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Stelvio Di Spigno, La nudità , PeQuod

“ …. è bello fingere di essere felici,/ ma ancora di più restare vivi, mancando a se stes-si,/finalmente.
Con questi versi siamo quasi al termine del percorso di Di Spigno intorno alla sua scrittura e, soprattutto , intorno alla sua pensosa visione dell’esserci qui e ora, mentre si sfalda tutto e nulla può apparire importante . Eppure qui ci siamo e qui ci costringiamo a rimanere nell’inesausta ricerca di una tana, di un riparo dalle urgenze del mondo e soprattutto delle personali urgenze.
Ma questa necessitante esigenza per un poeta si rivela attraverso la scrittura, mappa tracciata e ritracciabile, variabilità dei nostri moti interiori e dei nostri punti di vista, progressiva immer-sione in una parola che giunga ad appartenerci, come un arto, un palpito del cuore. La poesia è una sacca di resistenza all’omologazione, è un grido identitario, è una fame che il poeta sazia tingendo il bianco del foglio di lessemi che ne chiamano altri, e altri ancora eppure, questa fa-me resta insaziata. Così la poesia non muore e torna a chiedere altre parole, altra musica.
Dunque finalità del poeta è la ricerca di una confezione testuale delle proprie parole, confezio-ne che verrà affidata ai lettori e al futuro.
Si fosse sempre consapevoli di questi elementi , probabilmente, si verrebbe catturati da “terro-re del foglio bianco”, ma , fortunatamente, quando si scrive non a questo che si pensa, e il ne-cessario labor limae serve prima di tutto a chi scrive , per arrivare all’essenza del suo dire.
Ma la sola forma è insufficiente se non si imbeve di sostanza. E la sostanza di Di Spigno ha sempre un sapore amarognolo che si coagula soprattutto nei versi finali. Potrei citarne per ogni poesia; bastino questi per raggiungere il substrato magmatico che nei versi precedenti ha cerca-to di portare alla luce o di eludere: “…. / mentre piangere è un diritto a succhiare quel sale/ senza più gratitudine e con la mano aperta.”; “ e tutto finisce condannato dentro palazzi de-formi,/ e quando ci abiti davvero/ ti senti sempre più morire dentro.”, e in una poesia dedicata al padre “ così lontano dalla casa da non pensare dove/ ci siamo mai visti, conosciuti o rinfac-ciati, / se fossimo mai nati e se è vero che eravamo.” ; e ancora “e cosa significhi il mondo, mentre noi ci abitiamo, / riparati e contenti, / non possiamo capirlo e neanche ignorarlo.”
L’asprezza dei versi sospetto che nascono da un’acuta sensibilità ferita , a lui non estraneo ma anche più comprensiva: gli altri non mancano, non mancano i riti e i rituali della nostra società del benessere che luccica come gli specchietti usati un tempo per catturare allodole ( pensava-no fosse lo scintillio dell’acqua e finalmente dissetarsi nelle lunghe migrazioni); non mancano le persone, anche i prossimi, il padre, gli amici, l’amore, gli incontri casuali.
Credo che Di Spigno abbia la consapevolezza di essere uno sradicato, quasi un sopravvissuto, a volte con la irruenza tragica dei giovani. Eppure parca , emotivamente controllata è la sua poe-sia. Si comprende facilmente che non lavora su un metalinguaggio ( ma forse quello poetico lo è già) ma sul materiale grossolano della vita e dell’esperienza; essenzialmente mi pare che compia tre tipi di operazione: la prima tesa a recuperare alla lingua una visione, un vissuto; quindi compie un’ operazione di tipo cognitivo di pulizia del materiale grezzo e spurio, final-mente un’ ulteriore operazione di attenta selezione, di metrica, di ricerca di profondità orizzon-tale , se mi si concede l’ossimoro, dove le parole salite dall’abisso si distendano in bella grafia, dure come cristalli e come cristalli trasparenti.
Queste operazioni richiedono espertise, confidenza con la poesia, competenza anche.
Il poeta, giovane d’età, possiede una padronanza degli strumenti poetici invidiabile; mai cede all’infiorata delle metafore, alla retorica delle similitudini e di altre caratteristiche della stessa.
La sua frase è talvolta sincopata perché è ininfluente completarla, forse perché il lettore con-servi la sua libertà di libertinaggio nel testo.
Ma il succo amaro che se ne trae , a lettura avvenuta, è l’aroma della sua visione del mondo e del senso della vita, e pure della mancata vicinanza con gli altri. Si resta con un gran sensi vuo-to e di solitudine, ma placata , non rabbiosa . E’ il traguardo di una esistenza che non si è eso-nerata dalle esperienze dei giorni e non piange, non pietisce; asserisce senza tracotanza, poeti-camente un dolore da vinto , pervasivo.

