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E’ un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte.

Ho voluto mettere in epigrafe a questa mia nota di lettura del bel libro di Ksenja Laginja “Praticare la notte” (Giuliano Ladolfi editore, 2015) tre versi tratti da una poesia della prima sezione non solo perché ne è stato tratto il titolo ma soprattutto per il sentimento di una personale assonanza e consenso con quanto esprimono. Per me, infatti, la poesia è un vero e proprio atto d’amore e dunque di fede, che sono il volto di uno stesso sentire e in esse c’è un completarsi, uno sfumare l’uno nell’altra.
E non è una contraddizione accostare fede e notte se si pensa, come in effetti è, alla fede come un qualcosa che illumina, tuttavia fede e notte nella poesia di Ksenja Laginja vanno perfettamente d’accordo. Non solo perché la fede nell’oscurità riluce maggiormente, ma perché attraversando queste poesie è come passeggiare sulle acque limpide di un lago su cui il sole risplende ma del quale si percepiscono gli oscuri abissi. Abissi dai quali traspare una sincera e schietta fede nella parola, ma come ogni fede non è immune dal dubbio ed è così che ho inteso il senso del suo praticare la notte, senso che tuttavia si amplifica e ramifica in molte direzioni. Il libro è diviso in due sezioni principali “Dell’assedio” e “Dell’attesa”, due termini, a mio avviso, in cui è racchiusa l’essenza del fare poesia. Il poeta, in effetti, è in un qualche modo misterioso anche a se stesso, assediato dal demone della poesia con il quale ingaggia una vera e propria lotta o, come dice la poetessa, “una guerra silenziosa” che, tuttavia, nel momento in cui sopraggiunge una tregua si riversa sulla pagina acquisendo più forza e potenza di qualsiasi altra arma. Hermann Broch ne “La morte di Virgilio” scrive che poesia è “veggente attesa nella penombra” e ben si addice questa definizione all’opera di Ksenja Laginja la cui notte non è una tenebra oscura e terribile, né una notte da cui le immagini escono come forme oniriche dell’inconscio, ma è più una condizione interiore sulla quale esse sbocciano. Mi piace pensare alla poetessa che chiude gli occhi e lascia andare la sua immaginazione in quell’oscurità che non è solo una lavagna su cui disegna le figure delle sue visioni, ma è, come dicevo, la “materia” da cui esse sgorgano. Fare poesia, dunque, ma pure vivere, è praticare la notte per riportarne alla luce la verità e la bellezza. Assedio che in questi intensi versi è anche, forse soprattutto, quello dell’amore che rende i sensi ipersensibili e quando si esprime in poesia la loro forza travolge ogni cosa, ma è una forza buona, è il limo che rimane dopo l’esondazione e va a nutrire l’intera esistenza e la poesia stessa. E da tale connubio nasce questo libro che vibra di vita, di ricordi, di momenti di luce e di energie positive espresse in immagini molto intense e vivide, colpiscono in particolare le immagini marine: cefali, scogli, boe, onde. Ma c’è anche la fatica del vivere, del fare poesia, il senso di estraneità che spesso chi è poeta avverte nei propri confronti da parte del mondo perché mai chi è poeta sente il mondo come estraneo. Fatica e gioia nella consapevolezza che la vita è un cammino di cui ogni giorno “inventiamo” i passi. L’attesa, dunque, dentro un cammino estremamente creativo e per questo affascinante così come lo è questa poesia che in uno stile ricco, eppure vicino al pulsare delle cose e pertanto semplice come sono semplici le cose difficili quando c’è l’amore a sostenerle, ci fa entrare nel suo regno come in una dimora in cui ritrovare noi stessi amplificati, in cui esplorare nuovi modi di essere.

Lucianna Argentino

da “Praticare la notte” di Ksenja Laginja

 

Sei tu in quel nome
a convogliare ogni respiro
tra le asole e i bottoni
a spingerli a fondo nelle tasche
dove il vento riposa
sulle mani intrecciate –
quelle splendide radici
che si aggrappano alle gambe
nel lento penetrare e oltrepassare
ogni lembo interstizio cavità.

***

Ti confesso che non è stato semplice
calcare il mondo senza radici
né entrare silenziosa nelle case
e scivolare oltre le porte
chiedere il permesso e ringraziare
e poi uscire come se niente fosse.

