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“Onirion” è un termine che orienta in modo immediato la lettura e l’interpretazione di questo libro di Marco Baiotto, una sorta di antologia di quella fase della sua produzione poetica che si estende nel tempo, dal 1998 al 2000, e nello spazio grafico di 178 pagine. Onirion ci indirizza verso le terre del sogno, dell’irrealtà. Qualcosa di sfumato, in apparenza, di non ben determinato, un progetto, un ricordo, una potenzialità. Ma ad esso viene anteposta una figura femminile, la dama che compare nel titolo come una figura mitica e concreta, e questo sposta l’asse e l’orientamento, la rotazione del mondo descritto ed evocato.


La dama di Onirion contiene, come è indicato esplicitamente nella copertina del volume edito nel luglio del 2016 da Campanotto, poesie giovanili. Della gioventù questo libro possiede il dono della freschezza, della lievità, e potremmo dire il diritto-dovere dell’ingenuità, affiancato a quello non meno importante dell’errore, la facoltà di sbagliare, di eccedere, di sovrabbondare. Tutto questo sussiste e persiste, nel vasto universo di queste poesie. Ma per ogni caratteristica c’è un correttivo, o meglio una dimensione ulteriore, un ingrediente che integra, pur senza mutare la connotazione di base, il sapore specifico degli anni vissuti e cantati dall’autore e dalla sua generazione, contribuendo a dare a tutto un gusto e un’impronta personali, riconoscibili. L’ingenuità c’è, ma è quella sana, necessaria: sapere sognare senza diluire o snaturare il sogno con agri scampoli di filosofie o improbabili panacee. L’errore c’è, come le illusioni, gli amori rincorsi cercando di scavalcare perfino le mura più alte, la logica, la razionalità. Quell’errore è essenziale perché la gioventù sia tale e non un surrogato delle tranquille e mortifere apatie consolatorie degli adulti.

Fin dall’esordio, dalla prima lirica che si incontra, Il fiume della vita, ci troviamo di fronte un esempio calzante. La lirica è il trionfo del “se”, di vari periodi ipotetici, in cui l’autore auspica di essere ciò che vorrebbe: musicista, poeta, artista. Ciò che in fondo sa già di essere, sente dentro di sé, nel profondo, di averne la natura e l’animo. Ma anche la consapevolezza della difficoltà. Con un espediente di taglio narrativo, o drammatico, in grado di assumere rilievo simbolico per l’intera raccolta, ecco che «dalle profondità di un luogo che non c’è» (e il richiamo alla Onirion del titolo risulta immediato) una voce di bimbo sussurra: «La vita è come questo mazzo di fiori/ un’oasi multicolore fatta di chiari e di scuri […] di vittorie e di sorrisi/ lacrime e sospiri. […] Ma d’improvviso prepotente, indifferente,/ si erge una rosa dai toni candidi e soffusi,/ è l’amicizia vera tra un uomo e una donna che si piacciono,/ che forse è utopia,/ e che più spesso presenta quelle inconfondibili striature rosso vivace, […] preludio forse di un destino che unisce due vite». La linearità di questo testo risulta solo apparente, come si può ricavare già da questi versi iniziali qui sopra citati. L’autore riflette sulle proprie emozioni, producendo, per così dire, un’ingenuità conscia, meditata. La ragione non muta di segno l’emozione spontanea, la scruta però con un occhio più attento, che, per ulteriore e fertile paradosso, è quello di un bambino. Come a dire che certe sensazioni le può comprendere solo un bambino, o quella parte di bambino che sopravvive, per salvifico dono, in qualunque periodo e fase dell’esistenza umana. Il ragionamento psicologico di base è quello che ruota sulla distinzione tra amicizia e amore. Rosa candida e rosa di colore rosso vivo. Il poeta sa che quando si cammina sul crinale di un’amicizia intensa con una donna un solo piede che scivola leggermente verso valle può fare cadere, o magari volare. Può essere preludio di un destino che unisce due vite. Forse. E quel “forse”, che può sembrare ridondante o accessorio, in realtà è fondamentale: conferma quella saggezza di cui si è detto; quel ragionare con la mente di un bambino adulto, o, meglio, di un adulto bambino. Qualcuno che ha compreso, a sue spese, o magari per sua fortuna, che il solo sogno che davvero appaga e sazia è quello che riesce a farsi reale, filtrando con tenacia attraverso le mura di un’utopia che va resa pratica quotidiana, gesto, parola.

