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noémia de souse, via delle belle donne,

La densità della popolazione del Mozambico è di 27 abitanti per chilometro quadrato. In ogni suo dove c’è ancora spazio per resistere alle ondate di guerra che lo circondano, la povertà non è lontana, frutto di lunghe guerre prima per decolonizzarsi poi quella civile chiusasi agli inizi degli anni ’90. In mezzo, la letteratura mozambicana, che rispetto alle altre colonie portoghesi appare con un certo ritardo sulla scena letteraria. Scrive Cristina Brambilla su Letterature d’Africa che “la letteratura mozambicana compare solo nel secolo XX ad opera di “asimilados”, autori mulatti in genere, ma anche di razza nera, istruiti. Tuttavia, già nel suo sorgere, nella prima decade del secolo, questa letteratura si situa nel segno di una presa di coscienza della specificità mozambicana e, in molti casi, della situazione della popolazione nella societò coloniale. L’opera più importante è data dal contributo della poetessa mulatta Noémia de Souse, che dolorosamente canta l’anelito alla libertà e l’amore per la Madre Africa”. I suoi testi, tratti dal suo unico libro edito Sangue Negro, sono patrimonio della letteratura poetica femminile difficilmente trovabili nelle traduzioni italiane. E su questo mosaico da restaurare sta intervenendo Anna Fresu, regista, poeta e traduttrice e studiosa di letterature africane, che ha anche vissuto in questo paese africano a più riprese fra gli anni ’70 e ’90, fra i cui lavori tradotti si inserisce “La poesia dell’infanzia lontana” scritta da Noémia de Suose nel 1950, dove la poeta affida ai versi la sua vita e quella “dei suoi compagni accovacciati nella ruota meravigliata e a bocca aperta del “C’era una volta”dei racconti della vecchia di Maputo”, cercando di non perdere le meraviglie dell’infanzia da “maschiaccio” nella realtà dura e cupa di un paese dove vivono”strane paure, inspiegabili, delle nostre anime piene di orchi sdentati”.

POEMA DA INFANCIA DISTANTE
A Rui Guerra

Quando eu nasci na grande casa à beira-mar,
era meio-dia e o sol brilhava sobre o Índico.
Gaivotas pairavam, brancas, doidas de azul.
Os barcos dos pescadores indianos não tinham regressado ainda
arrastando as redes pejadas.
Na ponte, os gritos dos negros dos botes
chamando as mamanas amolecidas de calor,
de trouxas à cabeça e garotos ranhosos às costas
soavam com um ar longínquo,
longínquo e suspenso na neblina do silêncio.
E nos degraus escaldantes,
mendigo Mufasini dormitava, rodeado de moscas.

Quando eu nasci…
– Eu sei que o ar estava calmo, repousado (disseram-me)
e o sol brilhava sobre o mar.
No meio desta calma fui lançada ao mundo,
já com meu estigma.
E chorei e gritei – nem sei porquê.
Ah, mas pela vida fora,
minhas lágrimas secaram ao lume da revolta.
E o Sol nunca mais brilhou como nos dias primeiros
da minha existência,
embora o cenário brilhante e marítimo da minha infância,
constantemente calmo como um pântano,
tenha sido quem guiou meus passos adolescentes,
– meu estigma também.
Mais, mais ainda: meus heterogéneos companheiros
de infância.

Meus companheiros de pescarias
por debaixo da ponte,
com anzol de alfinete e linha de guita,
meus amigos esfarrapados de ventres redondos como cabaças,
companheiros de brincadeiras e correrias
pelos matos e praias da Catembe
unidos todos na maravilhosa descoberta de um ninho de tutas,
na construção de uma armadilha com nembo,
na caça aos gala-galas e beija-flores,
nas perseguições aos xitambelas sob um sol quente de Verão…
– Figuras inesquecíveis da minha infância arrapazada,
solta e feliz:
meninos negros e mulatos, brancos e indianos,
filhos da mainata, do padeiro,
do negro do bote, do carpinteiro,
vindos da miséria do Guachene
ou das casas de madeira dos pescadores,
Meninos mimados do posto,
meninos frescalhotes dos guardas-fiscais da Esquadrilha
– irmanados todos na aventura sempre nova
dos assaltos aos cajueiros das machambas,
no segredo das maçalas mais doces,
companheiros na inquieta sensação do mistério da “Ilha dos navios perdidos”
– onde nenhum brado fica sem eco.

