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Falene – 237 vite quasi perfette di Eugenio Baroncelli. 

Ho appoggiato il libro sul comodino fra gli altri che già stanno lì, letti, dimenticati o in attesa di essere terminati, ricoperti da un sottile velo di polvere. La copertina scura si mimetizza come una falena. Il libro di giorno è immobile, come morto, ci ignoriamo a vicenda, ma la sera prende vita: posso leggere una piccola biografìa ogni notte ,  aprendo a caso e, proprio come il volo irregolare e imprevedibile di una falena, queste piccole vite di persone grandi  o comuni, si liberano dalla prigionìa della carta ( e della morte )   e volano intorno a me. Certe vite colpiscono come una frustata, altre strappano un sorriso, altre mi sfiorano leggere e allora lasciano sulla pelle la loro polverina scintillante, proprio come l’ala della falena. Certe sono piccole poesie perfette.

Ve ne trascrivo qualcuna. 

Virginia Woolf, la donna che amava le falene

Storie di falene. Lei, Virginia, che la sera le attirava spalmando miele sul tronco dell’albero, e alla luce della lanterna si metteva a spiare il loro piccolo morire urgente.

Storie di cieli. Lei che la notte alzava gli occhi in cerca della stella più disubbidiente. Storie di quasi aprile, il più pietoso dei mesi. Virginia, ancora lei, che, lasciata sulla mensola del camino l’ultima lettera per Leonard, afferra bastone e cappello e va all’appuntamento con il fiume. Chi sa se avrà cercato un aggettivo serpentino per redimere la dirittura delle acque? Io so che raccoglie due grosse pietre, se le mette in tasca e corre incontro all’unica storia che non racconterà.

Marina Ivanovna Cvetaeva, un’altra morte

I suoi molti lettori possono rivederla: è ancora qui, incandescente, nell’oscura moltitudine. I miei pochi già lo sanno: per morire adocchiò un gancio. Qualcuno sa di latri ganci e un’altra morte: dice che era fatta di atomi uncinati, come noi; dice che quelli si muovono di qua e di là, che si combattono e si urtano, che certe volte si agganciano l’uno all’altro, ma quando smettiamo di pensar di essere vivi stanno nel nostro corpo a fare nulla: fantasmi appesi al muro, come lei a quella corda per il bucato.

Neve, ragazza per sempre.

 A inventare, scrivere, illustrare e stampare Il Selvaggio, la più irriverente rivista del Novecento, erano in tre: Maccari, un tipografo e lei, un’aiutante del tipografo che chiamavano “mettifoglio”. Aveva diciotto anni e si chiamava Neve. Maccari le faceva la corte. Rievocandola mezzo secolo dopo, fingeva di commuoversi, perché nel ricordo somigliava a un personaggio di Piero della Francesca. Qui io non fingo. Certi giorni corro allo specchio con la fondata speranza di non vederla affatto, né vecchia né viva né morta, e mi commuovo sul serio.

Beatriz e basta, la vita fatua.

Nacque d’estate, in un cespuglio  inseminato del magico Perù. So che è impossibile, ma io immagino che vengano tutte dal Perù. Questa la chiamerò Beatriz perché tutto è permesso, se si battezza Oscar  un pitone e Graziella una vedova nera. So che non sarebbe dispiaciuta a Virginia Woolf. So che vola di fretta perché ha poco tempo. Cerca una luce nel crepuscolo della mia stanza. Ha tinte smorte, che la confondono con il buio, Quasi non si vede. Per tre secondi, se aguzzo gli occhi, credo di vedere che sosta sulla bocca del barattolo di plastica in cui vanno seccandosi le penne biro. Vive meno di tutti, però fino a qui è arrivata. Vive una vita di pochi giorni, ma la morte è in ritardo di almeno un giorno. Sembra un’intrusa, ma in fondo ci assomiglia: basta sostituire le sue inezie , i giorni, a quelle nostre, gli anni. Se adesso apro la finestra, se presto andrà a cadere sul davanzale della terrazza, è un’avventura mia, non sua. Sarà al suo posto se poi apriamo all’improvviso questo libro?

Arthur H. Hallam, la vita in rima.

Alla rima, sebbene già Milton ne avesse fieramente deplorata la tirannia (“modern bondage of riming”), lui teneva, come me. Da bambino sentì che rhyme rima con time e sense con coincidence. Più avanti, quando stablilì che la rima è “una ricorrenza della fine”, molti, dimenticando che il tempo è un prolisso presente, si meravigliarono. Ma come? Può mai tornare quel che è finito? Più avanti, in una monotona domenica 15 settembre 1833, in una replica perfetta della città di Vienna, fu visitato da un colpo apoplettico all’età di ventidue anni. Un colpo della sorte, che rima con la morte. Morì infelice solo perché non sapeva l’italiano. Morì felice, perché gli avvenimenti della vita rimano fra loro in tutte le lingue del mondo.

Paul Theroux, l’uomo che partì.

Lasciò la sua stanza vissuta dai tarli. Sullo scrittoio, simili a cicatrici, simili a favolosi predoni, simili a lame di pattini da ghiaccio, lasciò i ricordi delle migliaia di parole che gli volteggiavano intorno. Non avendo niente da fare, partiva per la Patagonia, terra misantropa. Si incamminò verso la verità, lontano dalla finzione e molto lontano dalla realtà.

Da “Falene – 237 vita quasi perfette” di Eugenio Baroncelli

Sellerio Editore  – Palermo,2012.

Eugenio Baroncelli (1944) vive a Ravenna. Tra le sue opere Outfolio. Storiette scivolate dal quaderno durante un trasloco, 2005. Con questa casa editrice ha pubblicato Libro di candele. 267 vite in due o tre pose (2008), Mosche d’inverno. 271 morti in due o tre pose (2011, Premio Mondello) e Falene. 237 vite quasi perfette (2012)

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