Il linguaggio è anch’esso, adeguatamente, vario, multiforme. Le assonanze e i richiami alla lirica più classica, con coloriture stilnovistiche o della scuola siciliana, sono sempre stemperate, ma anche rafforzate, da richiami moderni, attuali.
Il mezzo espressivo utilizzato da Baiotto ricalca schemi assimilati con passione, li plasma e li rimodella, come nella lirica di pagina 11 dal titolo perentorio Il poeta. Anche l’ordine dei vocaboli diviene gioco di specchi: «Vergine nella sua veste candida/ era la fremente pergamena in attesa/ come designata vestale/ immolata sull’altare di Afrodite». Questi versi sarebbero decisamente fuori luogo, se non fosse evidente l’aspetto “ludico-imitativo”. Viene reso evidente il “calco” invece, senza compiacimento, ma con il gusto di ripercorrere, in punta di piedi e danzando, un terreno mitico, su impronte di fama e prestigio. Gradualmente però, dopo aver seguito passo dopo passo orme prestigiose e antiche, l’autore abbandona il gioco e torna a riflettere, su di sé, sul presente, sul sogno e sulla realtà. E allora tutto “evanescente appare nel deserto dell’irreale”, fino alla conclusione amara, che sembra far fare un salto in avanti, nei secoli, alla lirica in questione, ma anche alla consapevolezza dell’autore: «E divengo Nulla/ nella clemente illusione dell’eternità». Dalle luminosità del mito si passa nell’arco di pochi versi a cieli scuri leopardiani e a negazioni brusche, quasi moderniste.
Da qui, da questo punto d’incontro in cui le parti non si annientano ma si integrano, si può arrivare a composizioni più estese, con versi lunghi e approccio “filosofico”, come, tra le altre, Apprendista sognatore. Qui il canto diventa pensiero, espresso e articolato in modo ampio, discorsivo: «Fantasia d’artista altro non è che l’originale sublimazione,/ d’esperienze della vita reale e dell’onirica dimensione/ con millenaria sapienza nel crogiolo delle menti riposte». Questa è, di fatto, una dichiarazione programmatica, una sintesi di ciò che questo libro è e di ciò che aspira ad essere.
C’è una dimensione dialogica, anche in questo caso diffusa e multipla: il dialogo diretto, quello tra la voce poetante e la dama, la figura femminile di riferimento, in primis. Ma sussiste anche, non meno intenso, il discorrere e il ragionare del poeta con se stesso, e, non ultima, l’interazione tra l’autore e il lettore. Quindi quando leggiamo «se tu all’evanescente onirica visione avresti creduto», dobbiamo immaginare che quel “tu” incarni in maniera simultanea i tre “referenti” di cui si è detto. C’è coerenza anche nell’intersezione costante tra realtà e immaginazione, e tutti i partecipanti di questo articolato conversare ne sono coinvolti. Nei versi successivi a quello citato infatti l’autore sostiene che la «reale dimensione d’esistere [è] per me la sola possibile/ ma tutto ciò non è poi così importante,/ sono solo eteree lacrime di stelle/ scintillanti frammenti di luce inespressa». È conscia, deliberata, l’oscillazione tra l’esistere e il suo contrario, tra la luce e l’inesprimibile. Per ulteriore rifrazione ironica espresso proprio nell’atto di dichiararlo impossibile da definire.

La varietà è una delle caratteristiche di maggior rilievo del libro: cambiano i toni delle poesie, ma anche la lunghezze dei componimenti e dei singoli versi, muta il tono e l’approccio. E, a tratti, nel lirismo di fondo, subentra un’ironia secca, divertita, matura. Accade così che a volte, in questo esercizio, questa ricerca di una misura propria, come un cantante che modula e allena la voce, o un saltatore in alto che calcola il punto dello stacco, alcuni versi si distendano e rivelino già una consapevolezza piena, in grado di riassumere e sublimare tutto in una manciata di sillabe: «E predone spietato,/ d’un cuore di cristallo,/ impazzito e vibrante/ fu il vederti sorridere ogni giorno della mia vita/ come amica e come complice/ senza la paura del domani». Forse la sintesi di tutto si trova nel punto in cui amore e poesia, la donna e la scrittura, vengono a coincidere: «Senza di te,/ le mie parole,/ le mie azioni,/ sono tanti,/ inutili frammenti senza nome».
Accade così che le poesie di questo libro vario, policromo, vissuto con sincerità e scritto con altrettanta partecipata schiettezza, trovino una misura nel loro carattere di ricerca, quasi di “quest”, come direbbero gli inglesi, ossia di viaggio verso la comprensione di un mistero il cui senso e la cui soluzione è dentro, nell’interiorità.

L’indecifrabile dama di Onirion può essere forse La Belle Dame Sans Merci oppure un personaggio di William Blake, a metà strada tra il canto dell’innocenza e quello dell’esperienza, della consapevolezza, anche del brutto e del male. Ma è qualcosa che l’autore dichiara, in modo implicito ed esplicito, di non voler mai smettere mai di cercare e di amare. Nonostante la natura sfuggente dell’amata: «Poi fu solo un eterno sorriso,/ ed un correr via come una primavera fin troppo breve,/ solo un sussurro./ ‘Sono la dama di Onirion’,/ credo d’aver udito,/ ‘devo andare’». Quel sorriso è la poesia, la bellezza, la gioventù che corre via, inesorabile. Ma, con il canto, con la volontà di affidarsi alle parole, Baiocco sancisce già qui, in questi suoi versi, un legame destinato a durare nel tempo. Quel “credo d’aver udito” mette in comunicazione il mondo interno e la voce interiore delle sensazioni, quelle che davvero contano, ciò che resta, a dispetto di tutto. Anche se la dama, con uno sguardo dolcissimo e spietato dichiara “devo andare”. I versi restano, resta quello che racchiude in sé tutto ciò che è bello comprendere senza poterlo mai del tutto capire. Ciò che con passione il poeta desidera afferrare e descrivere, pur sapendo che il fascino della sua dama dimora proprio in quel suo essere e rimanere indecifrabile.
La dolcezza del rammarico riassume in modo perfetto anche la gioia di sapere di essere stati, un tempo, giovani e ricchi di illusioni: «forse sarebbe bastato qualche giorno in più/ per comprendere che immortali sono le anime/ della rosa e della farfalla».
Ivano Mugnaini

Marco Baiotto, La dama di Onirion, Campanotto Editore, Pasian di Prato, 2016, pagg. 178, € 15,00

 

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