Tag

, , , , , ,


“I want to feel both the beauty and the pain of the age we are living in. I want to survive my life without becoming numb. I want to speak and comprehend words of wounding without having these words become the landscape where I dwell. I want to possess a light touch that can elevate darkness to the realm of stars.”

 “Voglio sentire sia la Bellezza che il Dolore dell’età in cui viviamo. Voglio sopravvivere alla mia vita senza diventare insensibile. Voglio parlare e comprendere parole di ferite senza che esse diventino il paesaggio in cui abito. Voglio possedere un tocco di luce che possa elevare l’oscurità  al regno delle stelle.”

Terry Tempest Williams (trad. Federica Galetto)

arthurhacker

Arthur Hacker – Imprisoned Spring

In un tempo che mi appartiene forse più di ogni altro in questa fase dell’esistenza, ho sentito scuotersi dentro me il fruscio del risveglio e dell’abbandono. In un tempo che mi appartiene eppure mi è così distante, ho voluto cercare di afferrare con forza ogni più piccola vibrazione e farla diventare parte di me. Il filo conduttore di questi mesi invernali bui e lunghi è stata la Bellezza, che come spesso mi accade rastrella la mia vita senza curarsi se ancora vi sia spazio dentro me per accoglierla, ma anche il dolore, la bruttura atroce di certe crudeltà, la malevolenza dell’umanità, la guerra, i morti, le speranze volate via. Ogni frammento ha finito per costituire una strana forma di Bellezza. Una Bellezza cieca e sorda. Ho ascoltato senza sentire, ho guardato senza vedere, ho scritto senza posare le dita sulla tastiera, ho dipinto senza colori, ho amato senza amore, ho vissuto senza respiro. In ogni momento in cui cercavo la via per emergere non trovavo altro che silenzio, o meglio un ostacolo invisibile che mi impediva di esternare un’emozione, una parola, una linea sulla tela. Ma sentivo, vedevo, scrivevo, dipingevo tutto. Era tutto già depositato dentro me come un pacco voluminoso pronto per essere aperto. La sofferenza, la solitudine e l’inetta auscultazione dei versi scritti nella mia testa iniziavano ad agitarsi come fossero dentro una bolla di vetro; erano si vagamente visibili, udibili, ma non riuscivano ad uscire fuori. Ho iniziato a guardare/sentire la tv: film, programmi di intrattenimento, sciocchezze senza fine in un mare anestetizzante; ho ritagliato lentamente figurine di carta, poi ho acceso la radio e ho ascoltato musica da un’isola lontana. E un giorno ho scostato la tendina e ho visto che fuori le cince erano tornate. Gli uccelli tornano sempre prima o poi, ti vengono a trovare e ti raccontano quello che hanno visto nel loro infinito vagabondare in cieli stranieri. Sul finire dell’inverno, nell’accumularsi delle coltri grigie sui tetti e sulle colline, brillano le viole sul mio davanzale, i tromboncini gialli e le primule spuntano timidi nei prati. Era dunque necessario trovarsi ad affrontare il vuoto per trovare il pieno? Era dunque indispensabile camminare sul Fuoco per poter sentire l’erba sotto i piedi? E attraversare il buio fitto per trovare la luce. Di certo so che la bolla s’è crepata, e dentro ora siede contento un giardino in miniatura, con piante, fiori, sassi, muschio e vita. Non potendo nè leggere nè fare molto altro per via di un’ infiammazione agli occhi ho iniziato ad immaginare di essere io stessa il libro che avrei voluto avere tra le mani, io stessa la storia che avrei amato leggere. Affrontando la mia nuova condizione, mi fortificavo con l’esempio di Borges, che aveva dovuto affrontare nella cecità l’ultimo quarto della sua vita o di Bunuel, costretto a misurarsi con la sordità. Sulle prime il teatrino delle immagini vagava stordito sul foglio della mente, poi  poco a poco l’intensità dei contrasti ha iniziato ad emergere e ho visto, sentito distintamente che io facevo parte di cose, persone, vite, storie che non erano le mie, eppure le sapevo a memoria, come fossero state sradicate da un cespo verde in un quadrato di terra fertile e impiantate in me con la perfezione di un miracolo. Cos’è poi in fondo un miracolo se non la palese apparizione di una bellezza nascosta? E la Grazia di un volo, cos’è mai la Grazia di un volo se non un ritorno a se stessi ancora e ancora? Ora, la Bellezza.

