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ImmaginePalpitatio, fotografia digitale di Ernesto Romano ©

 
 

Il poeta, modello di viaggiatore continuo, strenuo ed apposito: è un esploratore che perquisisce i confini del mondo, scrivendo uni-versi; è un temerario che s’inoltra in terre “cangianti”, inospitali come il miraggio e feroci a tal punto, che in esse ogni cosa perde l’aspetto reale (o, per l’esattezza, consueto), mentre le certezze quotidiane cessano di avere contorni precisi: tanto che si rovesciano in nuove prospettive, rivelando che persino la luce può essere a volte, o quasi sempre, un gioco di ombre (ed il buio, addirittura un riflesso). Non desidera il sollievo dell’amore. Al contrario il poeta singhiozza ardente per ottenere il rifiuto della società (non acqua o riparo –invoca Alberto Barina ne Il nomade– non carezze indulgenti, ma flagellazioni perentorie, pietre inappellabili, ferite categoriche, umilianti) e ricevere odio anche da se stesso: solo così, infatti, gli riuscirà di (re)spingersi alla ricerca di concetti inediti, che sappiano ritrarre i volti contraddittori delle verità dimenticate o mostrare i lineamenti “carsici” e nascosti di quelle più in voga, popolari ed accettate.
«Mi prefiggo di scoprire e raccontare l’altro lato dell’esistenza, nella prossima silloge», mi aveva garantito Barina in una mail. E per tener fede alla promessa, ora usa giustamente –e con scrupolosa, onesta coerenza– l’altro lato della poesia, dunque la prosa. Di conseguenza arriva a costruire un intreccio di frasi che imitano con maestria l’andamento e i ritmi casuali della lingua parlata; poi in questo sostrato di toni colloquiali, innerva pensieri che ragionano serrati, compatti e “a tappeto” sulle peculiarità della vita, ridottasi ultimamente –per colpa innegabile della ci-viltà umana– a semplice e subdolo pretesto per azzannarsi a vicenda tra simili o fratelli, lanciandosi a frotte insulti gratuiti e, quindi, compiaciuti. Però ecco: all’improvviso, lasciando trasparire ad arte l’impeccabile perizia lirica che senza sosta li sottende e li struttura, i componimenti di Barina a tratti raggiungono apici di musicalità estrema, afflitta, tormentata, enfatizzando con singolare efficacia drammatica quanto l’idea standardizzata che di norma si ha della bellezza, sia angusta o meschina, e drasticamente incapace di riassumere in sé, per esaltarle a dovere, le meraviglie (quelle autentiche) che impreziosiscono il succedersi dei minuti, dei giorni, degli anni. Mi riferisco ad incantesimi palesi ed obliati, il cui splendore acuto è oggi invisibile agli occhi atrofici della gente, involutasi da troppo allo stato di razza decaduta, di specie “fatiscente”, irreggimentata al gran completo nei meccanismi del sistema attuale, che bada esclusivamente a materia e denaro; mi riferisco, prendendo vuoi l’abbrivio vuoi l’esempio da Barina, a prodigi dal fascino penetrante e misconosciuto, a malie soavi come “un canneto di rose/ orchestrato dal vento,/ l’architettura di un’eco/ che si dirama in una cattedrale,/ la penombra nei templi,/ il soffio della neve/ che rallenta una città […]/ […] una pagina ingiallita,/ il denudarsi delle stelle/ dopo la notte […]”; insomma: delicate, diafane, quiete magie differenti sul serio dallo spettacolo angoscioso del presente e di storture micidiali, spesso zelanti nel condannare alla pervicacia del dolore l’infelice di turno, il quale s’arrende inerme alla resa e inane si rassegna a condividere il tempo che gli rimane con sogni esili (ergo esuli), tarpati dal fallimento, dalla delusione, da un destino che non cresce e non si compie, dal ricordo ossessivo di ciò che non è stato… né mai sarà. In sintesi, dalla sconfitta. E l’unico rimedio in grado di lenirla, ossia di ovviare al mondo che l’ha causata (guidandolo al riscatto, alla redenzione, a rifondarsi), è il titolo dell’opera che sto commentando. Ho ragione? Mi convinco di sì, quando considero che la sensibilità –tesoro inestimabile che il poeta, per donarlo prontamente agli individui (pochi, ahimè) ansiosi d’arricchirsene, acquisisce e impara durante i propri martìri e pellegrinaggi sanguinanti– è una terapia d’urto che imprime all’anima scossoni o traumi per educarla al risveglio e alle strade migliori da imboccare. Il dubbio è: l’umanità, presto o tardi, troverà nel suo intimo la forza di “accoglierle”? Sceglierà o no di percorrerne interamente il benefico tracciato?