Narda Fattori

Dissolvimento
A mio padre

Diciamo pure ch’eri fatto come una miccia o una stiva
che ti attaccavi anche all’ aria che non respiravi
perche sapevi cos’era perdere ogni cosa
all’improvviso o lungamente, calpestandoti o guarendo.

Fissandomi all’interno dei tuoi pensieri irreali
guarda come la tua vita s’e incuneata nella mia,
trasformandoti sempre e modificando anche me
che ora perdo scrivendoti e ricostruendoti altrove

cosi lontano da casa da non sapere dove
ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati,
se fossimo mai nati e se è vera che eravamo.

Marca

Quando gli uomini del bar del Crocifisso
rincasarono per le ore troppo piccole
un’ auto perse il gusto del paesaggio
perche la notte quando viene e per tutti

e io che guidavo mi girai per vedere
quanta era rimasto nel bagagliaio o sul sedile
da snocciolare agli amici di Fermo:

c’era sempre un triangolo tra Gaeta Formia e Irpinia
mentre partivo da un luogo in cui credevo fermamente
e volevo cambiare strada, ininterrottamente,

ma c’ era quel bagaglio che pesava
e inoltre era una notte di pensieri in cantilena
con davanti un futuro di colline e di mare
e un chiosco per chi batte strade nuove e si vuole salvare,

poi ci aiutammo a capire esattamente
che era solo liberta con i suoi neon, può mettere paura
se la incontri per prima,
ma alla fine niente va perduto e ciò che avanza
e tutto amore di una terra in pace.

Pratica

Se lavori a giornata con ogni tua parola
e qualcuna la perdi per caso o per strada
è perché sono alberi o pareti, facili da dire,
e servono a chi ascolta per restare in piedi.

Non perdiamo un compagno o un fratello
ma chi non vuole entrare nel discorso
e vuole tacere per noi e per se stesso
ramazzando e lasciandoci al futuro
per fare pulizia nella mente e nel cuore.

Se poi è la strada o la lingua che si perde,
ricorda che è soltanto un racconto fatto al mondo,
di parole messe al centro tra legname e fascine,
e se le insegui, ti ci stanchi o le rincontri,
ci metti dell’impegno e valichi il tuo tempo
scordando nel camino la tua vita da bruciare.

Riposo

Certo vedere piovere e già dopo la meraviglia della pioggia
e quando si spara alle nuvole vengono fuori solo fulmini
ma anche la natura sa fingere, come finge la bassa marea,
non puoi dirle di lasciarsi andare, 1o sta già facendo,

non é incredibile fare a meno di tutto e lasciare l’orecchio
sul cuscino, durante un forse un perché un quando,
la terra brilla tutta di luci di notte e non sono luci amiche
ma neanche il nero e un colore da interstizio, quindi

é meglio dare buca a questa giornata che non passa mai,
battere le lenzuola e non pensare a niente e nessuno,
come é vero che pensare a se stessi é sempre un niente
che si pensa inutilmente, tanto non siamo, non viviamo

e mentre siamo murati una luce si scolla, pensiamo sia
quella del balcone di casa, la spegniamo, rimane un alone,
non 1o si può tenere in vita, bello e fingere di essere felici,
ma ancora di più restare vivi, mancando a se stessi,
finalmente.

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