. Il ritorno, eterno, ineluttabile, è alle parole, estensione del corpo, mai disgiunte dal percepire, da sensazioni concrete: «blitzende Sonne im Wasser ihr Wort/ und kein Geheimgang mehr», il lampeggiare del sole nell’acqua della parola fa sì che nessun passaggio sia più segreto.
Fino al punto in cui il senso stretto delle parole non basta più. «Ma nessuno si dispiega/ nel g a b b i a – n o/parola-scritta/ come salvezza». Il gioco linguistico ha una sua valenza rivelatrice: la parola si spoglia, si inventa, trova nuove maniere per dire e suggerire immagini e sensi. Il “gabbiano” diventa “gabbia-no”, è il vocabolo è già di per sé volo privo di sbarre.

In questo dialogo a due voci in forma di versi ci sono arie che tornano e immagini che accompagnano tutto il percorso. Non si tratta di comparse né di sfondi scenografici; sono piuttosto presenze ulteriori, il cui sguardo è canto e ispirazione. Il mare, in primis. Luogo e meta. In un volume in cui uno dei lemmi più ricorrenti è “acqua”, con tutti i suoi correlati semantici, il mare è anche lo sbocco della parola, quindi, come detto, del corpo che della parola è specchio e sostanza. Dal mare tutto ha origine e ad esso tutto ritorna. Sapido, rinnovato, più ricco di conoscenza. Come Ulisse, innamorato folle del viaggio, della fuga ma anche del luogo a cui appartiene. Anche le voci di questo libro esplorano il mondo dentro loro stessi: «Il tuo cuore di uomo,/ casa della mia passione,/ casa della mia dolcezza,/ abisso della mia emozione». Con uno dei procedimenti tipici del libro, la lingua assume cadenze quasi mistiche. Ma sempre con l’amore sullo sfondo, e l’emozione che ha dimora sulla pelle e nelle ossa. Lo spessore di ogni verso assume consistenza da questa pienezza di senso, inteso sia come significato che come brivido umanissimo, la religione del percepire il sacro nel e del corporeo.
Vengono in mente certe poesie stilnovistiche o alcune perle della scuola siciliana, Cielo d’Alcamo e affini, leggendo: «la tua bocca e la tua rosa/ Qui sopra la mia riga». Ma qui c’è, accanto all’attrazione erotico- sensuale, il bisogno ininterrotto di confermare all’altro (e quindi a se stesso) la presenza vivida al di là di tutto: «Tu dentro il mio corpo/ Io nel tuo/ dolce pienezza/ che annulla la distanza/ pensieri/ miei/tuoi».
Il noi, in questo libro, è sempre presente ed essenziale, o comunque va letto come tale, come wir e sind in tedesco, pronome e verbo plurali nell’univocità.
Tra questi due estremi si gioca tutta la sfida evocata nel titolo: la luce.
I giocatori sono le due voci poetanti, il tempo, la morte ed altri “personaggi” che si siedono al tavolo e contrastano oppure sorreggono il progetto di strappare l’amore al flusso del niente: «Mi ha parlato Elena/ dal fondo/ del dolore e dell’Ade/ Mi ha parlato Elena/dall’alto/ lucore degli Elisi»o. Buio e luce, abisso e volo. Nella trasformazione costante dell’uno nell’altra, si raggiunge la luce.
La luce angelica arriva a pag. 82, ma era già presente, e nulla cambia, è solo confermato e rafforzato ulteriormente da una serie di testi che indagano luce e angeli come per mettere a fuoco un’immagine fatta di chiaroscuri, di spostamenti di asse, di movimento e riflesso che si riverbera soprattutto all’interno.
Non c’è mai horror vacui né cupio dissolvi nelle liriche di questo libro. C’è la consapevolezza che la luce esiste in virtù del buio che la implica e la genera e che la seguirà. Ma prevale, su tutto, la certezza acquisita tramite mente, dita e vene pulsanti, che il tempo non annienta e non cancella. Soprattutto l’amore.
«Così/ traboccanti di unione/ calore / amore e desiderio […] Quello che non siamo,/ saremo e lo saremo per sempre!»

L’arte del “non” qui rovescia la visione montaliana dell’impossibilità della conoscenza e dell’azione: la negazione sfocia in un’affermazione ulteriore, proiettata anche nel tempo a venire.
Dieter Schlezak e Vivetta Valacca hanno saputo rendere l’anima corporea, senza blasfemia, senza forzature o acrobazie retoriche. Grazie alla tenace attrazione per la luce che, a dispetto di tutto, è contenuta negli occhi, nelle mani che scrivono parole che sono memoria e concetto di carezze reali. «VOGLIO DARE GIOIA AL TUO CORPO/ PERCHÉ TU MI PIACI/ voglio che tu affondi nella mia carne/ e noi ci perdiamo totalmente/ ogni durezza diventa dolce: tu ed io/ noi siamo la prima coppia» […] vieni e cancellami dal mio io/ sciogliamoci nel fuoco»
Rigenerazione nel fuoco, non pena, si trova qui. Il fuoco è un mezzo per completare la fusione completa, come in un amplesso, corpo, mente e spirito.

Questo non è un libro religioso, nonostante la parola “anima” che campeggia nel titolo. Non è religioso, in senso stretto, e forse neppure in senso lato. La religione vi è contenuta, sublimata, recuperata in un senso profondo che in gran parte la trascende. Tornando al terreno nudo si ritrovano le radici autentiche. Quel sentire umano, quell’amore, di qualunque tipo e genere e forma, carnale e spirituale, concreto e incorporeo, percepito e toccato, sognato e vissuto in un sogno più vero del vero. Da quell’amore è nata l’idea stessa del divino, della spiritualità, il concetto di anima. Nel momento in cui si è compreso che la natura di fondo dell’umanità è quella luce che brucia dentro, quel sentire che si fa reale tramite il corpo, attraverso la sua attrazione e il suo mistero, a dispetto della caducità, della morte stessa: «è l’amore con Te/ ardente e impetuoso/ è l’amore con Te/ l’amore con Te/ ha tutti i volti/ dell’Amore più vero/ ombra/fuoco/luce/acqua».
Il recupero degli elementi primordiali è il punto di partenza e di arrivo. Senza la luce del sentire, la passione amorosa sarebbe materia inerte.
Vita morte si confrontano in questo libro, a mani nude, con la passione della sincerità assoluta. Alla fine prevale la vita, in virtù di un dia-logo ininterrotto, in una domanda che, non avendo risposta univoca ed immediata, sfocia nell’eterno e lo illumina.

Ivano Mugnaini

Advertisements