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Parafrasando lo scritto di Heidegger Fenomenologia e teologia 1 in cui il filosofo sostiene che anche la teologia è una scienza in quanto si occupa del fenomeno della“cristianità” e non, specificamente, della conoscenza di Dio, si può forse sostenere che la poesia è una disciplina che si occupa di se stessa come possibile comunicazione d’esistenza.

Se la fede è un esistere…con il crocifisso 2, la poesia è un essere crocifisso: un essere appeso ad un legno ed il non poterne discendere mai. Intendo dire con questo che la poesia è un modo di esistenza dell’esserci umano e che il poeta è inchiodato alla croce della parola che è per lui dannazione e salvezza in modo totale ed esclusivo: questo è il suo destino.Totale perché la parola poetica esprime tutta l’interiorità del soggetto: il suo modo di vedere, di pensare, di sentire, di dire; esclusivo perché il poeta accoglie la realtà e l’irrealtà, il noto e l’ignoto, il limite e l’illimitato, il senso ed il non-senso.

Se penso a Kierkegaard che ha voluto definire se stesso come il “poeta del cristianesimo”, mi vengono i brividi e non riesco ad andare oltre nella scrittura. Perché, mi chiedo, “un eterno aspirante alla verità”3 quale lui era; perché un uomo che è entrato nello “stadio religioso”, al punto tale da sfiorare la santità , ambiva ad essere poeta ? Non è facile dare un risposta a questo interrogativo, ma pensando all’autenticità delle sue scelte esistenziali ed ai presupposti antihegeliani del suo pensiero, ritengo opportuno pensare alla poesia come ad una scelta eversiva, liberatoria e capace di affermare al massimo grado l’individualità e l’autonomia del “Singolo”, la sua originalità e la sua incommensurabilità con il reale4: La collisione più terribile sarebbe di pensare un uccello: per esempio una rondine, innamorata di una ragazza. La rondine potrebbe pertanto ‘conoscere’ la ragazza (perché diversa dalle altre), ma la ragazza non potrebbe distinguere la rondine da una sola delle altre centomila rondini. Immagina il suo tormento, quando, al suo ritorno in primavera, essa dicesse: “Son io”, e la ragazza rispondesse: “Non riesco a riconoscerti”. La rondine non ha infatti nessuna individualità. Da ciò si vede che l’individualità è il presupposto per amare”5.

La lirica del paradosso di Kierkegaard induce il lettore ad un’ulteriore riflessione sull’uso specifico del linguaggio poetico il quale consente all’autore non tanto di contemplare la realtà come in un incanto, quanto, piuttosto, di esperire il dato riplasmandolo e ricreandolo a propria immagine attraverso la nominazione. Il poeta, infatti, chiama all’essere tutte le cose: quelle che sono perché sono e quelle che non sono perché siano. Pensiamo al Paradiso di Dante, alla Caverna di Platone, alle Cavalle che trainano il carro di Parmenide, al mondo di Alice di Carroll… poiein significa fare, creare con le proprie mani e, poiché Haidegger sostiene che pensare è come costruire un armadio6 ecco che la poesia, il fare artistico, mette in luce la dimensione artigianale del pensiero, il fare primigenio dell’essere umano, la sua prima lingua, il suo mestiere: La mano traccia dei segni, quasi/ Abbiamo dimenticato la lingua in terra straniera”( F. Hölderlin)7. perché probabilmente l’uomo è un segno8: “ Un segno noi siamo, che nulla indica/ Senza dolore, e Infatti, è solo in quanto parla, che l’uomo pensa; non il contrario, come crede la metafisica suggerisce ancora Heidegger9. La parola, pertanto, veicola suoni, odori, immagini, significati, ma, fondamentalmente, è pensiero.

Soffermiamoci su un testo di Hölderlin tratto da Scardanelli (pseudonimo con cui H. firmava i suoi ultimi componimenti), Stagioni, nella traduzione di D. Borso10:

La primavera

Il sole fa ritorno a nuovi incanti,
il giorno appare in strali, come i fiori,
l’ornato di natura appare ai cuori
come un comporsi di canzoni e canti.

Viene dai fondivalle il nuovo mondo,
e sereno è il mattin di primavera;
dai picchi splende il giorno, la vita della sera
è data al meditare di un senso più profondo.

Molti si sono cimentati con questo componimento nel tentativo di sviscerarne il senso ed il segreto della sua misura formale: Heidegger, Jakobson, Adorno. Eppure la bellezza di questo testo sembra andare oltre ogni giudizio critico : la valenza estetica delle parole supera immediatamente ogni tentativo di analisi metrico-stilistica ; ogni univoco riferimento concettuale.

Il problema non è di rinvenire nel testo elementi di spinozismo o della schilleriana concezione della “poesia ingenua” poiché questo componimento parla a tutti: ad ogni lettore comunica la visione del paesaggio primaverile non disgiunta dall’invito a meditare, quasi alla necessità del riflettere non su ciò che è presente, ma su ciò che sarà, su ciò che seguirà al chiarore del giorno, la sera: forse su ciò che succederà alla stagione della vita, la morte. Le parole poetiche non descrivono meramente il paesaggio primaverile, ma, in quanto simboli, rinviano a qualcos’altro, a considerazioni e riflessioni che l’occhio umano non coglie di per sé mentre, la mente e la sensibilità del poeta, invece, sì.