Pietro Pancamo

Alberto Barina, L’urto della sensibilità, silloge poetica autoprodotta

 
 

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Tre poesie da L’urto della sensibilità

L’ALTRO LATO

Hai mai visto
il sole proiettare ombre,
una lacrima risalire agli occhi,
un frutto ricadere sui rami.

È solo l’altro lato delle cose
che non si vedono,
non si sentono.

Hai mai conosciuto
una parola pronunciata al contrario
mantenere un senso,
l’alba abbandonarsi al tramonto,
la luce cangiante del buio,
i poeti che rivoltano il mondo.

Hai mai cercato
il senso di giustizia nei sogni.
Ti sei mai dato
in pasto ai leoni.

È solo l’altro lato delle cose
che non si studiano,
non si apprezzano,
non si desiderano.

***

IL NOMADE

Sarò nomade,
come la parola amore
che erra sulla tua bocca,
ed arida chiede
sabbia e vento da viaggio,
labbra spezzate dal tempo.

È che per un istante
o quasi per sempre,
non desidero essere nei tuoi pensieri,
come fossi
somma di luce
inghiottita nel vuoto.

Sono colui al quale non daresti
acqua o riparo,
ma offriresti le pietre,
e di un libro
le pagine strappate.

Non tenere il segno al cuore
ma usalo come bersaglio
affinché trafitto,
io non possa più dubitare
del mio sangue senza dimora.

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LA BELLEZZA NON REGGE

La bellezza non regge
i fiori sugli steli,
il pudore di una primavera,
la pioggia che si finge
madreperla sui vetri.

La bellezza non regge
il disubbidire dei colori
lasciati nelle mani dei bambini,
un canneto di rose
orchestrato dal vento,
l’architettura di un’eco
che si dirama in una cattedrale,
la penombra nei templi,
il soffio della neve
che rallenta una città.

La bellezza non regge
una pagina ingiallita,
il denudarsi delle stelle
dopo la notte,
le luci che giungono
esili e distanti
così arroccate al tempo
e alla vita,
quel gridare terra
che è negli occhi in cammino dei popoli.

La bellezza non regge
troppe cose,
che non sappiamo più cogliere,
che non vogliamo più sentire
e capire.

 
 

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NOTA BIOGRAFICA DI ALBERTO BARINA

Il sasso è caduto nello stagno il 3 maggio 1975.
Solo sedici anni dopo inizia a reggere in mano una penna, a sporcare di nero il bianco, aiutato e sospinto dall’ascolto della musica.
Nessun corso di scrittura creativa, nessuna pubblicazione con case editrici (o pseudo tali), di conseguenza nessuna inutile spesa di denaro per stampare e vedere “pubblicato” un libro che poi nessuno promuoverà, venderà, acquisterà e leggerà. Quindi nessun rimorso economico.
“Poeta della domenica” (ma scrive anche nei giorni feriali), per molti, per troppi, o forse per nessuno; la decisione spetta comunque al singolo lettore.
Un discreto numero di riconoscimenti letterari (alcuni dei quali definiti importanti), ma l’elenco spesso presuntuoso e comunque sempre asettico, crede in realtà non interessi e non serva a nessuno.
La compagnia e lettura di qualche buon libro, poi altre attività legate al mondo della poesia: lezioni, readings, organizzazione di concorsi, blog in internet… e per il resto… se ne sta in disparte senza disturbare troppo, o almeno crede.

 
 

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