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Silvestri_AmbraverdeMolte scrittrici negli ultimi decenni si sono dedicate a ricostruire, sulla base delle poche tracce rimaste, la vita di donne vissute nei secoli passati contribuendo così a creare quel patrimonio di memorie femminili di cui la storia è così parca, ma il libro Ambraverde di Marina Silvestri (Palombi 2013, pp 159,€ 12) si distingue per la capacità dell’autrice di unire un’indagine meticolosa alla fantasia narrativa che ci fa immaginare scene e vicende, sentire i profumi, godere della bellezza dei luoghi. Quello che contraddistingue ulteriormente quest’opera è l’afflato lirico che la percorre e rende teso il discorso, coinvolgente per il lettore la lettura di alcune pagine. Afflato che nasce da un coinvolgimento personale (“La vicenda di Elvira mi ha cercato e io ho sentito il bisogno di ricostruirla. Per capire. Anche me stessa” scrive l’autrice) e dalla presenza della scrittrice all’interno dell’opera in qualità di storica, che ci fa vivere con emozione le sue ansie, le sue sorprese, le sue scoperte di ricercatrice.

Le pagine di questo romanzo-saggio si snodano in equilibrio sapiente tra una rigorosa ricostruzione storica e la libertà dell’invenzione letteraria. Laddove le maglie di un tessuto che sprofonda nel passato mancano e gli appigli che minuziosamente e con passione la scrittrice ricerca per riportare alla luce il più possibile i fatti si fanno labili subentra la fantasia che ci dona delle pagine di grande impatto emotivo come la salita al monte Etna o certe giornate vissute da Elvira nella Gorizia dell’Ottocento oppure il momento drammatico della sua partenza improvvisa. Ma dov’è possibile prevale sempre la volontà di riportare alla luce i fatti, di frugare negli archivi per cercare tutte le possibili testimonianze che possano suggerire al lettore l’ambiente esatto in cui le vicende si sono svolte. E così la storia di Elvira, lungi dall’essere solo una storia di famiglia, si allarga a una dimensione più ampia, perché il lettore può penetrare mondi diversi e lontani nel tempo, venire a conoscenza di molti documenti scovati con diligenza e passione negli archivi più remoti, vivere la passione dello storico che attraverso indizi, talvolta labili, cerca di ricostruire i fatti gli ambienti le atmosfere.

Il libro è per così dire costruito a più strati, c’è lo strato più razionale, quello che analizza i fatti, e – sotterraneo – uno strato più emozionale, poetico direi, che rende lo stile dell’autrice particolarmente teso, sintetico, talvolta sincopato. Questo nasce dal personale rapporto che intercorre tra la protagonista del libro e la narratrice. “Non so” – si chiede l’autrice – “se in noi ci sia una trasmissione inconsapevole dei segreti di famiglia, ragion per cui a volte accadimenti rimasti incompiuti condannano i discendenti a destini ripetitivi”. Se così fosse questo libro non è solo la storia di Elvira, la sua vicenda che si snoda in anni lontani, ma in qualche modo viene a entrare nella vita più intima delle generazioni che si sono succedute.

Elvira, la protagonista, con la sua esistenza vissuta tra Gorizia, Trieste, Catania e l’Istria ha alle spalle un mondo cosmopolita dove i contatti tra l’Italia del Nord e del Sud erano notevoli anche in campo commerciale e dove alcune città, Gorizia e Trieste in particolare, attiravano persone delle più disparate provenienze. Ma in quell’ambiente per certi aspetti dinamico e moderno nella seconda metà dell’Ottocento molte limitazioni costringevano le donne, tranne poche fortunate appartenenti a classi privilegiate, a un’opacità di esistenza e all’impossibilità di dare vita a tutti i moti del loro cuore e della loro mente. Donne che pure nella durezza del loro destino e proprio a causa di questa durezza riuscirono a dimostrare il loro valore.

