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narda fiori mauro borgottiMauro Borgotti

  Non è solo per il grande affetto e la grande simpatia che nutriamo per te dal momento che ti abbiamo conosciuta, anni fa e per una volta sola, ma anche e soprattutto per la stima profonda verso la tua opera, che ti scriviamo insieme questa breve lettera, cara Narda. Il tuo libro Cambiare di stato, morire di natura, indubbiamente scritto tutto d’un fiato – almeno così sembra a noi e così pensiamo fossero le tue intenzioni, qui perfettamente realizzate – è un piccolo “capolavoro emotivo”, ma l’emozionalità che provoca è fiera, orgogliosa, mai si lascia andare a un facile sentimentalismo. Per noi questo è molto importante, saper comunicare emozioni – compito della vera poesia – ma farlo senza emozionarsi, senza piangersi addosso.

Ci ha trasportato questo tuo mahleriano “canto della terra”, questa coralità di congedo amoroso, questi versi quasi liturgici, a volte orgiastici, come sanno esserlo quei rituali religiosi che uniscono cielo e terra in un unico coro. Tutto l’amorosa attenzione per le piccole cose del quotidiano, le creature della natura di francescana memoria: questo metterti prima al centro di tutto questo come una grande protagonista della propria vita e poi il ritrarsi, altrettanto grande, il sottrarsi con dignità per mettersi in un angolo, da dove immagini sarà per te più facile dissolverti; tu insieme alle tue compagne amate: le parole.

I bravissimi Bruno Bartoletti e Gianmario Lucini insieme alla notevole penna critica di Maria Lenti hanno scritto di questo libro come meglio non si può. Ma noi desideriamo parlare di te in un altro modo ancora. Forse più… di “pancia” che di testa. Ma a questo, forse, ci hai portato proprio con questo libro.

Se come scrive Roberto Mussapi la poesia “difficilmente guarisce ma ci accompagna (…), cerca di rianimarci e di tenerci in vita”, nei versi del tuo libro c’è una domanda aperta e dolorosa sulle condizioni dell’io che vive e che scrive (“Al corrimano stringo le dita / sporche d’inchiostro / per colorarmi la vita di parole” // mi duole l’ossame delle gambe / corte per il passo che volevo / per andare dove c’era l’altro /e e il più lontano”). La poesia non può che correre verso il suo oltre, anche se il corpo geme e soffre. Le parole restano giovani e scintillano nel loro sempre fresco incantamento, nella loro giovane ansia di immortalità. Il poeta deve sempre dire: “non resterò senza un mistero senza una fiaba / senza un trasalimento e mano con mano / mi porterò dove il lupo gioca con l’agnello / e le donne sono ogni alba più splendenti / e amano gli uomini e le donne e i bambini / e i bambini non sono angeli sono uccelli / in lenta migrazione”.

Se i bambini sono uccelli che migrano e non ancora degli angeli, se restiamo sulla terra a scrivere nonostante le aritmie del cuore, vuol dire che l’uomo e il poeta continuano a esistere nel loro quotidiano svelarsi e nascondersi di gesti e di parole, continuano a nascere, respirare, cantare: “la grammatica del dolore la sua punteggiatura / l’ho imparata con un vagito nell’afa di luglio”.

Questo libro, Narda, in cui riassumi te stessa, nasce sì dal dolore dell’esistere ma non dimentica mai gli splendori della calda e piccola vita, “fra cianfrusaglie dove lo specchio / non mostra ma abbaglia”. E allora il testamento, la volontà di mettere in ordine tutto, vita e poesia, nell’ideale cassetto di un libro, è anche un felice disseminarsi di sensazioni irripetibili che traboccano da quel cassetto, vissute sì nell’aura del congedo ma anche nell’incantamento di una vita che non smette di viversi, una vita dolcemente “inguaribile” che “ci chiama a essenza di luce tagliente”.

 

 

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