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Avevo sette, forse otto anni, quando mi assalì per la prima volta la paura della morte; fu anche l’ultima, almeno sino a ora.
Ero nel terreno di un mio zio, dalle parti di Stella. Avevo adagiato la mia bicicletta, una Ondina azzurra, contro la riva di un campo. Non ricordo i dettagli; scivolai in avanti, e colpii col collo l’estremità della manopola di plastica del manubrio. Mi alzai barcollando, senza fiato. A un centinaio di metri c’era mia sorella, impegnata a fare non so cosa, accanto a una catasta di pali. Provai a chiamarla, agitai le braccia, ma non respiravo più, e lei mi dava le spalle. Ero certo che sarei morto soffocato, invece riprese a respirare. L’esofago, che si era chiuso a causa del colpo, tornò a dilatarsi, e io vissi.
Accadde in un giorno d’estate di venticinque anni fa, e non ne ho mai parlato con nessuno. Però ci ripenso ogni volta che mi tocca andare a un funerale.
Ero al lavoro quando Laura mi ha chiamato. Il supermercato chiude alle otto di sera; da una manciata di minuti l’ingresso era chiuso, e sentivo le casse battere gli ultimi scontrini della giornata. Saluti, voci, qualche risata. La radio passava qualcosa di Springsteen.
Non è un negozio qualunque; si trattava di una struttura commerciale riservata ai baristi, albergatori, ristoratori. A quell’ora, il mio compito è pulire il piano da taglio, la macchina affettatrice, sterilizzare i coltelli, passare detergente e disinfettante su tutte le superfici, con panni specifici. Idem per l’impiantito rossiccio, e i pannelli che delimitano la zona dedicata alla vendita.
Sono il responsabile del reparto formaggi: io, e due ragazze che si alternano, una al mattino, l’altra al pomeriggio. A seconda dei turni che ho, chiusura o apertura la faccio da solo. Ho un collega che si occupa dei salumi e dei piatti pronti per la ristorazione, ma diciamo che sta per conto suo.
Squilla il cellulare: – Pronto.
– Sei tu?
Siamo sposati da due anni, e al telefono Laura esordisce ancora in quel modo: come se fossimo ai primi appuntamenti.
– Certo che sono io.
Allora mi spiega che è morto non so chi, uno che non conosco, però qualcuno della mia famiglia ha avuto a che fare con lui.
Dico: – Certo – intanto passo uno straccio sui pannelli con l’aiuto di un bastone estensibile. Una volta al mese il nostro servizio di verifica sanitaria arriva, preleva campioni, analizza, e se qualcosa non va, scassa le palle.
– Come? – chiede.
– Ti ascolto, vai avanti – tengo il cellulare contro la spalla destra, la testa reclinata. Basterebbe attivare il viva-voce e poggiarlo da qualche parte; non è una conversazione importante. La vita è fatta anche di funerali di sconosciuti. Di madri che chiamano la nuora perché comunichi al figlio la buona notizia, in modo che la detonazione della rabbia non la coinvolga. Di mogli che telefonano al marito sul lavoro, così utilizza il tragitto verso casa per scaricare l’irritazione.
Mi dice: – Tua madre vuole che ce la portiamo. Ci tiene molto.
– Non vedo l’ora.
Dopo trenta minuti e una doccia sono fuori, nel parcheggio riservato ai dipendenti. Il piazzale è disseminato di carrelli a pianale, abbandonati dai clienti fuori dall’area riservata. Ogni sera, quelli delle casse perdono almeno un quarto d’ora per recuperarli e rimetterli in fila. Una sera ci hanno trovato una mezza forma di grana. Il cliente si era scordato di caricarla. Se ne è accorto due giorni dopo, e allora ha telefonato per reclamarla.
Siedo in macchina e prima di mettere in moto, sbuffo; il mio fine settimana adesso appartiene ad altri.
Mio padre è morto un paio di anni fa. Ci sarebbe mia sorella Caterina, ma è fuori discussione: si è separata dopo che il marito le ha messo le corna con una ragazza rumena. È la persona meno indicata a fare da autista a mia madre. Ormai si occupa solo della figlia di due anni, Teresa. E di rendere un inferno le giornate del mio ex cognato.
Metto in moto, abbasso il finestrino, e mi dirigo verso casa senza nemmeno accendere la radio. Preferisco il silenzio, quando sono incazzato.
Ogni due settimane, il sabato e la domenica non lavoro; mi sostituisce il mio collega, quello dei salumi. E accade l’imprevisto: un tipo decide di passare allo stato orizzontale perpetuo non di lunedì o martedì, o in uno qualunque dei giorni lavorativi. Magari ci scappa un permesso, oppure si esce un paio d’ore prima. Lo spieghi al direttore, gonfi la notizia: un caro amico di mia madre. Un cugino di primo grado di mio padre. Cose così.
