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papaveri mazzo

“Non leggere troppo”, mi diceva mia madre quand’ero ragazzina. Da quel divieto credo sia nato il mio amore per i libri.

Passai una tazzina di caffè a mia nipote e mi venne in mente il tempo in cui con fatica e con rabbia costruivo la mia giovinezza. Monica, la figlia di mia sorella, era molto diversa da me. Vent’anni, il liceo classico alle spalle, si era da poco iscritta all’Univer­sità. Era una bella ragazza, capelli lunghi e neri, occhi verdi. Accoccolata nella sua casa rifugio, che stranamente non le andava affatto stretta e da cui traeva, senza farsi troppi problemi, soldi e serenità, non sembrava pervasa da grandi inquietudini esistenziali. Tranquilla, talvolta rassegnata, non dimostrava il desiderio di gridare al mondo il suo mondo. Per certi aspetti mia nipote mi risultava incomprensibile. Le piacevano gli studi speciali­stici, di quelli che della vita e del senso delle cose non di­cono nulla. Che so? Un corso monografico sulle tombe della zona di Modena nel secolo undicesimo, un seminario sui nomi più ri­correnti nelle epigrafi tardo romane. Si diceva soddisfat­ta. La turbava, sì, la prospettiva di non trovare facilmente lavoro in futuro. Ma non ci pensava. Intanto si divertiva. Niente più quegli odiosi temi di greco, l’incalzare delle interrogazioni. No, non aveva nessun bel ricordo del liceo. Noia e paura, nient’altro.

Nient’altro? Per me il liceo era stata una bellissima avventura. Il mondo greco e romano era il primo che mi offrisse dei modelli di vita e di pensiero alternativi a quelli monotoni in cui ero stata educata. Una famiglia amante del perbenismo formale, poca libertà e molta attenzione al consenso sociale, i cardini della mia educazione, significavano poco per me già a quattordici anni, e mi protendevo, assetata di gustare una vita più intensa, eppure in fondo già in qualche modo bacata dall’in­sicurezza che sua madre, non riuscendo in altro modo a legarmi a sé, aveva cercato di infondermi, perché non volassi lontano. E lontano non ero volata, infatti. Ma il liceo mi aveva aperto nuovi orizzonti, sullo sfondo degli autori che leggevo scorgevo un mondo alternativo al mio e con quello mi confrontavo. Ben presto però mi resi conto che il mondo classico che amavo era un mondo pensato dagli uomini e creato per la loro realizzazione. Erano stati gli uomini a porre le coordinate del pensiero occidentale. Dal teatro alla scultura, dalla filosofia alla poesia, il pensiero aveva raggiunto in Grecia vette insuperate. Ma la società greca era una società in tutto e per tutto al maschile, misogina come poche. Nella Grecia classica la donna era esclusa dalla vita non solo politica ma anche sociale e di relazione, e anche dall’arte, fatta eccezione per le etere. Zuccherai il caffè e lo bevvi. Amarissimo. Eppure io ho sempre amato il mondo greco, pensai. Quante idee, quand’era giovane, quanta rabbia, quanti entusiasmi. Mia nipote invece non aveva grandi idee, il mondo (questo mondo!) non sembrava infastidirla troppo. Il recupero dei valori borghesi, nella versione minimale, le andava a pennello. Ero io che non capivo? La mia generazione era stata così abile a non stringere il cappio attorno al collo dei giovani che non aveva prodotto in loro la naturale reazione? E questa mancanza di rivolta era un bene o un male? In fondo ogni generazione deve confrontarsi con quella che l’ha preceduta, la deve in qualche modo superare e inglobare.

