“…la verità é che un rapporto non é mai prevedibile, non é mai fine a se stesso. Non é riconducibile a niente che non sia rapporto…
E’ come una bolla di sapone, destinata a vivere l’incertezza che un movimento appena meno delicato possa farlo esplodere… difficile equilibrio che si nutre di attimo dopo attimo, e non sopporta già più l’attimo seguente: perché sarebbe fuori posto… un tentativo di ipoteca…
Nessuno é più debole di chi ha tutto sotto controllo…”.
Il libro é vendita in tutte le 98 librerie “LaFeltrinelli“.

“una struggente storia d’amore, di passioni e di politica… nessuno é più debole di chi ha tutto sotto controllo l’amore altro non vuole essere che rapporto e rifiuta qualunque surrogato”

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Dopo “L’uomo d’onore non paga il pizzo” edito da Città Nuova,  libro che tratta di tematiche civili e di testimonianza sociale, di impegno consistente nella lotta alla mafia, (la mafia, piaga e erba maligna che ha asfissiato e asfissia ogni uomo degno di chiamarsi tale impedendogli di crescere rigoglioso)

dove l’autore chiama all’appello ogni uomo, ogni donna affinché si faccia carico del problema e non si ponga come soggetto passivo alla mercé di un male che  per quanto malefico non è ineluttabile e nemmeno incurabile ma piuttosto invita ad alzare la testa e a dire no con coraggio, a strappare con forza la gramigna affinché la società possa vivere e prosperare nella legalità,  Roberto Mazzarella torna a fare sentire la sua voce con il  romanzo “Vento di scirocco” muovendosi nell’ambito della stessa materia.

Il romanzo inizia e si chiude con la stessa domanda “cosa c’era dietro quella casa?”

La domanda non scaturisce da semplice e banale curiosità ma è una di quelle domande che si annida nel cervello e dalle quali poi nasce quella forza dirompente che ti fa operare delle scelte precise che vanno spesso controcorrente e che ti sconvolgono in qualche modo la vita. Un’altra domanda precisa e altrettanto sconvolgente viene posta  fra le pagine del romanzo “Perché si interessa a queste cose?”.

Le “cose” hanno un nome e questi nomi cominciano con la emme.

Emme come mafia, emme come massoneria, emme come minchioni. I Minchioni sono quelli che si sono messi in testa di sconfiggere quell’altra “cosa” che comincia anch’essa con la emme, il male, la malattia della società, la politica malata, la società malata; i minchioni sono quelli che hanno un sogno, quasi un sogno d’amore: operare al sud una rivoluzione gentile, la politica non più come esercizio di potere ma esercizio del potere per realizzare i sogni,  la politica viene posta allo stesso livello dell’amore.

Forte come l’amore, e come l’amore capace di andare oltre. Emme come movimento politico che nasce da un sentimento d’amore verso la città della quale Silvio, il protagonista, si sente “madre” e come madre sente di dover proteggere ed amare.  Un movimento che nelle intenzioni del protagonista dovrebbe cambiare il modo di fare politica, un  movimento che nasce dal cuore e che dovrebbe operare il cambiamento. Ma il vento di scirocco soffia forte sulla città, sul molo, sul mare, e quando soffia questo vento di scirocco ogni cosa si piega al suo passaggio, nasce allora come una sorta di rassegnazione e si aspetta solo che tutto finisca, nasce così da questo movimento  un immobilismo che soffoca il pensiero e uccide il futuro. Il romanzo si svolge fra Palermo, New York, Monaco, Cuba, fra passione, politica, amore e tradimenti e la speranza ultima di riuscire a vedere oltre l’orizzonte.

 