A casa, la cena scivola tra chiarimenti e spiegazioni su chi fosse il morto: forse per convincermi a guardare di buon occhio alla prospettiva di trascorrere il tempo libero tra sconosciuti. Sabato rosario, domenica funerale.
Dico: – Ha fatto un buon lavoro mia madre.
Laura incrocia le braccia sul petto, appoggia la schiena alla sedia, che scricchiola. I piatti sono vuoti, abbiamo cenato con un paio di pizze di cui sono rimasti i cartoni sui fornelli della cucina a gas.
– Che vuoi dire? – domanda, e alza il mento. Non le ho mai chiesto se è una specie di tic, oppure un gesto di sfida. Un avvertimento: non pensare di cavartela a buon mercato.
Metto le posate nel piatto, mi stringo nelle spalle, spingo indietro la sedia che striscia sul pavimento. Dico: – Ricordami di mettere i feltrini a queste maledette sedie.
Svuoto il bicchiere della birra rimasta, aggiungo: – Niente. Lascia stare. Era una frase stupida. – Agito le mani, una specie di richiesta di tregua.
– Se era niente, non dicevi niente.
Sistemo il piatto e il bicchiere nel lavello, insieme alle posate, verso il detersivo, chiudo lo scarico col tappo e apro l’acqua calda. Mi avvicino a Laura, prendo piatto e posate: – Finisci la birra? – domando, e indico col capo il bicchiere ancora pieno. Ricorro a un sorriso che non riceve alcuna accoglienza. Scuote la massa di capelli ricci, neri, il loro profumo è buono; continua a fissarmi.
Mentre lavo le stoviglie, riprende: – Allora?
– Allora cosa?
– Lo sai.
– C’è qualche novità?
Tace. Non mi leva gli occhi di dosso. Provo ancora: – Ti è piaciuta la pizza? – le getto un’occhiata, torno a risciacquare piatti e posate con uno scrupolo per cui provo imbarazzo.
Laura era impiegata come commessa in un negozio di alimentari nel centro città; bisogna accontentarsi, dicono tutti, e lei lo ha sempre fatto. Nonostante abbia una bella testa, una curiosità da lasciare senza fiato. Libri, film, roba di qualità.
Da tre mesi è senza lavoro, e ha perso un paio di chili. Ci ho scherzato su, ma nemmeno troppo. Le ho detto: – Sei più bella che mai.
Secondo me è vero. Ha trentadue anni ed è in perfetta forma. Negli ultimi tempi però dorme poco; è diventata nervosa e ha ripreso a fumare, ma lo fa quando sono al lavoro. Sa che detesto le sigarette, e si sciacqua la bocca col collutorio perché non me ne accorga. In casa fa corrente, ma il fumo persiste.
Hai voglia di ripeterle: “Prendila con filosofia”. Lei l’ha pure studiata, ma per certi guai non c’è filosofia che tenga.
Mentre asciugo e ripongo i piatti, dico: – Mia madre sa convincere, quando ci si mette – un’altra occhiata; chiudo gli sportelli del mobile in alto, pulisco il lavello, strizzo i panni. Asciugo con cura le piastrelle, e di nuovo strizzo i panni. Fischietto.
Il bello di Laura è che si pianta lì, e ti osserva. La sua determinazione ha un che di felino: decide, e non ti molla più. Se deve esserci un chiarimento, una discussione, ci sarà.
Infine sbotta: – E io sono scema che l’ascolto.
– Non ho detto questo. Le avrei spiegato che se non è un parente, un amico o un conoscente, si poteva lasciar stare.
– Siccome non l’ho fatto, sono scema.
– Non è così. Mia madre ha questa fissa di partecipare ai funerali di tutti quelli che hanno un minimo di legame con la nostra famiglia. Tanto valeva partecipare a quello di Alberto Sordi. Conoscevamo più lui, di certa gente di cui ho visto calare la bara nella fossa.
– Appunto, sono proprio scema.
– Non ho detto questo. Ti stai inventando le cose.
Ridacchia: – Come gli scemi.
Mi scappa un pugno e colpisco il lavello di metallo, mi giro verso di lei. – Senti Laura – respiro a fondo. È stata una giornata campale. Clienti, fornitori, merce in entrata da controllare, bolle da archiviare, ordini da effettuare, i rapporti con la sede centrale, con il direttore. – Non puoi vedere un atto di guerra in tutto quello che ti si dice.
Lei balza in piedi, rovescia a terra la sedia, chiude gli occhi; poi li riapre, scuote la testa, si allontana e agita le braccia, senza dire niente, sparisce nella stanza da letto. È in queste occasioni che penso alla nostra fortuna: non abbiamo figli.
