Magdalena Wanli

Il cielo sempre uguale sembra non leggere il tormento,
il respiro di lei che si fa affanno, scuote il petto,
fa tremare le mani che nel tempo passato erano rami
che si tendevano verso l’azzurro silenzioso.
Ma il cielo non ha porte e, se ascolta,
le sue orecchie sono quelle dell’erba o di una pietra.
Il cielo è vuoto, un palco in cui si avvicendano
il tempo luminoso e quello oscuro, e lo scenario cambia
come cambia il tempo, le stagioni, come si accalcano
stelle pianeti costellazioni e la luna silenziosa.
E’ un palco senza attori, senza storie, senza qualcuno
che le scriva o le racconti.
Ha parole secche sulle labbra.
Lei sta a guardarlo, a volte.
E’ lontanissimo, assente, ormai vuoto di senso.
Il cielo era preghiera.
Era la pioggia che scivolava sopra i vetri,
un pianto grande come il mondo, e poi era il silenzio
in cui si apriva il velluto piccolo dei fiori.
Era parole di carta, era canzone sussurrata,
era il sentiero erboso pieno di pietre e di sterpaglie
che si arrampicava su scale misteriose.
Il cielo era lei, la sua voglia di cantare sottovoce,
di stringere le mani della gente, era il suo sguardo
stupefatto quando nubi caracollavano nell’aria
e poi brucavano le stelle.
Forse il cielo finisce, come la speranza.

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