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NELL’INTIMO DEL MONDO “
libro antologico di LUCETTA FRISA

“Essere soli è essere nell’intimo del mondo” con questo incipit di Antonio Ramos Rosa inizia l’antologia poetica di Lucetta Frisa che riunisce testi di oltre quarant’anni di scrittura, dal 1970 al 2015. Non rappresentano la sua opera omnia ma si tratta tuttavia di un florilegio, di un profondo avvicinamento al percorso di una poetessa che non ha smesso un istante della sua vita di perseguire e essere perseguita dalla poesia.

Poesia che già dall’inizio si è nutrita, visceralmente, di altre forme d’arte: il teatro, l’arte pittorica, la scultura, la musica. Ed è l’elaborazione di tutta questa passione artistica, che una volta passata al setaccio diventerà qualcosa di esistenziale, di vibrante come una corda tesa: “Le cose si avvicinano / nella confidenza sonora” oppure “[…] Siamo in un quadro di Fragonard? solo le immagini ci fanno ballare” (da L’Emozione dell’aria, CFR, 2012).

Ma la cosa che salta agli occhi aprendo le pagine dei primi libri di Lucetta Frisa fino ad arrivare alla struggente poesia inedita del 2015 dal titolo Perseide che chiude Nell’intimo del mondo,
è la sua propensione alla bellezza: descrizioni di dettagli ingranditi nella siderazione, con l’energia di una visione follemente accentuata e tale da far tremare il mondo esterno: “Ma io per centro chiedo / una radice, punto solare con braccia / senza tempo, infinite e finite e splenderanno / tutte le cose insieme in cerchi e cerchi / di continui universi, dove vivo da sempre / senza saperlo” (I miti, le leggende Rebellato, Padova,1970), e ancora “Sarei forse capace di raccontare / la bellezza del cielo notturno / nominando le stelle ad una ad una? / Di queste non risposte è fatto silenzio” (Perseidi).

Ad una strana esperienza d’essere e non essere, c’invita questa poeta che scrive quasi in stato di dormiveglia, “specie quando soffia lo scirocco e quando lo spleen ricopre tutto come una pasta grigia” (intervista alla rivista Souffles). Sono poesie sovversive e ribelli che partono sempre da fatti reali: “lavo i piatti ed eccomi viva in una vanitas / non mi si vede mai dopo la tavola / sparecchiata mentre cancello con detersivo / e acqua corrente l’unto che mi si secca” (Se fossimo immortali Joker, Novi Ligure 2006) per condurci in sentieri molto più metafisici – malgré elle – quasi senza accorgersene “adieu piccole cose marce affollate a morire / nello tsunami della mia cucina ma io non ci sarò / nei quadri della vanitas che non hanno suono né odore.” Perché Frisa vuole di più. Vuole la luna, per dirla come Albert Camus nel suo Caligola.

Per rendere il mondo più sopportabile, vuol danzare nelle stelle, vuol passare tra cielo e terra, senza peso, senza età, come una freccia o un segno, come promessa alla grande migrazione dell’aria. Icaro ha troppo sfidato l’azzurro. E lei è un corpo senz’ali in certi giorni. Questo non va, anche quando il passo è denso. Non vuole lo spazio razionato perché ha l’impressione di avvertire il cielo dietro le spalle.

Non manca neppure l’ironia nei suoi versi che è anche un modo “per espellere la disperazione”. Non ha – forse – la poesia, l’arte di disarmare la tristezza?

Non c’è di che ridere non c’è di che piangere, forse rimane solo da fare esorcismi, per cancellare, per dimenticare, per imparare la bontà del silenzio. Lei, la sciamana, lo sa bene. Ha intrappolato tutti i sospiri d’Orfeo sotto la gonna. Ogni mattina, al risveglio ha “il compito di rifare il mondo”. E ci riesce con la forza della parola.

Ha imparato a danzare nel fuoco come fanno i folli. A vestirsi con l’arma dell’impotenza con una certa disinvolta allure mentale, per dirla come Bernard Noël (da lei tradotto). Questa allure è quella della grazia, di chi cammina sulle punte pur col rasoio in tasca pronta a difendersi, quella nella fede imperitura nel potere della parola che rimarrà ben più a lungo del tempo che ci è concesso. “Parlerò solo alle stelle. / Sono pazza forse ma proseguo il discorso / che facevo da bambina / parlando senza parole / non sapendo parlare.” Delirando sperimenta l’ebbrezza dell’altopiano. O meglio: tenta un approccio dell’Altro Piano attraverso il dialogo con le stelle (quasi pascolianamente. Ma di un Pascoli rivisitato da Zanzotto; da un Zanzotto rivisitato da Frisa).

Qui vengono in mente alcuni versi del Ligure Enrico Testa tratti da In controtempo”: “Per cercare Lucetta / che era fuggita sull’altopiano / ci siamo perduti tutti e tre”. Chi vorrà perdersi tra le pagine di questo libro riassuntivo, vedrà le sue maschere cadere ad una ad una, entrerà nel vulcanico tempo musicale, nel fluido di un verbo di vertigine e carezza.

Potrebbe obbiettare il lettore saggio che nel delirio non vi è salvezza. Vero. Ma fuori dal delirio neppure.

VIVIANE CIAMPI

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