Con Monica ci salutammo, come sempre non ci eravamo dette molto, e io me ne tornai a casa con il proposito di abbozzare un articolo sulla scrittura femminile del Novecento. Prima di iniziare però mi misi a percorrere con lo sguardo i libri che abitavano il mio studio, soffermandomi su quelli che avevo amato di più o che mi avevano per qualche ragione segnato. Poi passai uno sguardo a volo d’uccello, senza meta e senza fretta, su tutti gli altri. I libri di solito scelgono loro. Non siamo noi a sceglierli. Quel giorno mi capitò in mano una Guida al Novecento che utilizzavo a scuola. Non la sfogliavo da anni e mi resi conto con grande meraviglia che in quel volume, che superava le trecento pagine, tra gli autori del Novecento non era citata quasi nessuna donna. Riguardai con maggior attenzione perché mi sembrava davvero incredibile che non vi comparisse quanto meno Virginia Woolf o la Yourcenar o la Mansfield.  Ripercorsi il libro con crescente perplessità e constai che nella sezione italiana non comparivano nemmeno autrici significative come la Morante. Il libro – nella sua prima edizione – era degli anni Settanta e nelle ristampe, suppongo, avrà avuto qualche aggiornamento. Me lo auguro proprio! Perplessa e inquieta decisi per quel pomeriggio di non scrivere e uscii nuovamente. Il mio girovagare per la città mi portò alle consuete librerie. Tra gli scaffali mi intrattenni per un po’ in mezzo ai soliti best-seller voluminosi cercando di sfuggir loro e di trovare prodotti di qualità, magari nascosti in qualche angolo meno visibile. Mentre passeggiavo tra le varie Serrano Sebold o Moore mi venne da pensare che la presenza femminile oggi a livello mondiale poteva dirsi quasi pari a quella maschile, ma solo in campo letterario. Laddove invece si passi a settori specifici come la filosofia o la critica d’arte permane sempre, seppur ridotta, una forte prevalenza maschile. Comunque nell’ultimo secolo ne è stata fatta di strada. Trarre qualche conclusione forse sarebbe semplicistico. Considerare che nel passato le donne non potevano dedicarsi all’arte e che solo negli ultimi tempi, essendo cambiate fondamentalmente le loro condizioni di vita, hanno potuto farlo è al contempo vero, ma forse non pienamente esauriente. Il discorso è più complesso. Credere che un tempo gli uomini invitassero (o costringessero) le donne a non cimentarsi in campo artistico sarebbe riduttivo e non veritiero; è risaputo infatti che le donne dei secoli passati coltivavano la musica e la lettura, insomma si dilettavano di svaghi artistici.  Ma è proprio questo. L’arte non è uno svago. L’arte è molto di più. Ci si può dilettare d’arte e rimanere dilettanti a vita senza raggiungere mai alti livelli. Per salire ahimé bisogna fare terra bruciata. L’arte esige un tributo di sangue e di sofferenza. Bisogna passare talvolta anche sopra affetti e persone. La vita dei grandi ne è un’eclatante testimonianza. Le donne sono quasi per natura impossibilitate a farlo. I messaggi più o meno espliciti che arrivano loro dalle persone che amano le costringono a dedicarsi alla famiglia in forma preferenziale e le inducono spesso a non abbracciare l’arte in maniera completa. Ognuna di noi, se guarda fino in fondo dentro di sé, troverà dei momenti in cui ricatti affettivi più o meno velati l’hanno spinta lontano da quell’abbraccio totale con l’arte che forse avrebbe voluto.

Ce n’è ancora di strada da fare, pensai. E in molti campi. Avrei desiderato che dopo gli anni del femminismo acceso la consapevolezza di essere senza un vero retroterra culturale spingesse di più le donne a impegnarsi anima e corpo a costruirlo. Una vera parità presuppone che anche la donna elabori un proprio immaginario artistico, una mitologia che in qualche modo la rappresenti. Questa sfida mi sembra tuttora non pienamente raccolta.

I miti sono frutto dell’immaginario maschile e hanno elaborato una visione di inferiorità femminile intesa non come storica, ma naturale. Possiamo agevolmente osservare che nella mitologia greca i racconti relativi a eroi maschili come Prometeo o Ercole sono positivi, mentre quelli che riguardano personaggi femminili sono pesantemente negativi. Pensiamo a Pandora, a Elena, a Circe.  Si potrebbe obiettare che ci sono anche Atena e Artemide, ma sono miti in cui assistiamo a uno stravolgimento della realtà femminile e una soppressione di una sua parte.

Di contro, le donne nel passato non hanno elaborato delle figure ideali in cui riflettere le loro paure inquietudini aspirazioni. Alle Laure alle Beatrici alle Fiammette della tradizione letteraria italiana non hanno contrapposto nulla. In un certo senso si potrebbe affermare che le donne sognano attraverso i sogni degli uomini.

