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'Shell' by Edouard Boubat

‘Shell’ by Edouard Boubat

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Era il tempo in cui le stelle e le maree si alzavano all’unisono, le conchiglie bianche scavavano solchi morbidi nella sabbia e le poche case del villaggio a ridosso del nero monte Urunga sfilavano davanti agli occhi, ferme nella loro povera forma e sostanza. I cieli aperti di blu cobalto e striati da sfilacci di nubi inconsistenti scivolavano verso l’orizzonte.

Izac, seduto sotto un grande albero di palma scrutava la linea scura del mare. La mareggiata notturna aveva scavato e riempito pozze d’acqua che ora guardavano le nubi specchiandone il passaggio. Izac aveva solo otto anni ma sapeva che il giorno avrebbe portato altre mareggiate e che poco era il tempo che gli rimaneva per scrivere, prima che le onde lunghe inghiottissero ancora ogni anfratto di sabbia. Seduto di fronte all’occhio d’acqua più grande e prossimo alla palma, Izac prese a sfiorare la superficie d’acqua salmastra con la punta delle dita compiendo circonvoluzioni eleganti; le sue piccole mani volteggiavano nell’aria sullo specchio d’acqua disegnando i suoi pensieri, che quel giorno erano tutti rivolti a Janine, la bambina dagli occhi di cristallo del villaggio vicino.

Pensava, Izac, che non fosse una cosa buona restare là seduto, privo della gioia che sempre gli dava l’aspettativa del poterla vedere, mentre nel suo cuore desiderava tenacemente che lei non fosse malata, sdraiata nel suo lettino senza compagnia e senza forze per correre, giocare, sorridere. Un giorno, non molto tempo prima, suo padre l’aveva caricato a bordo del carro e l’aveva accompagnato da lei. In quell’occasione le aveva stretto forte la mano e le aveva promesso che le avrebbe scritto ogni giorno, che i suoi pensieri l’avrebbero raggiunta e che per farlo avrebbe adoperato l’acqua del mare. Nell’acqua Isak avrebbe sciolto i suoi pensieri e con le mani li avrebbe scritti sulla sua superficie, da lì poi il vento li avrebbe raccolti e condotti a lei. Janine aveva riso debolmente alle sue parole ma Isak, in quell’istante perfetto, riuscì ugualmente ad intravedere un luccicore di felicità nei suoi occhi trasparenti. Le onde si infrangevano ora debolmente sulla battigia, ma nell’aria un fremito di elettricità penetrava le distanze giungendo fino a solleticargli i piedi. Il bambino allora disegnò linee curve e morbide sul pelo dell’acqua, le riempì del colore del mare, ne fece grandi gusci di conchiglia e scrisse parole in fila come perle:

“Le conchiglie sono i pensieri, le parole il mio cuore”.

Janine, nel risvegliarsi dal torpore di un sonno improvviso, sentì dentro di sé una voce che le sussurrava calde parole di speranza e vide un cesto di grandi conchiglie bianche ai piedi del letto.

Muta, nel candido stupore dell’infanzia, sorrise felice e chiuse gli occhi.

Federica Galetto

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