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fondale marino

Che ne sarà di noi: Alive Poets Society

Dicevamo che sarebbe bastato non mentire.
Qualcuno, sottobanco, mormorava tesi
sull’esatto numero delle stelle, perché oltre quello
ogni parola sarebbe stata solo caos
a cui nessuno avrebbe mai creduto.
Qualcun’altro cercava una sintesi dell’intero universo,
una sorta di taccuino, da consultare
quando in cielo si accalcavano le nubi
e la pioggia disfaceva i contorni.
Avevamo messo in conto che mille volte
avremmo sbagliato, e mille volte ancora
saremmo ritornati sui nostri passi. Ma per non confonderci
all’orizzonte legavamo le cime degli alberi
e le parole che non riuscivamo a comprendere
e aspettavamo che si alzasse il vento
a suggerirci suoni più preziosi
che potessero sollevarci da ogni errore.

Ma poi qualcosa accadeva
che non avevamo considerato.

Prima fu la distanza fra Algenib e Markab,
poi fu la coscienza del buio che le circonda.
Ed era proprio lì che intanto passavano le nostre vite
nell’intreccio mobile dell’accadere
in cui si scoperchiava la vera misura degli anni luce,
la dispersione inesorabile delle superbe nostre piccole cose
dei gesti oscuri che facevano rumore nelle cucine,
della polvere che si posava
e di tutto quanto abilmente tacevamo
del fluire del tempo, che dipingevamo invece impigliato
nel sollievo di qualche conversazione di noi
in cui amavamo fingerci peggiori, a volte migliori
per mascherare ogni presunzione
scambiandoci, noi stessi, illusorie promesse
che non riuscivamo a mantenere e
aggraziati arrivederci in qualche punto di Pegaso
e così ciechi alla notte
da non domandarci neppure com’ era che continuassimo a perderci
senza avvertire alcun dolore
né perché l’aver scritto miliardi di versi,
nonostante tutto non ci rendesse, nella realtà, migliori.

 

Che ne sarà di noi: queste ore sottratte

Continuavamo a ripeterlo da mesi che sarebbe accaduto
gli altri, quelli che morivano preparavano il lutto.
Dalla stanza sentivamo le saracinesche
che ringhiavano su e giù, e intanto era
la conta dei lividi, l’esatta posizione di ogni nuova cicatrice,
le briciole nei piatti, i sorsi di silenzio di queste ore sottratte
i passi sempre più brevi, sempre più lenti, sempre di meno.
Ogni cosa era annotata, distribuita all’ingrosso
all’ingrasso degli ingranaggi che muovevano le nostre vite:
nulla andava sprecato,
tutto aveva un suo scopo, anche morire la vita lentamente.

 

Che ne sarà di noi: Dead Poets Society

Pensavamo che sarebbe passato del tempo
prima di dimenticare.
Ore, giorni, mesi, anni, un’era vagamente geologica
che avrebbe impiegato millenni per finire, e seppellirci.
Abbiamo organizzato una sorta di resistenza,
ricopiando con cura ogni minimo gesto,
lasciando nelle crepe dei muri citazioni di illustri scrittori,
mozziconi di sigarette sull’asfalto, impronte
sulla vernice delle panchine, facevamo preventive ricostruzioni
della nostra assenza da cui ci salvavamo a vicenda
rimettendoci esattamente dentro i contorni di gesso bianco
annebbiavamo l’aria con milioni di suoni,
ovunque, ovunque lasciavamo tracce,
ma non è servito a nulla
ci siamo estinti come dinosauri,
in una sola notte senza un preavviso, una ragione

(Lisa Sammarco è una poetessa campana. Per maggiori informazioni: http://www.lisasammarco.com)

 

 

 

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