Certo, nel Novecento molto cammino è stato percorso. Molte sono state le autrici che lo hanno affollato e segnato. L’imprescindibile Virginia Woolf, ma anche Cristha Wolf nella sua originale rivisitazione del personaggio di Medea, o la Bachmann o Simone de Beauvoir, forse la mia autrice preferita, che ne Il secondo sesso analizzò con acutezza e intelligenza le ragioni storiche che hanno penalizzato la donna. Nella poesia poi il mio pensiero va alla Dickinson ma anche a Amelia Rosselli o alla Merini. E anche la Sexton, la Plath o la Oates hanno dato voce, in forma diversa, allo specifico femminile. E che dire dela Lessing e della Némirovsky che adoro? Sono però in numero di gran lunga inferiore agli autori che in qualche modo hanno segnato la letteratura del Novecento. E anche il mio universo intellettuale. Tra i miei auctores c’è, ahimé!, una schiacciante e preoccupante preponderanza di maschi. Forse questo è dovuto al fatto che sono portata a prediligere autori spiazzanti che si compromettano con indite letture della realtà. Amo considerare l’arte nella sua potenza sovvertitrice, nella sua capacità di dare una lettura della realtà che ne metta in evidenza i paradossi e le assurdità che noi, per la quotidiana consuetudine, consideriamo ovvie. E ricado mio malgrado molto spesso su opere di uomini. Con mia grande rabbia.

Rimango dell’idea che molto ci sia ancora da fare e da esprimere da parte della donna. Dobbiamo rimboccarci le maniche. Tutte. Certo, potrei consolarmi pensando che il pensiero non ha sesso che le idee di Platone sono idee espresse da un essere umano e non ha una significativa importanza che fosse un maschio, ma mi sembra non del tutto corretto pensare così. È una posizione consolatoria e io non amo le facili consolazioni.

Ricordo le parole di Simone de Beauvoir ne La donna e la creatività : “Per poter scrivere, per poter realizzare qualche cosa bisogna innanzi tutto appartenersi. Ora, tradizionalmente, la donna non si appartiene. Essa appartiene a suo marito, ai suoi figli. Appartiene a una famiglia, al gruppo, non appartiene a se stessa”.

Queste parole in qualche modo hanno percorso la mia vita. Contro la condanna che queste parole formulano (e l’invito a una lotta che è loro sottesa) ho costruito il mio equilibrio di funambola.

E ora, mentre il tempo scorre inesorabile e io guardo e mi interrogo, spero che ci sia qualche donna in questo momento storico, in cui avrà peso anche l’idea che noi abbiamo di noi stessi, che elabori una visione della realtà capace di innestare delle valenze positive sull’asfittica negatività che da più di un secolo ci viene ammanita. La donna dovrebbe essere portatrice di valori più equilibrati, dovrebbe essere capace di aggiungere all’universo maschile, che nel Novecento ha sondato fino all’esasperazione i temi dell’incomunicabilità e dell’insensatezza della vita, qualche nota di positiva fiducia. Perché se è vero che il Novecento è stato un’enorme fucina  di nuove idee e di nuove percezioni della realtà,  è stato anche un secolo che, specie nei decenni conclusivi, si è arroccato su una ripetizione ossessiva di variazioni sulla negatività che, seppure avevano un importante significato di provocazione nelle loro affermazioni iniziali, assumono una triste connotazione di improduttiva iterazione negli epigoni. Al punto in cui siamo, in questo delicato momento che stiamo attraversando, mi sembra che il contributo femminile a una visione globalmente più corretta ed equilibrata sarebbe determinante. Perché sono anche le idee che salvano i popoli. E l’Occidente in questo momento ne avrebbe proprio bisogno.

Una cioccolata calda è sempre un gran conforto nel freddo di un pomeriggio di gennaio e così optai per una breve sosta. Il cellulare continuava a suonare. Telefonate senza importanza. Ero già sul punto di riprendere la strada verso casa che mi telefonò Monica. Un fiume di parole. Di solito non era così loquace.  Sai, ho pensato a quello che mi dicevi… Cosa dicevo? No non oggi, altre volte… Dicevi che la donna non ha una sua storia, che manca di un retroterra culturale… Adesso capivo… Ma la donna secondo me ha scritto la storia. Eccome se l’ha scritta! Sul suo corpo sono passate la vita la fatica il senso delle cose. Lo aveva in sé il senso dell’esistenza. Per questo forse… Certo, era questo il punto. La grandezza della cultura maschile era nata da una rivalsa nei confronti della natura. L’inconfutabile biologica superiorità della donna aveva creato, come risposta, millenni di splendido pensiero maschile. Era proprio così… E mi batté il cuore per quella telefonata fuori orario, fuori programma, per quell’appendice di discorso che era il nostro primo vero discorso. Ripresi la mia strada più leggera.

 (di Marina Torossi Tevini)