La parola poetica è immediata; l’espressione poetica in rapporto alle questioni del senso e della verità si pone in modo diretto facendo riferimento soltanto a se stessa. Questi versi invitano alla riflessione ontologica ed inevitabilmente conducono il lettore ad una contemplazione che si pone come apertura e ricerca della verità, come testimonianza di un possibile senso dell’essere, ma il loro scopo primario consiste nel forgiare una verità che altrimenti resterebbe inespressa.

Nella Poesia non è l’analisi concettuale o il procedere argomentativo che unisce l’essere al tempo; non è il senso critico che fonda l’esistente, ma il sentimento e il valore del bello. La poesia ha il compito di disvelare, mediante il linguaggio, quel comune fondamento del genere umano, e forse non soltanto di esso, che è il sentire, l’avvertire nella propria carne le questioni prima ancora di aver dato ad esse una risposta significativa, accettabile, condivisibile. Probabilmente, il segno poetico non riguarda neanche un io o un tu in particolare, ma il dissolvimento dell’io, il suo perdersi, il suo smarrirsi in una dimensione non propriamente razionale. E’ propria della funzione linguistica della parola poetica l’espressività; la quale chiarifica e conduce, introduce il lettore in una dimensione di meraviglia e di innocente stupore nei confronti del reale, ma, certamente, non ne esaurisce la comprensione né pretende di spiegarlo. Il segno poetico disvela mondi altrimenti inaccessibili e, forse, inenarrabili ed ineffabili semplicemente accogliendoli, ospitandoli, divenendone, cioè, la dimora.

L’apertura ad ogni nuovo possibile significato del dato è di sicuro un’ istanza filosofica, un’esigenza della ragione come direbbe Kant, ma il confine tra poesia e filosofia passa inequivocabilmente tra i differenti usi del linguaggio specifici delle due diverse attività.

Il miracolo della poesia sorge in pienezza quando nei suoi istanti di grazia ha trovato le cose su questo fondo ultimo, le cose nella loro peculiarità e nella loro verginità; le cose rinate dalla loro radice. Ormai l’uomo, l’esistenza umana, la sua angoscia, la sua problematicità, sono stati annullati. La poesia annulla il problema dell’esistenza umana, là dove si manifesta. Ormai l’uomo è solo voce che canta e manifesta l’essere delle cose e di tutto. L’uomo che non si è arrischiato a essere se stesso, l’uomo perduto, il poeta, possiede tutto nella sua diversità e nella sua unità, nella sua finitezza e nella sua infinitezza. Il possesso lo colma; trabocca di tesori chi non si è ostinatamente impegnato a afferrare la propria vacuità, chi per amore non ha saputo chiudersi a nulla. L’amore l’ha fatto uscire da sé, senza che potesse mai più riaccogliersi; ha perso la sua esistenza e ha guadagnato la totale epifania, la gloria della presenza amata11.

Queste considerazioni della Zambrano non sono in contraddizione con quanto asserito in precedenza, all’inizio di questo articolo, riguardo alla poesia come possibile comunicazione d’esistenza, ma, al contrario, riprendono e completano tale concetto muovendo dal Poeta per giungere alle sue creature, ai suoi versi, ove la presenza amata è per l’autore, per il “trovatore”, per il “cercatore di parole” il vocabolo rinvenuto nel grande mare dell’esistenza: dell’ esser-ci.

Al Mare12

D’intorno a rive deserte eternamente

Mormora, e con l’onda possente

Riempie mille e mille Caverne; finché

L’incanto di Ecate non le lascia al loro ombroso

Rimbombo. Spesso in tale dolcezza appare

Che neppure la più piccola conchiglia

Muove per giorni dal luogo in cui la portò

Quando i venti del Cielo si scatenarono.

Voi che avete dolenti e stanche le pupille

Sulla vastità del Mare riposatele.

Voi i cui Orecchi stordì il grande rumore

O troppo nutrì la melodia troppo soave –

Presso la Bocca di un’antica Caverna sedete e meditate

Finché non vi risvegli un coro di Sirene –

Keats, poeta giovane per antonomasia; originale cultore della parola che, secondo la sua poetica, ha il compito di destare l’anima, di condurci alle soglie dell’infinito senza consentirci di riempirlo,mostra in questi versi la singolare efficacia della parola poetica il cui senso è destinato a rimanere incompiuto: le parole non finiranno mai, la poesia non avrà mai fine perché nasce da quell’apertura fondamentale che è l’ io poetante: non la chiusura ed il compimento,bensì l’apertura e l’assenza, la mancanza! Questo è il poeta: creatura del passaggio e del rapporto13, piuttosto che geniale e divina.

