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Caterina Davinio, Aspettando la fine del mondo, Fermenti

La poesia “civile” in questi ultimi anni ha trovato voci intense , poeticamente mature , per farsi parte non secondaria del panorama letterario. Figlia di grandi padri spesso era caduta nel cronachismo, nell’invettiva, nel sarcasmo , talora nel semplice dileggio. Vero è , tuttavia, che la poesia , soprattutto dal secondo novecento, si è emancipata dalla visione ombelicale dell’autore, per aprirsi al mondo , alle esperienze,  alla notazione di costume , alla descrizione di un’umanità ferita, dolente, marginale. I poeti, molti e spesso di gran pregio , hanno spalancato le finestre al mondo riconoscendosi essi stessi figli  e complici loro malgrado della realtà non più annidata in una piega della loro sensibilità, ma globale e asservita a meccanismi di potere impietosi. o essi stessi marginalizzati.

La poesia, musa inascoltata, ha saputo trovare in sé e nella sua storia la capacità di emanciparsi da ogni forma di sudditanza ( e non per nulla pressoché tutti i poeti si pagano le loro opere, fenomeno che , se da una parte regola ad un’ulteriore marginalità la poesia, dall’altra gode della più ampia libertà del dire).

Caterina Davinio, in questa opera centra il bersaglio: se la fine del mondo è prossima, come vorrebbe un’antica leggenda Maia ( per altro già smentita come fine, cioè distruzione) , è giunto il tempo del redde rationem, della contabilità finale, dell’inventario. Chissà se questo è il motivo della traduzione a fronte in inglese delle poesie; l’inglese è la lingua più ampiamente diffusa e quindi allarga e coinvolge  quanti la conoscono. E’ come dire: “ questa poesia ci riguarda tutti”.

Il libro è diviso in poemi , visioni esperite immagino attraverso viaggi, così troviamo l’Africa e altro, Sciamani ( Goa, regione dell’India).

E’ il quarto mondo che abbiamo violato noi occidentali e derubato e quindi sollecitato a autodistruggersi in guerre fratricide che imperversano là dove è iniziata la nostra storia umana. L’Africa è un territorio mitico che ha una sua vita febbrile, notturna, invisibile ma udibile, e una diurna , di forza, di bellezza, di coraggio. La prima poesia è la visione di un’originaria donna che aspetta il ritorno del compagno e tutto intorno a  lei vibra “inspiegato” e l’uomo che torna è “  piagato a sangue.” Il panorama originario dura con bellissime visioni e con forti sensazioni d’animale ancora perché è un uomo giovane . Ma la guerra è in lui.

Ecco come l’evoluzione ci ha trasformato l’animo:

“La realtà non è che polvere

e fatica;

me, vecchio arnese fra le ombre,

me scalpitante capra nel deserto,

me ultimo degli ultimi,

sfibrato nell’immenso.”

L’uomo non ha un suo posto per stare, va e nei suoi spostamenti è “reduce e messo al bando.”

Questo sentirsi sempre fuori tempo e fuori luogo fa l’uomo inquieto e prepotente: afferra, azzanna, uccide perché spera che il territorio dell’altro metta fine alla sua inquietudine, alla sua dannazione.

Ma lì, in Africa dove il sole è adorato, esso ti acceca e ferisce la  ragione che si avventa su una piuma con la spada.

Nelle radure dove si accostano le capanne per diventare villaggio, si penserebbe di trovare la pace, i tuoni di guerra hanno spazzato tutto lasciano “spazio abbandonato”

L’amaro pervade la visione che vorrebbe farsi buona profezia ; da questa amarezza provengono  i versi:” Dimmi, dio,/ dimmi,/ ho orecchie per sentire/ cosa rumina l’ombra,/ e la disperazione dell’uomo/ corrotto  e infuriato” Sono versi affermativi, non sono una domanda e dio non c’è e se c’è è occupato da altro. Questo primo poema ( così come lo definisce la poetessa) di 20 poesie, rapsodiche e quasi primitive negli accostamenti lessicali come fossero medicine di stregone o ricordi visionari di antichi progenitori, si chiude con versi che vorrebbero essere propiziatori e invece si fanno lamento gridato dei vinti che però hanno nella visione l’incanto , la potenza, la forza, la bellezza.

