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stanze d'albergo, angela siciliano, vdbd

noi siamo ancora lì
dove le cose sono rimaste come erano.
Ad arredare il nostro dentro
da Stanze d’albergo

Stanze d’albergo di Angela Siciliano é un libro à rebours di resa nostalgica ed anziane maschere vive. La poeta e il verso sono il tutt’uno di un’unica identificazione che costruisce una raccolta di ricordi d’amore da cui l’autrice non esce mai e che dispone su un dittico di forme interiori molto largo. La silloge è costruita su quattro partiture, in tre delle quali i seppelliti amori tornano indietro nelle forme dei dubbi e della resa, mentre un’ultima parte, che è anche quella di più alta resa poetica ed ispirativa, il perimetro dello sguardo è quello familiare e primario.  C’è un vivere in frenata nei versi della prima parte che trasforma i rossi delle passioni in rossi rosati. Le stanze d’albergo sono vuote ma il loro vuoto non è incolmabile. E “*La vecchia anima sogna” e  chiede “di andare di silenzi e d’ombre in traccia” . Il registro delle emozioni ha versi docili, lenti seppur curatissimi, piegati e ritirati, brevi e ritrosi o appena lunghi.

Il vivere è stato un precario domandare e rispondere e passare ad altro (te ne vai puntando il dito\contro il mio finto indifferente addio). E il cuore della domanda del libro è quel chiedere troppe volte perdono all’amore (Te la dovrei perdonare l’arroganza di passare dalla prima persona all’impersonale\ Me la perdonerai la presunzione di essere al centro dei tuoi pensieri\Me la devi perdonare la volgarità con cui ho licenziato ogni rimorso). Le terminazioni nervose sono sotto controllo, le immagini sono al margine e disperatamente amate (Quando ho cominciata la lotta\in cui io sono colei che vince\e contemporaneamente perde?). E’ l’iperrealismo dei mimimi particolari. Si deve andare oltre per ritornare a vivere. Ma se l’amore non può cambiare di parte in parte, si può cambiarne il soggetto, e questo accade nelle ultime pagine della raccolta dove la differenza non è data da una diversità di stile ma di esistenza e la qualità poetica ne esce rafforzata. La poeta concede al verso la possibilità di condurre senza il freno dell’implosione della malinconia. E si allungano le liriche ed entrano nuove figure e nuovi affetti che non vivono la persa guerra degli innamoramenti e amori. Belle tutte le poesie di Precario vivere e sopratutto quelle di Trama e Ordito, questo il titolo dell’ultima parte, in cui un intero universo di vita finalmente in pace, piena di cose uomini donne e perfino animali, prende voce e storia. Le anziane maschere vive che si affacciano da dietro le tende, i gatti languidi e magri, fratello e fratello persi nelle miniere del Belgio, lo zio che ara la terra il padre profondamente amato, la poesia stessa, che fa scrivere senza scrivere e regala una vita in più. La corda lirica vibra. Bella e piena di grazia la pagina dedicata al primissimo amore che istintivamente si concede un rito di traslazione materno ( Mi faceva fare un giro, e ancora uno\con le moto dei suoi amici,\mi baciava le guance contenta\ridendo con gli occhi.\Indossava gonne a campana\e scarpe a punta con il tacco basso.\Aveva vent’anni lei, probabilmente.\Io solo tre). L’ultima stanza dell’albergo è nuovamente viva: “Non resta allora che essere sempre pronti\oppure lasciarsi sorprendere ovunque”.

Simonetta Sambiase per VDBD

* Vittoria Aganoor

 

Cinque poesie da Stanze d’albergo
di Angela Siciliano
per gentile concessione dell’autrice.
***
Ho smesso di essere una
giovane promettente e interessante
e sono diventata una
matura signora noiosa e banale.

Non ho capito quando. Eppure è avvenuto.
Mese dopo mese, anno dopo anno,
tempo sul tempo, resa sopra resa.

***

Per bere come te
ci vorrebbe un dolore
una rabbia biliosa
o almeno un rancore.

Sai che l’azzurro dei tuoi occhi
scurito dall’offesa
diventa presto blu torvo?

Io mi attengo agli analcolici
quando imperversi così,
per non cadere
nello stesso fossato.

E acquieto i tuoi sfoghi
con pallidi – Ma che dici!
distribuiti con leggerezza
tra i tuoi bicchieri.

In genere funziona:
ti plachi lusingata
del mio non temerti.

***
Mio zio dissotterra patate
nell’orto dietro casa.
Ha la faccia di mio padre,
quella che avrebbe se fosse vivo.

Quando mi guarda so che vede suo fratello
e lo vede ridere
con quei suoi denti bianchissimi
sotto i baffi nerissimi
al Café Vattelapesca di Rue e Qualcosa
in quell’approdo rude d’emigrazione,
il sabato sera
di quegli anni trascorsi in miniera.

Io invece lo vedo disteso
le mani conserte, la bocca dischiusa
con del sangue tra i denti e le gengive,
le belle labbra carnose, le palpebre chiuse.

***
Siamo noi i fantasmi.
Continuiamo a vivere e vederci
nei luoghi che abbiamo lasciato.

Poco ci importa se quel sentiero
è ora soffocato dalle erbacce
se quella stanza ha cambiato funzione
e da camera da letto ora è salotto.
Non importa se tutto l’edificio è stato abbattuto
e quel viottolo ora è una strada asfaltata.

Noi siamo ancora lì
dove le cose sono rimaste come erano.
Ad arredare il nostro dentro.

***
Guardo nel buio la sveglia sul comodino.
Leggo le cifre luminose del tempo, in movimento
verso il secondo e il minuto seguenti:
le ore di ognuno sono contate.
Ma non sappiamo quante.

Non resta allora che essere sempre pronti
oppure lasciarsi sorprendere ovunque.

(c)FrancoPuzzoEditore

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