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Cosa cera dietro quella casa?
Non era tanto la curiosità di sapere cosa ci fosse realmente, quanto piuttosto la risposta ad una sua intuizione, ad una sua domanda rutilante, talvolta disarmonica, che gli girava nel cervello. Era questa la curiosità dell‟intelligenza, di cui tante volte aveva sentito parlare? Una sorta di collante tra il conosciuto e la voglia ancora di conoscere, tra il conosciuto e la voglia di sapere…tra il già acquisito e la voglia di scoprire…
“ Quando ti vedo – gli aveva detto alcuni anni prima Francesco – è come se mi entrasse un virus nel cervello che mi scuote, mi percuote, mi fa un male…”.
E glielo aveva detto con enfasi, con gli occhi quasi sanguinanti, come se stesse riprovando, in quegli stessi momenti, il dolore del virus dentro il cervello, che strozza, percuote, scuote, ogni singolo neurone.
Adesso Silvio ricorda perfettamente la scena in cui si consumò quella frase.
Giunge fino a sentire il profumo di caffè che proveniva dalla cucina accanto, potrebbe – se solo lo sapesse fare – dipingere perfettamente quella stanza: le pareti color pastello, con un paio di quadri, forse riproduzioni, poste più per rompere il silenzio delle pareti che per un omaggio allarmonia. A proposito di rompere il silenzio, quella sua frase, si quella sul virus dentro il cervello, Silvio la sente cosi viva, da poterla toccare con mano.
Cosi come potrebbe toccare con mano, tanto è vivo il ricordo, il vaso di vetro spesso, color giallo, che si trovava al centro del tavolo e che adesso gli tornava in mente con eguale sorpresa perché era senza fiori.  Lasciato sul tavolo forse in modo sgradevolmente inutile, monumento alla pura e semplice occupazione dello spazio.
Silvio poteva dipingere tutto tanto era vivo il ricordo.
Anzi, se solo si potesse!, avrebbe potuto far risentire gli stessi odori: talmente tutto era cosi ben lucidamente
fissato nella sua memoria.
La stanza color pastello, aveva un piccolo balcone, coperto, che dava sul cortile interno del palazzo…. “E‟ una
bomboniera! “ gli aveva detto Francesco il primo giorno che si incontrarono in quell’appartamento, forse sette o dieci mesi prima di quella sera del “virusnelcervello”…Anzi quella sera, dopo aver finito di sistemare le ultime sedie, Francesco quasi di scatto si affacciò dal balcone.
Era una serata tardo primaverile umida e silenziosa. “Quando saremo appesantiti anche noi dalle pietre raccolte durante il cammino, giuro che mi farò da parte. Ma solo dopo aver lottato con tutte le mie forze: tutti dovranno vedere gli sfregi sulla mia faccia che grideranno e testimonieranno quanto ho lottato”, disse Francesco con tale trasporto che una smorfia di dolore gli apparve un attimo negli occhi.
“Ci faremo da parte, ci faremo da parte…” cantilenava da parte sua Silvio presagendo, ma con quale elemento di giudizio poi?, tutto il futuro, nel bene e nel male.
Nel bere il caffè, e prima di accendersi una sigaretta, Silvio prese per il braccio Francesco, lo riportò nel balcone, strattonandolo come fosse senza vita e gli gridò con quanta voce aveva in gola:
“vaffanculo Francesco! Vaffanculo! Non ci sarà pietra cosi grande da convincerti a farti da parte…”. E lo gridava con tale fervore da ingrossare paurosamente le vene del collo, paonazzo in volto, gli occhi sbarrati…
Francesco aveva una serie di monili che gli pendevano sul petto. Uno di rame raccolto in un suo viaggio in Perù, una di pietra lavica , uno chissà di quale materiale.
“Hai visto che sei già pieno di pietre!” – gli disse Silvio brandendo la collana di pietre che cadevano dal collo di Francesco.
“Adesso puoi farti da parte…”
“Solo dopo che tutti avranno visto gli sfregi sulla mia faccia che dovranno gridare e testimoniare quanto ho lottato!”
ripeté, questa volta cantilenando, Francesco.
“Solo dopo che tutti avranno visto gli sfregi sulla mia faccia, che dovranno gridare e testimoniare quanto ho lottato”, ripeteva ancora Francesco.
Ritornarono seduti attorno al tavolo per lavorare sopra delle carte che aveva portato Silvio. La notte avanzava lenta, inghiottendo tutto nel suo silenzio. Anche la luce delle strade sembrava volesse farsi fioca per stare al gioco e far scivolare tutto nell‟oblio.
“Insomma, ogniqualvolta che ti porto delle prove tu mi trovi sempre delle scuse”, sbottò Silvio e non voleva gridare anche se poi, nella complicità del silenzio, la sua voce apparve ancora più forte che se avesse gridato…
Le carte stavano sul tavolo sparse apparentemente senza un senso. In realtà Silvio le aveva disposte in modo che si potessero leggere solo in sequenza: dalla mafia alla massoneria.
“Sempre con la emme cominciano!” esclamò Francesco. Poi avvicinandosi all‟orecchio di Silvio con fare sornione aggiunse: “con la emme di minchioni, come noi due…” e cosi dicendo prese per il braccio Silvio e lo costrinse a girare intorno al tavolo, con sempre maggiore frenesia, quasi che volesse stemperare la gravità del momento.
Silvio, mentre era costretto a fare il girotondo tirato da Francesco lo guardava negli occhi un po’  con affetto e un po’ con compassione.

“Che stronzo! Non si farà mai da parte, dovesse essere seppellito da mille pietre!” pensò mentre le mani di Francesco perdevano la presa e scivolando si trovarono ambedue a terra.
Risero, risero fino alle lacrime. Un pianto liberatorio, felici che fosse intervenuto qualcosa che li obbligasse a
rimettere le carte dentro la cartella,  a non dover più parlare, pensare, organizzare…
Ma il  “virusnelcervello” di Francesco, quello che lo fece star male quella sera, quel “virus” era ormai entrato.
Ma quella sera Silvio non lo sapeva, e non poteva nemmeno immaginare quanto profondo fosse entrato e dove si fosse nascosto.

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Roberto Mazzarella è nato a Ragusa nel 1953, ma vive da sempre a Palermo. Giornalista e scrittore, è eperto in tematiche relative alle politiche migratorie. Tra i suoi libri “Arcipelago Palermo” (editrice Città Nuova), con prefazione del premio Pulitzer di giornalismo Alan Friedman, “Con il cuore oltre l’oceano” scritto pensando alle comunità di siciliani sparse nel mondo e “L’uomo d’onore non paga il pizzo” (Città Nuova)

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