“ Sapere forse / e non arretrare di un passo. / / Come un proiettile in un orizzonte nero.” Sono versi collocati all’inizio del secondo poema che riguarda l’India e , precisamente , la zona di Goa. Qui non c’è guerra, non c’è la visione dolente degli ultimi; c’è tuttavia lo stesso mistero, la stessa bellezza, la violenza che abita negli uomini e nelle cose.

In questo secondo poema l’io identitario del poeta è più riconoscibile: si comprende che parla di esperienze vissute, esplicita idee e inganni, sogni smarriti nel solco degli anni e la coriacità del suo linguaggio traduce la coriacità della sua visione del mondo.

Ma forse perché l’io viene esploso., come qualcosa che esce suo malgrado,  così di frequente, leggiamo anche di tenerezza e di rimpianti , di come non si comprenda come si sia diventati così inetti.

Anche la presenza / assenza della divinità viene illuminata, ma nessuna luce ne esce e la poetessa può affermare con sicurezza di essere non credente: “Canto la mia non fede/ la mia non poesia/ fatta di cose dure/….”.

Anche in questo mondo di mare e di spiagge le rovine umane avanzano e deturpano ogni forma di bellezza.

Le poesie del secondo poema sono più disilluse e meno ieratiche; qui non si può tornare a pensare all’infanzia dell’uomo; qui l’uomo è già adulto e degradato.

Pur senza chiamare in causa persone e nazioni, la Davinio ci pone davanti al fallimento totale della creaturalità umana, alle sue miserie, alle sue colpe.

E’ un volume di poesie di denuncia che ci riguarda tutti e non fa sconti a nessuno come non ne fa a se stessa.

Per questo ci fa riflettere e provare vergogna. Il suo dettato non perdona, non stride, anzi , soprattutto nella seconda parte è lucido , ben servito.

Un’opera che lascia semi come segnali e non solo sulla pagina.

Narda Fattori.

 

 

*

Tambureggiare, laggiù, l’energia fluttuò

come i nostri passi furiosi nell’erba,

le vie nella foresta

che cattura padroni e schiavi,

e guardai il babbuino negli occhi,

e accarezzai il bambino,

e feci elemosine codarde,

mi strappai gli occhi

per non vedere,

m’inginocchiai

all’alba

e sospesi l’intenzione,

fui grato

e desiderai ancora,

come un vigliacco

ti derubai.

*

Camminavamo nelle alte erbe della landa

come dei

arrabbiati,

inconsapevoli,

districando i ginocchi

e gettando lontano gli occhi

melanconici

e solenni,

come dio quando sussurra

preghiere all’orecchio

e segna il cammino.

Noi siamo i dannati,

disperati

corridori

delle distese.

*

La nostra furia come preghiera,

come silenzio;

m’inginocchiai,

milite sbaragliato

lacero di fronte al tramonto e

alle sue striature di luce,

al giallo e all’arancio

che straziano di bellezza

l’aria

e le albe,

la linfa tremula che raccoglievo nelle vene come un

[tossicomane,

gocce di piacere velenoso,

di anestesia e concupiscenza;

spegnimi,

dissi,

non ha senso questo chiarore,

l’alba infinita che illumina la morte,

la rabbia che ho seminato,

la guerra di noi uomini macchiati di morte.

*

C’era un tempo

forse,

ma non ricordo,

era quando l’amore

diceva cose benevole

che non ricordo.