Nadia Fusini ritiene che la poesia sia per Keats cura della relazione, ma non della relazione tra gli uomini, né di quella che intercorre tra i lettori ed il testo poetico; ciò di cui Keats ha cura, secondo la studiosa, è la parola: di come la parola possa farsi saluto dell’ Altro, accoglienza. Di come la parola possa ospitare ciò che non conosce: ciò che non è eguale; come possa tenere un incontro in cui la condizione umana stessa pare doversi disfare14.

Il poeta non è un sognatore, come Keats aveva temuto nell’Hyperion, bensì un risvegliato, addirittura egli è oltre il sogno e la veglia di questa vita: il poeta è nell’esistenza postuma. La filosofia non può spiegare la morte poiché essa non è il nulla che la filosofia vorrebbe: la morte è qualcosa che accade a me; essa è unica, è mia…è un’impossibilità che mi accade. Nessun Tutto può trionfare su di essa. È’ solo dalla prospettiva postuma di questa morte unica che la vita è pensata come vita: Privo di identità e di natura (selfless), il poeta camaleonte è figura di una fondamentale mancanza: a lui manca il fine, perché egli è aperto verso l’infinito. Egli è per definizione ciò che non si compie. Ciò che non si compie non consentirà mai a nessuna totalità di trionfare: essendo l’incompiuto ciò che resiste all’essere compreso15.

La verità della filosofia è il tentativo di sintesi universale, il pensiero assoluto, la totalità; la verità della poesia è la bellezza, la perfezione: Keats in Ode on a Grecian Urn mostra come la forma sia la verità senza-tempo: l’eterno che irrompe nella temporalità come una visione sull’origine.

Anche Rainer Maria Rilke contempla nell’arte il mondo rinato nella forma a partire dallo stupore del poeta che “canta” e nel cantare riconduce l’esistente alla consapevolezza di sé: una consapevolezza che vince la stessa morte.

Cos’è dunque la poesia? La Poesia è una casa: il luogo dove l’uomo e la donna possono risiedere; la sede dell’immaginazione e del pensiero; la culla della fantasia e della realtà; la dimora dell’essere e del tempo; la fucina del possibile e dell’impossibile; le parole mutate in ritmo sonoro; il punto di convergenza dei sentieri interrotti; la cura e l’oblio; il trasumanar e l’esser-ci.

A Casa16

Il mare non ha canti,
il vento non si ricorda di te,
la luna non capisce
niente.

Anche la tua paura e la tua avversione
vanno assolutamente
bene.

Che tu pianga o non pianga
non fa differenza.

Lascia perdere –
siamo già
a casa.

Non è a caso che Ajahn Abhinando, monaco e poeta buddista della tradizione theravada della foresta tailandese, abbia scelto come epigrafe alla sua prima raccolta di poesie i versi dei Sonetti ad Orfeo di Rilke:

Noi siamo liberi. E ci rifiutarono
dove ci credevamo ben accolti17.

Anche questa citazione meriterebbe di essere sviscerata ed approfondita ma preferisco rimandare tale approfondimento ad un ulteriore articolo.


Rosaria Di Donato Roma, 20/08/09

Articolo già pubblicato su La Dimora di Francesco Marotta:  qui il testo e i relativi commenti ai quali rimando per un ulteriore approfondimento.

Ringrazio  Rosaria Di Donato e Francesco Marotta per questa ulteriore possibilità

Immagine: Hokusai  “Filosofo che guarda un paio di farfalle”  dal sito www.katsushikahokusai.org

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1 Heidegger M., Fenomenologia e teologia, Firenze 1974.

2 Ibidem, pag.15.

3 Kierkegaard S. , Postilla conlusiva, in Opere, a c. di Fabro C. , Firenze 1972, pag. 301.

4 Kierkegaard S. , Timore e tremore, op. cit., pag. 94.

5 Kierkegaard S. , Gli atti dell’amore, tr. it. a cura di Fabro C. , Milano 1983, Vol. 4°, pag. 108,VIII (1) A 462.

6 Heidegger M., Che cosa significa pensare, vol. I, tr. it. a cura di Vattimo G. , Milano 1978, Vol. I, pag. 108.

7 Ibidem, pag. 110.

8 Heidegger M. , Che cosa significa pensare, op. cit. , pag. 109.

9 Ibidem, pag. 109.

10 Scardanelli, Stagioni, trad. it. a cura di Borso D. , Milano 2004, pag. 13.

11 Zambrano M. , Filosofia e poesia, a c. di De Luca P., Bologna 2005, pag. 116.

12 Keats J. , Lettere sulla poesia, trad. it. a cura di Fusini, N. , Milano 1992, pag. 49.

13 Fusini N., Introduzione, in Keats J. , Lettere sulla poesia, milano 1992, pag. 28.

14 Ibidem, pag. 35.

15 Ibidem, pagg, 35, 36,37.

16 Abhinando B. , Quando tutto è detto, trad. it. a cura di Candiani L. , Milano 2006, pag. 147.

17 Ibidem, pag. 7 (non numerata).