Metto ordine in cucina, sistemo i cartoni della pizza nel sacchetto della spazzatura, lo lego. Fa caldo, ma c’è una brezza che attraversa la zanzariera, così avvicino il viso, resto immobile e lascio che quell’alito asciughi il sudore. Sento la stanchezza della giornata appesantire i muscoli delle gambe, delle braccia, la schiena. Crollo il capo per allontanare il sonno, sgrano gli occhi. Mi farò un’altra doccia prima di mettermi a letto.
In una via laterale suona l’allarme di un’automobile. Nel palazzo di fronte qualcuno strimpella un pianoforte. Mi sarebbe piaciuto imparare qualcosa di artistico, come suonare uno strumento, e tenere concerti. Per rendere bella la vita alle persone. Qualcosa insomma anche per me, che non mi lasciasse stanco sulla soglia di casa, come questo lavoro.
Dico: “Testa di cazzo”, senza avercela con qualcuno in particolare, potrei essere io quello, è uno sfogo che arriva in ritardo. Però mi giro per accertarmi di essere solo.
Mi siedo e mi accorgo di non aver pulito dalle briciole la tovaglia di plastica. E la sedia per terra. Mi sfrego gli occhi, distendo le gambe sotto il tavolo. C’è sempre qualcosa da fare, da mettere in ordine, da pulire, oppure c’è da andare da qualche parte; quando invece vorrei fermarmi. Osservare le pareti senza pensare che hanno bisogno di una rinfrescata, e i mobili sarebbero da lavare, e il frigo da sbrinare.
Non fare niente.
Per mezz’ora me ne sto immobile con le mani chiuse a pugno sul tavolo, i pensieri che saltellano da un angolo all’altro della cucina.
E Laura incazzata con me.
Infine mi alzo, striscio di nuovo la sedia, impreco, rimetto a posto quella di Laura; spengo la luce, mi sposto in bagno per una doccia veloce, e vado a dormire. Faccio tutto al buio, conosco gli spigoli di sedie, letto, comò e armadio, e loro conoscono me da anni. Cerchiamo di non frequentarci troppo. Mi stendo sulle lenzuola, col caldo addio copriletto, addio anche al cuscino, non lo sopporto d’estate. Ascolto il respiro di Laura: non dorme. Attendo che gli occhi si abituino al buio, ruoto il capo e la scorgo. Mi dà la schiena, sta su un fianco.
Provo: – Hai presente quella faccenda, che dice nella buona e nella cattiva sorte?
Si mette a sedere, preme l’interruttore e la stanza si illumina.
Le dico: – Bastava accendere la luce piccola. – Strizzo gli occhi, sbuffo.
Mi chiede: – Stai bene?
Allungo la mano, la faccio scorrere sulla schiena, sollevo il lembo della maglietta, e continuo senza fretta. Ha un corpo che richiede applicazione.
Da ragazzina, per cinque anni ha frequentato la piscina vicina alla fortezza del Priamar. D’estate nel fine settimana, e adesso che è disoccupata quasi ogni giorno, va nella zona del Prolungamento, di mattina presto, e scende nella spiaggia libera. Si tuffa e fa almeno mezz’ora di nuoto, sino al largo. Poi torna a riva, si asciuga, si riveste e torna a casa. Non ama il sole, la folla. A volte, l’accompagno, quando non lavoro, ma io resto ad attenderla sulla passeggiata. Non so nuotare. La osservo mentre si immerge nell’acqua, si distende, si allontana con bracciate lente, i piedi che alzano spruzzi. L’unica cosa bella del mare è lei che ci nuota dentro.
– Volevo la tua attenzione – dico.
– Ce l’hai.
– Bene.
La porta finestra è spalancata, la tapparella abbassata di circa la metà; la brezza si è dissolta. Da fuori arriva un fiato umido. Laura si passa una mano sulla fronte, osserva il velo di sudore sulla punta delle dita, dice: – Sarà dura dormire. E non siamo neppure a luglio. – Abbassa la testa e le ombre che si disegnano sul viso, sotto agli occhi, la rendono goffa.
– Sembra che tu voglia litigare – dico.
– Luca. Se vuoi dire qualcosa parla. Altrimenti lasciami dormire – allontana la mia mano dalla schiena.
– Non stavi dormendo.
– Non stavo dormendo, esatto. Posso coricarmi adesso?
– Non dovresti viverla in questo modo.
– E che dovrei fare? Avanti. Parla.
– Ecco il punto – dico io, mentre soffoco uno sbadiglio – Dovresti archiviare la faccenda, e impegnarti in qualcosa. Schiodati, cazzo.
– In cosa dovrei impegnarmi secondo te? – mi fissa.
– Potresti dare ripetizioni.