Elvira Bascar nacque e visse la sua giovinezza a Gorizia. Appartenne a una famiglia che  all’inizio dell’Ottocento era agiata ma alla metà del secolo fu coinvolta dalla crisi causata da cattivi raccolti, imposte fondiarie crescenti e altre difficoltà economiche che determinarono il fallimento e il tracollo di molte famiglie friulane. Anche la famiglia Bascar probabilmente fu toccata da questo peggioramento e indotta ad abbandonare i beni agricoli per diversificare l’attività. Elvira quindi nata nel 1866 si trovò coinvolta in questo periodo di crisi ma anche di grandi trasformazioni economiche e politiche. Di carattere “perfezionista, diligente, schiva” deciderà molto giovane di staccarsi dalla sua città e dal suo ambiente familiare per seguire nell’Italia del Sud la contessa di Chambord, vedova di Enrico V, presso cui aveva da qualche mese preso servizio come istitutrice.

In quegli anni si era diffuso il mito di Gorizia come luogo di soggiorno e di cura, vi soggiornarono molte teste coronate come alcuni membri dei Borboni di Francia, ospiti delle più prestigiose ville cittadine e vi morì Carlo X, ospite nel palazzo del conte Michele Coronini Cronberg, già diplomatico dell’ambasciata austriaca a Parigi. E come Gorizia accolse i Borboni francesi in esilio, così Trieste, allora attivissimo porto franco, accolse i Borboni di Spagna che vi rimasero a lungo.

Quando la contessa de Chambord morì, la sua corte lasciò Gorizia e ad essa si unì la giovanissima Elvira. Forse la società in cui viveva le sembrava volgare, troppo ristretta, troppo limitata, forse era stata affascinata da un mondo più raffinato, più consentaneo alla sua cultura e alla sua sensibilità.

Da Gorizia notabili e servitù passarono a Trieste, dove alloggiarono all’Hotel de la Ville, ed Elvira venne a conoscenza di una città diversa, più effervescente e vitale, la “Filadelfia d’Europa”, come veniva definita “un porto in cui i naufragi trovavano ricetto e una promettente vita” poi si recarono via nave ad Ancona e quindi proseguirono alla volta di Roma e infine di Catania.

Buona parte della vicenda di Elvira si svolse proprio in Sicilia, a Catania. È lì che la scrittrice trova tra i profumi e l’atmosfera del Sud il sapore di quell’amore proibito che segnerà la vita di Elvira e le darà significato. Dalla Sicilia Elvira poi ritornerà nella sua terra, a Gorizia, dove darà alla luce nel 1891 la figlia Iginia.

Gli anni successivi la videro sposata a Martin, un uomo goriziano fragile e nevrotico, troppo debole per amare una donna che aveva già amato e per sfuggire ai pregiudizi del suo tempo. Matrimonio per Elvira difficile da sopportare a causa soprattutto dell’etilismo del marito che nasceva anche dalla sua insoddisfazione di musicista mancato.

Rimasta vedova agli inizi del Novecento divenne cameriera personale di Olga Moravia, madre di Livia Veneziani, moglie di Italo Svevo e tra le due donne si creò un’amicizia che perdurò anche nel tempo in cui Elvira si spostò a Isola d’Istria.

Altra sede altra ambiente altra esistenza. Stavolta un po’ più facile, specialmente nei primi anni. Ma anche l’ultima parte della sua esistenza fu tribolata e difficile. La cittadina di Isola che prima della seconda guerra mondiale era fiorente allegra piena di vita fu travolta dall’immane distruzione degli eventi bellici e gli ultimi anni furono di miseria e di solitudine.

Elvira morì nel 1955. Dal Baltico all’Adriatico correva una cortina di ferro. Anche recarsi oltreconfine nella Yugoslavia del tempo era un’avventura. La scrittrice, al tempo una bambina, ricorda la nudità del camposanto e la tomba disadorna di quella che era la sua bisnonna.

Di lei oggi possiede solo un oggetto, un anello di ambraverde che porta ancora al dito per sottolineare il legame con questa donna che durante una vita lunga e travagliata ha attraversato tanti mondi restando sempre se stessa.

(di Marina Torossi Tevini)