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On first looking into Chapman’s Homer- Michael Parekowhai

New Zealand Venice Biennale 2011- Palazzo Loredan dell’Ambasciatore

4 giugno-23 ottobre 2011

Durante tutto il XX° secolo e all’inizio del nuovo millennio, in tutte le discipline artistiche si sono susseguite molteplici avanguardie con lo scopo specifico di distruggere, rivoluzionare o demistificare i canoni espressivi ed i valori dell’arte classica, o comunque dei secoli precedenti; e questo sia lavorando all’interno delle singole arti, sia scavalcandone i confini per produrre nuovi mix trasversali e nuove forme d’arte basate su tecniche di ultima generazione.

Nel frattempo, soprattutto verso la fine del XX° secolo e nel nuovo millennio, mezzi di comunicazione quali internet e affini hanno intensificato la globalizzazione del mondo intero, e quindi anche di quello artistico, portando i costruttori ed i fruitori d’arte a possibilità di contatti e a trasversalità multidisciplinari sempre più diffuse, inedite, impensabili in precedenza.

Paradossalmente, le nuove tecniche e le possibilità interattive non hanno sempre spinto l’arte verso esiti effettivi e sostanziali di dialogo. A mio vedere, l’arte sia figurativa che letteraria e musicale, dal XX° secolo fino ad oggi, si è troppo spesso chiusa in un cortocircuito autodistruttivo, in un “cupio dissolvi” sterile e cupo, ai limiti dello squallore. Un rigonfiamento eccessivo del mercato artistico ha contribuito in modo malsano a stabilizzare questa tendenza, provocando uno scollamento tra gli “intellettuali” e il gusto comune del grande pubblico.

In breve, il male di vivere e l’incapacità di comunicare, in quanto condizioni umane portatrici di germi artistici, hanno finito per perdere mordente e spessore, diventando icone funerarie svuotate di autentica sostanza; tuttociò, proprio nell’era della comunicazione facile e globale.

Visitare la Biennale e le sue manifestazioni collaterali può essere quindi allo stesso tempo stimolante e fonte di frustrazione. Lo stato d’animo dei flussi di folla che scorrono nei Giardini, nell’Arsenale e nei palazzi sparsi per la città ha molto a che fare con quello di chi usufruisce di un frastornante Luna Park, con annesse camere degli orrori e in più l’aggiunta di pesanti monotonie ripetitive. Non voglio dire che manchino le proposte interessanti, piacevoli o anche geniali, ma emergono come da una palude di dejà vu; si può uscirne con un senso di asfissia e rifiuto.

In questo panorama dai dubbi contorni, una ventata d’aria fresca arriva a Venezia dalla Nuova Zelanda; nell’atrio di un antico palazzo non distante dall’Accademia, Palazzo Loredan del’Ambasciatore, con visuale da un lato sulle onde, le gondole e i vaporetti del Canal Grande, dall’altro verso un piccolo giardino, un artista di origine maori ha collocato una straordinaria installazione che comprende alcune statue, un magnifico pianoforte intagliato e una performance musicale di lunga durata. Ma lasciamo parlare l’artista stesso, Michael Parekowhai: “Gli oggetti di On first looking into Chapman’s Homer sono importanti, ma il vero significato dell’opera è trasmesso dalla musica. Così come in Ten Guitars (dieci chitarre) il soggetto non erano gli strumenti in sé ma la loro capacità di avvicinare le persone, l’esecuzione è fondamentale per la comprensione di On first looking into Chapman’s Homer in quanto la musica riempie lo spazio in un modo che non è dato alle cose”.

Ci si avvicina alla mostra attraverso un percorso di calli ombrose, seguendo frecce indicative collocate sui “masegni”. Si arriva verso un canale: si intravvede l’acqua e si comincia a sentire, man mano che ci si avvicina, il suono sempre più distinto di limpide note al pianoforte. Si entra, e dopo il piccolo ingresso ecco l’atrio, con al centro un pianoforte laccato di rosso vivo; visibili nel cortile e in una stanza attigua, statue con accostamenti scioccanti di pianoforti e tori, un personaggio autoritario con occhiali a specchio, una pianticella simbolica tra piante vere.

Le superfici delle statue sono lisce ed opache, tondeggianti; il metaforico animale ha una carica di minaccia smussata però dal contesto in cui è collocato. Il visitatore è sorpreso; se non ha fretta, il pianoforte lo invita a sostare, con il suo fraseggio ora esitante o riflessivo, ora fluido, easy, oppure scorrevole e tormentato…con le sue pause, anche…poi le note si fanno incalzanti, la melodia passionale e tumultuosa, mentre la visione lucente degli intagli maori si sposa alla perfezione con l’ascolto delle variazioni incandescenti di Liszt o Rachmaninov e l’avanzare percussivo di un ritmo di Prokofiev. Chopin si alterna con Bach o con improvvisazioni e melodie inedite, composte dal pianista stesso; devo dire che, tra i vari musicisti che si alterneranno fino ad ottobre, ho avuto la fortuna di incontrare Flavio Villani, che mi è sembrato perfetto in questo ruolo, oltre che dotato di una personalità artistica davvero notevole.