Ah, meus companheiros acocorados na roda maravilhada
e boquiaberta de “Karingana wa karingana”
das histórias da cocuana do Maputo,
em crepúsculos negros e terríveis de tempestades
(o vento uivando no telhado de zinco,
o mar ameaçando derrubar as escadas de madeira da varanda
e casuarinas, gemendo, gemendo,
oh inconsolavelmente gemendo,
acordando medos estranhos, inexplicáveis
das nossas almas cheias de xituculumucumbas desdentadas
e reis Massingas virados jiboias…)
Ah, meus companheiros me semearam esta insatisfação
dia a dia mais insatisfeita.

Eles me encheram a infância do sol que brilhou
no dia em que nasci.
Com a sua camaradagem luminosa, impensada,
sua alegria radiante,
seu entusiasmo explosivo diante
de qualquer papagaio de papel feito asa
no céu de um azul tecnicolor,
sua lealdade sem código, sempre pronta,
– eles encheram minha infância arrapazada
de felicidade e aventuras inesquecíveis.

Se hoje o sol não brilha como do dia
em que nasci, na grande casa,
à beira do Índico,
não me deixo adormecer na escuridão.
Meus companheiros me são seguros guias
na minha rota através da vida.
Eles me provaram que “fraternidade” não é mera palavra bonita
escrita a negro no dicionário da estante:
ensinaram-me que “fraternidade” é um sentimento belo, e possível,
mesmo quando as epidermes e a paisagem circundante
são tão diferentes.

Por isso eu CREIO que um dia
o sol voltará a brilhar, calmo, sobre o Índico.
Gaivotas pairarão, brancas, doidas de azul
e os pescadores voltarão cantando,
navegando sobre a tarde ténue.

E este veneno de lua que a dor me injectou nas veias
em noite de tambor e batuque
deixará para sempre de me inquietar.

Um dia,
o sol iluminará a vida.
E será como uma nova infância raiando para todos.

– Noémia de Sousa (29.04.1950), em “Sangue negro”. Moçambique: Associação de Escritores Moçambicanos, 2001.

 

POESIA DELL’INFANZIA LONTANA
(traduzione a cura di Anna Fresu)

Quando nacqui nella grande casa in Riva al mare,
era mezzogiorno e il sole brillava sull’Oceano Indiano.
Gabbiani aleggiavano, bianchi, folli d’ azzurro.
Le barche dei pescatori indiani non erano ancora rientrate
trascinando le reti cariche.
Sul ponte, le grida dei negri dei battelli
che chiamavano le donne spossate dal caldo
con i fardelli sulla testa e bambini mocciosi sulle spalle,
risuonavano con un’aria lontana,
lontana e sospesa nella nebbiolina del silenzio.
E sui gradini scottanti,
il mendicante Mufasini dormicchiava, circondato di mosche.

Quando nacqui…
– Lo so che l’aria era calma, riposata (mi hanno detto)
E il sole brillava sul mare.
In mezzo a questa calma fui lanciata al mondo,
già con il mio marchio.
E piansi e gridai – non so perché.
Ah, ma avanti nella vita,
le mie lacrime si seccarono al fuoco della rivolta.
E il Sole non brillò più come i primi giorni
della mia esistenza
anche se lo scenario brillante e marittimo della mia infanzia,
costantemente calmo come un pantano,
era stato lui a a guidare i miei passi da adolescente,
e anche il mio marchio.
E ancora, ancora: i miei eterogenei compagni
D’infanzia.
I miei compagni di pesca
sotto Il ponte,
con amo di spillo e lenza di spago,
i miei amici laceri dai ventri rotondi come zucche,
compagni di giochi e scorribande
nella boscaglia e sulle spiagge di Catembe
uniti tutti nella meravigliosa scoperta di un nido d’uccelli,
nella costruzione di una trappola di vimini,
nella caccia alle lucertole e ai colibri,
nell’inseguimento degli “xitambela” sotto um sole caldo d’estate…
– Figure indimenticabili della mia infanzia da ragazzaccio,
libera e felice:
bambini neri e mulatti, bianchi e indiani,
figli di servi, di panettieri
di negri del battello, di falegnami,
venuti dalla miseria di Guachene
o dalle case di legno dei pescatori.
Bambini viziati della stazione,
bambini vivaci delle guardie di finanza della Caserma
– tutti affratellati nell’avventura sempre nuova
degli assalti agli alberi di cajù delle piantagioni,
nel segreto dei frutti più dolci,
compagni nell’inquieta sensazione del mistero dell’”isola delle navi perdute”
– dove nessun grido resta senz’eco.