E ridono e rimordono, ritornano

alcune e non tutte

e mi rammarico di quelle perse e mi rallegro della

[fonte inesauribile,

perché dio ci amò, donandoci

una fonte

dove la sete e il desiderio

premono sull’infinito

e spegniamo l’ardore,

resuscitiamo la fiducia,

e coniughiamo malintesi, le sviste, l’errore,

l’impreciso,

la pentita sequenza.

*

E batte il cuore

con cupo ritmo ossessionato

batte come il nucleo della terra

vomita lava dai vulcani

come brulica senza sosta il termitaio

come il vento ci assale con la polvere

come il tuo abbraccio gagliardo intorno alla vita

come le ciglia lunghe

come il pugno dell’assassino

e gli auspici mistici del santo

come una pia scrofa nella porcilaia allatta i piccoli

e l’erba si piega a giugno

come i sogni dirompono

nell’allucinazione

il cuore batte come i passi

risuonano sui sentieri terrosi

ed erbosi

come il bosco mi spaventa laggiù

prima della sera

batte come i pianeti rotolano

[per innumerevoli orbite

come esplodono soli e vorticano vie delle galassie

che sembrano aria e luce

e sono terra e pietre

esplosioni e detriti

gas asfissianti e dilaniate meteore,

come ci ammalano infinibili cose minime

cellule nemiche

batteri ostinati senza volto.

Batte il cuore

come il leopardo annusa il vento

come un’illusione di verità forse

mi ferisce

taglia l’eccitazione del sapere

<sapere forse>

e non arretrare di un passo.

Come un proiettile nell’orizzonte nero.

*

Ho pudore della parola levigata,

quindi la nascondo

buttando note ruvide

e senza lima come la Pietà Rondanini,

ancora grezza di materia

sulle righe di cristallo

come l’anima che scintilla negli occhi.

Perché dio è morto,

la poesia è morta

e forse

anch’io sono morta

come deve morire un poeta

senza liturgie,

ecco:

canto la mia non-fede,

la non-poesia

fatta di cose dure

come il giorno che abbraccia

gambe deboli

di una notte estrema

densa di asprezze,

molle d’intemperanza

e senza onore,

immemore

e iniettata di oblio.

*

Alba a Goa

 

Per te non ho parole,

mi tende all’infinito,

la troppa precisione m’incrina

il desiderio;

un caffè dopo la notte

senza soste

tremante di euforie,

di corpi belli,

di futuro dissipato,

di passato dimenticato,

di presente in fuga,

di risata impalpabile,

eppure divoratrice di attimi.

Come sabbia e vento ancora troppo freschi

nell’alba che mi assale e sorprende,

che allarga cerchi di luce nel cielo mite e sinistro,

sull’onda ancora cupa,

sui riflessi equatoriali che fanno

molle la volontà,

corruttibile il senso,

eppure tremo,

tremo di un male e inferno infiniti

come la notte che ancora avanza sue striature nell’alba,

come la morte s’inoltra nelle pieghe

per graffiare via i frammenti,

nel sangue,

che giunge pazzo a destinazione,

rosso come le pietre rosse

che fanno brillare

gli occhi;

soliloquio tra me e l’alba:

un passo e l’altro e tutta l’immensità dinanzi,

non riempibile,

non misurabile,

non rieducabile,

eppure così finita.

Cammino nel nulla, e sono raggiante e vivo.

*

Aspetto la fine del mondo

 

L’alba salì dal buio

come il moto inesausto

del mare arrabbiato

sulla sponda

voi dormivate sulle ceneri della festa

il fuoco languì e si spense

il delirio notturno

fu sconvolgente

ricordo

il grigio dopo la notte

venne dal nulla

ci raggelò con il suo argento

e i venti leggiadri

come lievi fantasmi

ficcai i piedi nudi nella

sabbia fresca

stremai passi lungo la spiaggia

avvolta nel lume irreale

attesi fremendo nell’ora

del lupo, delle accozzaglie silenziose

di spettri lacerati

ombre nude

di dormienti

di strazi immaginati

di carboni languenti

il freddo invase l’estate dei tropici

ci massacrò con la sua carezza

umida

gli stenti della notte

ci tremarono nelle gambe

e fummo come la notte che svaniva

come l’aura del sole

come il mattino che sereno invase l’orizzonte

col suo boato ancestrale

con le ferme speranze

di noi perduti chierici vaganti nella Suburra

santi della taverna

maledetti e infuocati

di sole mattutino.