Antiche panche ai lati del muro sembrano messe lì apposta per sostare, cinque minuti o un’ora, quanto si vuole; c’è gente che passeggia intorno, i lampi dei flash sul pianoforte e sui tori. C’è chi siede a terra con il suo zaino, chi sosta in piedi, e ciascuno sente misteriosamente di far parte come di una lunga storia.

Ma la scoperta più stupefacente sono gli occhi del pianista: quando non è assorto nel creare la sua musica, si fissano in quelli del visitatore, rompendo la barriera invisibile che separa il concertista dal pubblico nel suo normale contesto cameristico. Ne scaturisce un dialogo spontaneo, perchè il visitatore restituisce lo sguardo e attende una pausa per applaudire, ringraziare, ed eventualmente chiedere qualcosa…ad esempio, qual è l’opera d’arte? Dov’è? Chi è l’autore, o chi sono gli autori? Oltre al pianista, è pronta a rispondere una gentile assistente che si mescola al pubblico.

L’opera d’arte è tuttociò che si vede e si sente intorno; è nata dalla mente e dalle mani di Michael Parekowhai ed è proseguita in un progetto che ha coinvolto una serie di collaboratori, dagli antipodi fino a qui, dove spinge alla partecipazione tutti i visitatori, invitati non solo a guardare ed ascoltare, ma anche a chiedere, pensare, parlare, suonare a loro volta se sono in grado di farlo e lo desiderano.

Una bambina si è messa a danzare, ed i suoi movimenti spontanei e aggraziati hanno influenzato il pezzo, che il pianista suonava in quel momento.

Ogni domenica pomeriggio si attuano speciali concerti, con l’intervento di cantanti o coreografie.

I visitatori a volte tornano, e comunque quando escono li segue l’influsso di questa particolarissima opera, e lavora dentro di loro.

Diverse componenti rendono memorabile On first looking: materialmente e simbolicamente, accosta ed unisce antipodi; Michael Parekowhai, di origini maori, ha nutrito la sua creatività con Keats e la tradizione orale del suo popolo, Duchamp e il raffinato gusto per la decorazione in legno maori; ama il suono delle chitarre pop, condivise nelle feste intorno ai fuochi, e la melodia di un pianoforte di gran marca fatto vibrare da mani esperte. Ha risolto, o forse fatto convivere dentro di sè i suoi conflitti d’identità con intelligenza sottile e rivisitato a diversi livelli l’arte classica e contemporanea, imprimendo alle sue opere l’energia e la complessità di una haka, che è al contempo gesto e canto, rito e danza; in particolare questa sua opera è capace di unire opposti e aprire barriere: quelle tra linguaggio popolare e linguaggio colto, passato e futuro, differenti forme d’arte e luoghi lontani, la tradizione e uno sguardo che va oltre…

La vita si intreccia con l’arte; il camminatore stanco si riposa e l’esperto di musica o arti figurative non perde l’occasione di assecondare gli stimoli che riceve.

In definitiva, un’opera trasversale, multidisciplinare e muticulturale, e soprattutto interattiva nel senso profondo del termine: il cortocircuito dell’incomunicabilità, immanente all’uomo contemporaneo e presente troppo spesso in modo sterile nella sua arte, qui viene spezzato, e un circuito virtuoso invita lo guardo a procedere oltre, sul grande oceano pieno di aspettative nominato da Keats, autore del sonetto On first looking into Chapman’s Homer.*

Much have I traveled in the realms of gold
    And many goodly states and kingdoms seen;
    Round many western islands have I been
Which bards in fealty to Apollo hold.
Oft of one wide expanse had I been told
    That deep-browed Homer ruled as his demesne;
    Yet never did I breathe its pure serene
Till I heard Chapman speak out loud and bold:
Then felt I like some watcher of the skies
    When a new planet swims into his ken;
Or like stout Cortez when with eagle eyes
    He stared at the Pacific—and all his men
Looked at each other with a wild surmise—
    Silent, upon a peak in Darien.

http://www.nzatvenice.com/2011-venice-project

*Il sonetto paragona lo stato d’animo del poeta, quando per la prima volta ha scoperto  la traduzione di Omero fatta da Chapman, a quello entusiastico di Cortes davanti all’Oceano sul picco di Darien