Ah, i miei compagni accovacciati nella ruota meravigliata
e a bocca aperta del “C’era uma volta”
dei racconti della vecchia di Maputo,
in crepuscoli neri e terribili di tempeste
(il vento che ululava sul tetto di zinco,
il mare che minacciava di abbattere le scale di legno della veranda
e casuarine, che gemevano, gemevano,
oh, inconsapevolmente gemevano,
risvegliando strane paure, inspiegabili,
delle nostre anime piene di orchi sdentati
e re Massinga trasformati in serpenti…)
Ah, i miei compagni mi seminarono questa insoddisfazione
giorno dopo giorno più insoddisfatta.

Essi riempirono la mia infanzia del sole che brillò
il giorno in cui nacqui.
Con la loro amicizia luminosa, impensata,
la loro allegria radiosa,
il loro entusiasmo esplosivo davanti
a qualunque aquilone di carta fatto ala
nel cielo di un azzurro tecnicolor,
la loro lealtà senza leggi, sempre pronta,
– essi hanno riempito la mia infanzia da maschiaccio
di felicità e avventure indimenticabili.

Se oggi il sole non brilla come il giorno
in cui nacqui, nella grande casa,
sulla riva dell’Oceano Indiano,
non mi permetto di addormentarmi al buio.
I miei compagni son per me guida sicura
nella mia rotta attraverso la vita.
Essi mi dimostrarono che “fraternità” non è solo una parola bella
scritta in nero sul dizionario della libreria:
mi insegnarono che “fraternità” è un sentimento bello, e possibile,
anche quando le epidermidi e il paesaggio circostante
sono così diversi.

Per questo CREDO che un giorno
il sole tornerà a brillare, calmo, sull’Oceano Indiano.
Gabbiani aleggeranno, bianchi, folli d’azzurro
e i pescatori rientreranno cantando
navigando sul tenue pomeriggio.

E questo veleno di luna che il dolore mi ha iniettato nelle vene
in notti di tamburo e festa
smetterà per sempre di inquietarmi.

Un giorno,
il sole illuminerà la vita.
E sarà come una nuova infanzia
che brillerà per tutti.

Noémia de Sousa (29.04.1950), in “Sangue negro”. Mozambico: Associação de Escritores Moçambicanos, 2001.

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Noémia de Sousa

biografia a cura di Anna Fresu

Noémia de Sousa è lo pseudonimo letterario Carolina Noémia Abranches de Sousa Soares, nata il 20 settembre del 1926, a Catembe, il villaggio di pescatori che sorgeva sulla baia e fronteggiava la città di Lourenço Marques (oggi Maputo) in Mozambico, da genitori le cui origini risalivano al Portogallo, all’isola di Goa, alla Germania, al Mozambico.

Con José Craveirinha, Rui Nogar, Virgilio Lemos ed altri, sfidando la censura della dittatura dell’Estado Novo e la repressione della polizia politica nelle colonie (PIDE) fu fra i primi, unica donna, ad esaltare le radici africane e a raccontare in versi le sofferenze del suo paese oppresso e il sogno di una nazione liberata e indipendente, senza differenze e discriminazioni fra neri, mulatti, indiani e bianchi.

I suoi primi testi furono pubblicati sulla rivista O Brado Africano (Il Grido Africano). Studiò in Brasile e, tra il 1951 e il 1964, visse a Lisbona dove lavorò come traduttrice. La sua opposizione al regime di Salazar la costrinse all’esilio a Parigi dove lavorò presso il consolato del Marocco. In qualità di giornalista di agenzie di stampa internazionali, viaggiò per tutta l’Africa durante le lotte per l’indipendenza di vari paesi del continente. Nel 1975 ritornò in Portogallo, dove lavorò per l’Agência Noticiosa Portuguesa.

Le sue poesie furono pubblicate in riviste e antologie come Mensagem, Itinerário, Notícias do Bloqueio, Moçambique 58, Vértice e Sul (Brasile) e sono anche presenti nell’antologia “Nunca mais é Sábado”, curata da Nelson Saúte.

Il suo unico libro è Sangue Negro pubblicato a Maputo nel 2001 dall’Associazionedegli Scrittori Mozambicani.

Noémia de Sousa morì a Cascais, in Portogallo, nel 2003.