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“Avere visioni non basta. Chi ha visioni, che scelga come stare rispetto all’energia che sprigionano.  La posizione, è tutto. Il come sentirle.”[1], scrive Marco Ercolani in una delle sue Prose buie, indicando lo stare e il come elementi per una fissazione, non solo rispetto al movimento della visione  (nella fugacità che essa assume e all’invisibile  che vi preme…), ma rispetto alle forme che, appunto, la possono fissare: “Sedere su un sasso, al bordo di un’oasi, e gettare pietre contro la propria ombra: ecco l’arte[2]  (anche se l’arte che ne può provenire  “è solo una forma delicata di esasperazione, di sgretolamento” e “il lavoro poetico è rigorosa dilapidazione”).

Il buio stesso, fintanto che è semplice – e complice – scuro (e non un buco nero), può essere una fissazione, un modo di fermare e aprirsi al vedere, così come avviene nella preparazione alla osservazione di un vetrino istologico:   “Ci sono forme che esistono sempre”, altre che la mente può poi immaginare “nel corso della notte, per tutta la durata della notte, nel pieno dell’oscurità […]Solo così sarà in grado di comprendere una cosa che esiste durante il giorno e che esiste durante la notte.”[3]

Accade quindi che i personaggi del libro (il re, un messaggero, il vescovo, il prigioniero, un lui non bene identificato,un io, lo straniero,…), usciti come sono per un momento dal buio, rappresentino il negativo di un catalogo o un fiume accostato ai flussi della realtà e del sogno;  un insieme d’essere non imperioso, anzi, l’impressione è che sia fortunosamente emerso dal quasi cancellato; vero è che è un insieme spesso silenzioso o che apre difficile la bocca, al più per mostrare (far fissare…) il baluginio della parola sulla caverna rossastra.

In questo modo l’autore annota (e annotta…) il mondo; tuttavia è ben consapevole, analogamente al suo personaggio Isidoro di Siviglia, che “nessun segno, nessuna parola, può descrivere questo universo incontenibile dal linguaggio perché ogni linguaggio, nel descriverlo, creerebbe un falso catalogo a cui non sarebbe possibile credere perché il mondo, pur non essendo infinito, è troppo vasto per poter essere descritto e classificato, nell’ansia di perderlo”[4].

Così, al di là (o, forse, in grazia) di ogni fissazione, Prose buie è in uno stato di essere – non essere di libro (l’autore lo definisce “non libro”, tuttavia non lo è fino in fondo…), aperto, anzi teso, alla continua ripresa e modifica, come se la risacca delle singole, brevi e intense prose lasciasse per moto di scrittura (e quindi di lettura), non solo elementi ogni volta sempre diversi nella scia, ma il fondale d’abisso e il paesaggio ben lungi dal sedimentarsi, incessantemente emersi e sprofondati, incessantemene non finiti.

“[…]Leggere quando scende la notte, mentre non si sa per quanto tempo saranno visibili le parole. I libri diventano allarmanti, imprecisi, oscuri, come certi vasi attici dove sono disegnati corpi neri di tuffatori e che, al mattino, col sorgere del sole, appaiono vuoti e bianchi, come se quei corpi non fossero mai esistiti. Si intravede, imprecisa e sinuosa nella ceramica scura, una crepa. Si continua a leggere il buio […]”[5]

 

Marco Ercolani, Prose buie, con dipinti di Carlo Merello,  Edizioni L’Arca Felice, 2014

[1] Come sentirle, pag. 25

 

[2] Come sentirle, pag. 25

 

[3] Invisibili, pag. 15

 

[4] Il falso catalogo pag.19, anche all’indirizzo http://rebstein.wordpress.com/2014/02/20/prose-buie-il-libro/

 

[5] Come sentirle, pag. 25

Altre letture dal libro qui o sul sito stesso dell’autore qui

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