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Pietre colorate

Non ho letto tutti i libri di Adalbert Stifter; e conosco poco della sua vita, trascorsa in Boemia, Austria e Germania, che lo condusse ad uccidersi con un colpo di rasoio alla gola, in una notte di gennaio del 1868.

Malgrado la mia incompetenza, vorrei raccomandare ai lettori italiani un libro bellissimo: Pietre colorate, curato con passione da Paola Capriolo (Marsilio, pagg. 284, euro 7,80). Immaginate un grande pittore visionario come Caspar David Friedrich, che si nascose per mezzo secolo nel mondo contadino, e poi riemerse nella figura innocente e tragica di Robert Walser.

Stifter guarda il mondo attraverso due figure simboliche. La prima è un viandante, che percorre col bastone e il sacco del pellegrino le colline e le montagne dei paesi di lingua tedesca: il secondo è un uomo seduto, immobile, sopra un¿antichissima pietra colorata. Entrambi hanno lo stesso sguardo: intenso, tenero, fisso, quasi allucinato, il quale finisce per perdersi in un punto dell’orizzonte che ignora e che noi ignoriamo.

Mentre contempla l¿indefinito, lo sguardo si sofferma per qualche istante sopra uno spazio o un oggetto. Allora, all’improvviso, il contemplatore diventa un collezionista di pietre, o un agrimensore, che misura i terreni con una precisione quasi ossessiva.

Dovunque guarda, il viandante contempla la legge di Dio. Scorge fenomeni piccoli o minimi: le insignificanti azioni quotidiane degli uomini, i riflessi di un pezzo di vetro, una pietra scintillante, il colletto di una camicia di lino, un uccello sopra un albero; e questi fenomeni quasi invisibili si intrecciano tra loro, formando la mite rete celeste nella quale siamo impigliati.

Non importa che disastri e catastrofi rompano di continuo questa rete: che si scatenino tempeste di neve, che incendi brucino case, che guerre interrompano la pace. Con una specie di ostinata pervicacia Stifter sostiene che i disastri durano poco, dipendono dal caso, o non esistono affatto.

Ciò che esiste è soltanto la Legge. Ma le sue negazioni non ci convincono, e probabilmente non convincevano lui. Qualsiasi quadro di felicità o di beatitudine e di quiete viene accompagnato, nei libri di Stifter, da un’ombra tenue e inquieta che corrode tutte le cose.

Stifter è un grandissimo narratore di cose: gli esseri umani sono spesso ombre, destinate a dissolversi, accanto agli oggetti. Per questo, egli ama soprattutto le pietre: il granito, il calcare, la tormalina, il cristallo di rocca, la mica, la calcite sono i titoli e i temi del suo libro.

Le pietre contengono sia le fondamenta e il mistero del mondo: sia la luce profonda – luccichii come d’argento e diamante, «lamine sottili e scisti che sporgono lucidi e scintillanti dalla roccia». Altri protagonisti sono i ghiacciai e le tempeste di neve: alle quali è dedicato un racconto meraviglioso, Cristallo di rocca.

Anche nel mondo umano ciò che attrae Stifter non è un bel viso, ma un’elegante e candida biancheria di lino, che ricorda una lontana storia d’amore. Come ogni agrimensore, teme il movimento del tempo e dei sentimenti, che lo riempie d’angoscia. Perciò lo uccide, o cerca di ucciderlo.

Ciò che accade nel mondo umano deve avere la fissità, la immobilità, la ripetizione e quasi la pietrificazione della roccia. In queste quiete case di montagna, nulla deve cambiare mai. L’infanzia si ripete: la vecchiaia è infanzia prolungata: la storia è quasi cancellata; ogni pietra che cade da un muro deve essere rimessa precisamente al suo posto. Ma questa immobilità non è meno angosciosa del movimento abolito.

Sopra questo universo di pietre colorate, di ghiacciai, di alberi e di camicie di lino, scende una strana luce. Il cielo è coperto da un velo: la luce del sole penetra attraverso questo velo; eppure, quando tocca la terra, essa non è accompagnata da nessuna ombra. Reale e irreale, luminosa e velata, la luce tocca, e fonde e amalgama le cose. Le fa vivere per un momento, e poi le accompagna verso il mite disastro al quale l’universo è destinato.

P.Citati/La Repubblica