§

Così sale un arcobaleno in quota –

l’occhio è un mirino, a fissarlo non lo scorge –

inchiodato al cielo tra gola e vetta

come a immortalar se stesso.

Così sono io, l’occhio e il mirino –

il volo del gipeto che trafigge l’iride –

ospito domande immense nelle vene

senza arrestare lo schiocco.

Nulla è sublime più che attraversare il mondo

lasciandolo immutato.

Fosca Massucco, da L’occhio e il mirino, Editrice L’Arcolaio 2013

*

Il becco d’una cincia

Canne del torrente prigionia marcendo si stende balbuziente

ché gli s’incastra il becco d’una cincia solita presenza di supplizio.

Fotografie e immagini dal titolo i tuoi contatti d’insieme a lei

forse chi sia che non ha dimenticato la sua ala spezzata ma aperta.

Non è quota a scendere la dolcezza chi del tutto bene risponde sì

all’asprezza abituato per allinearsi al prato per tracce di sentiero.

Circolare e perfetta la bocca acqua e terra più bella che alla radice è sfora.

Qualche rivolo d’acqua scende nessun altro.

Luigi Diego Eléna

*

Daccapo

Là, sul cuscino,

la testa germogliante

serpi di glicine sbrecciante e là,

oltre la finestra, dove la dura grandine

è in calore e il sole un mutilato e persino là,

scagliati fin sulla porta del tuo Niagara,

parlo di quelle quattro sedie e un tavolo

ottocento di cui alfine ti sei accontentato,

persino là, ragliando come asini testardi,

sono venuti a cercarti i giorni di Marzo.

Ai preludi emozionanti

come nelle trincee fallite,

al fuoco confortevole di poche frasi

e persino là, dove più assurdo cade il tramestio,

disinvolti e rotolanti, daccapo nella tua vita,

sono tornati in forma di vento e d’angora bianca.

Vera D’Atri

*

Nella macchia

Errai nell’oblio della valle

tra ciuffi di stipe fiorite,

tra querce rigonfie di galle;

errai nella macchia più sola,

per dove tra foglie marcite

spuntava l’azzurra viola;

errai per i botri solinghi:

la cincia vedeva dai pini:

sbuffava i suoi piccoli ringhi

argentini.

Io siedo invisibile e solo

tra monti e foreste: la sera

non freme d’un grido, d’un volo.

Io siedo invisibile e fosco;

ma un cantico di capinera

si leva dal tacito bosco.

E il cantico all’ombre segrete

per dove invisibile io siedo,

con voce di flauto ripete,

Io ti vedo!

Giovanni Pascoli

*

Da qualche giorno siamo più bianche

sbiancate da pixel invisibili e ultravioletti

le città sono piene e immortali, noi sgorghiamo

e stiamo in quasi ogni giornata

tutte arroccate su scarpe nuove e rosse

che sciolgono i tacchi a sufficienza nel vento a raffiche

un intenso vortice di passione defrontiera

siamo così coraggiose da incoraggiarci

altezzose come regine e api nomadi

camminiamo sui fossili di primavera

il disgelo è su ogni sasso e sopra i marciapiedi pietrosi giriamo

come tanti passati remoti

in cui ci hanno coniugate

la passione è corta ma la memoria è lunga

ed è già andato via tutto

nulla ci appartiene fino alla fine

le parole, i fiori, i profili di lei, di lui

l’amore è la terapia pratica degli scompensi

ipocentro di tutto quello che basterà

che ci avvicinerà all’aldilà di noi stesse,

femminile  maschile  coro neutro

ci dovremmo ricomporre pure

per bastarci abbastanza

o vive fra le incursioni delle guerre

o sdraiate come le pietre in fondo alle terre

rifiorendo comunque.

Simonetta Sambiase (Inedito)

juliabarello

Julia Barello, Swoop, Galveston Center for the Arts,
Galveston, Texas
2008
MRI film, steel
10′ x 12′ x 8″

http://www.juliabarello.com/index2.html