 

Caterina Davinio (Foggia, 1957) è cresciuta a Roma, dove si è laureata in Lettere all’Università Sapienza, occupandosi successivamente di arte dei nuovi media come autrice, curatrice e teorica. Tra i pionieri della poesia digitale nel 1990, ha svolto attività espositiva, convegnistica e curatoriale in molti paesi del mondo con oltre trecento presenze in mostre internazionali, tra le quali si segnalano sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, il festival E-Poetry all’università SUNY Buffalo (New York) e all’università di Barcellona, i festival di poesia multimediale Polyphonix (a Barcellona e a Parigi), VeneziaPoesia (a cura di Nanni Balestrini), Artmedia VII (a cura di Mario Costa, all’Università di Salerno), il festival di poesia internazionale di Medellin, in Colombia, le biennali d’arte contemporanea di Sydney, di Atene, di Merida, in Messico, di Liverpool, di Lione, e la Artists’ Biennial di Hong Kong.

Scrive poesie dall’età di quattordici anni. Ha pubblicato i libri di liriche: Aspettando la fine del mondo (Fermenti, 2012), con traduzione inglese, Il libro dell’oppio (Puntoacapo, 2012), con postfazione di Mauro Ferrari, Fenomenologie seriali (Campanotto, 2010), con traduzione inglese a fronte, postfazione di Francesco Muzzioli e nota critica di David W. Seaman, terzo classificato al Premio Carver, menzione speciale nel Premio Nabokov 2011 e segnalato nel premio Lorenzo Montano 2012. Opere di poesia elettronica sono comparse in riviste, cataloghi e saggi internazionali, tra queste: Nude That Falls Down the Stairs – Tribute to Marcel Duchamp, animazione digitale dalla serie UFOp (Unidentified Flying Poetry Objects), 1999; Poem in Red, video digitale dedicato alla Ferrari Modena, 2004; Network_Poetico, net-poetry, e The First Poetry Space Shuttle Landing in Second Life, digital video e installazione virtuale di poesia, 2009.

E’ autrice del romanzo Còlor còlor (1998), del saggio Tecno-Poesia e realtà virtuali (Sometti, 2002), con prefazione di Eugenio Miccini, e di una raccolta di scritti e documenti sulla net-poetry: Virtual Mercury House. Planetary & Interplanetary Events (Polìmata, 2012).

Compare in numerose antologie poetiche e pubblicazioni italiane e straniere d’arte, letteratura e avanguardie, tra queste: Dentro il mutamento, a cura di Maria Lenti, Fermenti, 2011; Retrobottega 2, a cura di Gianmario Lucini, CFR, 2012; Scritture celesti, poesie in cerca di Dio, Ed. Labos, 2003; “Atalanta Review” numero speciale Italy, a cura di Francesco Levato, 2011; “Fermenti”, Roma, 2011; “Risvolti. Quaderni di linguaggi in movimento”, Edizioni Riccardi, Quarto (NA), 2011; La tentation du Silence, Ouvrage collectif, Coordinateurs: Khaldoun ZREIK, Rania SAMARA, cEuropia, 2007; “Sugar Mule, a Literary Magazine”, issue #21; Generatorpress12, 2002, Cleveland (OH) USA, John Byrum Editor; Parla come navighi. Antologia della webletteratura italiana, Il Foglio, 2010.

Vive a Monza e a Roma.

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