Ti confesso che tutto quel trambusto
ancora non l’ho compreso
e mi domando ancora ingenuamente
cosa sia questo movimento interno
che squassa l’anima e la carne tutta
e quale altra confessione
attenda il mio perdono.

***

Il poeta giace lì, in quella terra
buia e confiscata che è il suo nome
a scolpire l’aria l’assenza il verbo
l’asimmetrica rivoluzione della parola
che è voce suono visione.

Il poeta resta lì, in quella solitudine
che giace molle sulle braccia
che è propria di chi indossa la tempesta
sotto il vestito accomodato nelle tasche
in quella morsa angolare che silenzia
ogni cosa: anche la poesia.

***
È un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte

un miracolo che attende
lo sgravare delle ore e dell’acqua
nelle porte senza chiave, che timide
risiedono, incavate nelle stelle
lì, dove il silenzio ci definisce
e con esso, il buio.

***

Noi che amavamo il vento
ci arrampicavamo sulla cima più alta
a solcare il mare erboso di periferia
e nell’inverno di nebbia ci scagliavamo
l’uno sull’altro, come pirati aggrappati
ai rami, armati di pietre aguzze
a dondolare sulle chiome arrese
con le mani ghiacciate e il vento
dentro, a chiamarci per nome.

***

Lo sento tutto questo peso
in ogni spasmo involontario
giù, fino alla gola
nell’incertezza dove il respiro giace
nascosto tra le branchie.

Al loro posto ho due minuscoli polmoni
che pompano l’inverno sulle spalle
tra i pesci che si voltano e ridono di me
che non posseggo branchie
ma attendo il pane, come loro
invidiosa di quelle bocche
che tutto possono tranne parlare.

Volevo le branchie
e un cuore di vetro per osservarti
perché la bellezza va presa con discrezione
e tutto quello che possiedo – ben poca cosa sai
lo stringo forte in mano
a trattenere questo pensiero, di branchie
e salti fra le onde, nel vento che porta in sé
anche il ritorno.

***
Nelle tenebre
in assedio accade
che il respiro si fermi
aggrappato alle labbra
sull’equilibrio precario
delle parole non dette.
Accade poi il contrario
che le parole escano
imbizzarrite annerite dalla guerra
indurite dal tempo
e in quell’istante colpiscano
senza alcun preavviso.
***
Ce l’hanno chiesto così spesso
e tutto ciò risuona come allora
nella risposta: “Restiamo qui”
cogliamo l’attimo la virgola il punto
ché a nulla serve trattenere il fiato
contare i passi l’assenza il tempo
di questo lento divorare.

Ce l’hanno chiesto troppe volte
e noi vi rispondiamo ancora
restiamo qui nell’acqua fonda
in quell’assiduo nominare i fatti
le cose e le persone col loro nome
rinviando soltanto un poco il giorno
in cui non ci verrà più chiesto nulla.

***

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
di tutte quelle assenze estese ai fianchi
sull’inasprirsi delle ore e dei vestiti
in quell’agire buio attorno agli angoli
del noi in preghiera sulla tavola.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
in ogni ombra incisa sui bicchieri
nei tovaglioli arresi alle ginocchia
su ogni briciola caduta o attesa
che appoggia i gomiti per separarci.

Ora nel piatto c’è solo il vuoto
e poi le mani della madre
a riempire di silenzio il ventre
che svuota il pane e ogni senso.

Dicono che ognuno sia il frutto del suo fare
ma oggi ti racconto un’altra storia
per ricordarti che siamo altro
cerchi incompleti oltre quel frutto
ché nella debolezza di una voce
siamo il respiro che non ha tregua.
Ksenja Laginja (Genova, 1981), alterna alla sua attività letteraria una ricerca sull’illustrazione e le sue sperimentazioni. Nel 2005 ha esordito con la sua prima silloge poetica “Smokers die younger” per Annexia edizioni. Finalista al Premio “Ossi di Seppia” (XX edizione) è redattrice di NiedernGasse, Bibbia d’Asfalto e collabora con Words Social Forum. Nel 2015 ha pubblicato la silloge “Praticare la notte” con Ladolfi Editore.