Stamane all’ingresso del supermercato ho notato uno di quegli avvisi scritti a mano, di chi cerca qualche lavoretto. C’era scritto qualcosa come: “Offresi ragazza per ripetizioni di pianoforte. Diplomata al conservatorio. Nove euro l’ora”. Ho pensato, perché no, stasera ne parlo a Laura.
– Sono arrugginita. Dovrei riprendere a studiare.
– Per quelli del ginnasio, la ruggine è oro. I libri li hai ancora?
Annuisce di nuovo. – A casa dei miei. In soffitta.
– Non ci avevi pensato, eh?
– No.
– Perché ci sei caduta dentro. Alla rabbia, voglio dire.
Ride, e lo fa in silenzio; sussultano solo le spalle tonde sotto il tessuto azzurro della maglietta, il volto si distende. Allunga la mano, me la sfrega sulla pancia. Dice: – Sei diventato psicologo?
– Tu ci scherzi. Ma a forza di guardare la gente che compra, chiede, gira per i reparti, impari a capirla. Sviluppi una specie di sesto senso.
Si passa una mano tra i capelli, tira a sé le ginocchia, le abbraccia e ci poggia sopra la guancia destra. – Hai ragione.
– Buonanotte – spegno la luce. Nel buio tasto il comodino, inserisco la sveglia. Suonerà alla solita ora. Se devo guastarmi la giornata preferisco alzarmi presto. All’alba tra i palazzi c’è un colore diverso, un odore che non sa di carburante.
Lei resta immobile. – Luca – dice.
– Sì.
– Ci pensi che sarà sempre così?
– Di cosa parli?
– Della nostra vita. Fai dei progetti, e c’è sempre qualcosa che si mette in mezzo. Guasta tutto.
– E allora?
– Vorresti che le cose girassero come si deve.
– Come nei film.
– Perché no? – si stende, respira a fondo un paio di volte. Nel buio sorrido, soffoco uno sbadiglio.
Lei riprende a parlare. – No, non come i film. Però vorresti che per un po’ tu e i problemi non vi incontraste.
– Vedi le cose troppo nere.
– O come sono in realtà. A volte ho idea che andrà sempre peggio. Che là davanti, ci sia qualcosa di orribile ad aspettarci.
– Cazzo, – dico – c’è una zanzara. E non abbiamo comprato lo zampirone.
Laura muove i piedi, sbuffa.
– Senti, ne stiamo già uscendo – dico – Domani al computer fai qualche volantino come si deve. Chi sei, cosa offri, telefono. Anche la tariffa. Lunedì li attacchi nei negozi e nei portoni. Ma puoi iniziare anche domenica.
– Lo dico al prete.
Faccio schioccare le dita: – Buona idea. Spargi la voce. Al massimo venerdì avrai i tuoi primi clienti.
– Siamo a giugno.
– E gli esami di riparazione non li consideri? Hai un’estate di lavoro davanti a te. Adesso dormiamo. Sempre che la zanzara ce lo permetta.
Mi giro su un fianco, la cerco, trovo ancora le sue spalle. – Ehi. Si va avanti, d’accordo?
– E poi?
– E poi si va avanti ancora un po’.
– Come fai a essere così?
– Così come?
– Fiducioso.
Ci penso un po’ su ma non trovo nulla da rispondere. La bacio dietro l’orecchio e torno a stendermi.
– Sarà il carattere – dico.
E mi torna in mente quell’episodio nel terreno di mio zio, quando pensavo di morire soffocato. Dovrei raccontarlo a Laura, lei non ne sa nulla; è bello avere delle storie da raccontare. Danno senso alla vita, le regalano sapore.
Però dico a me stesso: è una storia buona per un’altra volta. Magari per l’autunno, o l’inverno, quando gli infissi tremano per le raffiche di vento, e dalla finestra della cucina entrano certi spifferi da muovere la fiamma sul fornello a gas, dall’altra parte della stanza. Gli infissi: sarebbero da cambiare, ecco un’altra cosa da fare.
Chiudo gli occhi, e in un attimo mi sento pesante, un sasso che precipita verso il fondo di un lago, coi mille pensieri, le cose da fare, le paure, che galleggiano sulla superficie come detriti.
Dopo un po’ sento una voce che dice: – Amore.
Dovrei rispondere qualcosa.

Marco Freccero – da Non hai mai capito niente (Trilogia delle erbacce 1° volume, 2014)

*Marco Freccero è un tipo che racconta storie. Nato negli anni Sessanta, autodidatta, ha fatto l’operaio, il garzone, il magazziniere, l’addetto alla vendita, e altre cose che non vuole ricordare. Fa parte del team di EspertiMac del sito BuyDifferent e per questa azienda italiana scrive ebook e produce videocorsi dedicati alla piattaforma Mac. Il suo blog è: https://marcofreccero.wordpress.com

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