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Sognatori di sogni senza eco.
Esseri di carne
nello stagno degli emarginati.
Sognatori di spazi senza peso.
Esseri d’anima
nella morsa dell’utopia.
Questi i poeti.

Questi versi, brevi e incisivi, con i quali si conclude il libro “Monologhi di vetro” di Liliana Arena (Edizioni Seam, 2013) mi sembra possano essere un ottimo punto di partenza dal quale iniziare per addentrarci nella sua poetica, in quanto ci dicono cosa per lei è un poeta e soprattutto perché le poesie del suo libro sono coerenti con quanto in questi versi è espresso.
Rimanendo al titolo c’è da dire che il monologo non è un soliloquio, un parlare a se stessi o peggio un parlarsi addosso ma presuppone ci sia qualcuno ad ascoltare e di questo è ben consapevole Liliana Arena che utilizza un versificare che conduce subito il lettore al centro del suo dire poetico, lo prende per mano e gli mostra ciò che il suo sguardo coglie del mondo e riproduce sulla pagina attraverso parole di immediato impatto emotivo che tuttavia vanno nel fondo. “Di vetro” poi rimanda a quel materiale trasparente, inalterabile, versatile di cui quotidianamente facciamo esperienza, inoltre il termine vetro si riferisce a materiali che sono ottenuti tramite la solidificazione di un liquido. E potrebbe essere questa una bella metafora del fare poesia che da materia spirituale e liquida come il sangue che ci scorre nelle vene diviene solida attraverso l’inchiostro e la carta. E in verità a un altro liquido il libro di Liliana Arena è dedicato, ossia il vino che ha anche valenze simboliche per il suo colore, infatti, è generalmente associato al sangue ed è perciò bevanda di vita e immortalità. “Noialtri mediterranei, al vino – grande ispiratore di poeti, da Omero a Omar Kayyam (che, pure, era musulmano) – non rinunzieremo mai. Bevanda preziosa, alimento insostituibile, gioia dei forti e sollievo degli afflitti, il vino è vita: il sole, il sangue, il fuoco hanno i suoi colori e ne sono simboli; ed esso è simbolo per loro. Che cosa mai sarebbe la filosofia, senza il vino che trionfa nel Simposio di Platone? Che cosa la fede, senza il frutto della vite consacrato e mutato nel sangue di Dio? Questi simboli, questi miti (chiamateli pure così, se volete) sono eterni e profondi. Nella loro più intima struttura sono anche universali, per quanto la vite e il suo frutto (…) siano originariamente legati in maniera inestricabile al nostro Mediterraneo”.
Sono parole di Franco Cardini, storico e saggista che ben si attagliano allo spirito ispiratore del libro percorso da immagini e metafore inerenti al vino e alla vite, alla vendemmia. Tornando al titolo anche se l’attributo di vetro fa pensare a una materia fredda e tagliente i monologhi di Liliana Arena non lo sono affatto anzi talvolta i toni sono forti e appassionati, caldi e dolci, di una dolcezza che proviene da sentimenti profondi che nulla hanno a che fare con il sentimentalismo perché Liliana Arena ha rispetto dei sentimenti, in essi ha fede, di essi vive e si nutre. La sua è dunque una dolcezza che si ribella all’andazzo del mondo, che urla il suo dissenso con la forza di una poesia sostenuta da immagini altrettanto forti e vivide, attraverso un linguaggio che non si adegua ma penetra nella realtà e cerca di scardinarla da dentro nel tentativo di ricomporne il vero volto, di trarre dai detriti che la soffocano quegli ideali che rendono la vita degna di essere vissuta. Ed è proprio la vita, in tutte le sue sfumature, che sgorga dalla sua poesia, una vita sentita e vissuta intensamente non temendo di affrontarne le ombre, le zone buie, il dolore, ma pure le sue gioie e le sue ebbrezze. E tra le ebbrezze dell’essere umano l’amore ha un posto privilegiato, amore che percorre tutte le pagine dei Monologhi, amore interlocutore privilegiato e fiume sotterraneo che scorre come una nostalgia, un rimpianto, ma anche come spinta vitale e creatrice che muove lo spirito a confrontarsi con il bianco della pagina, a sfidarlo a quella bellezza che è condizione per arrivare al bene. In una voce così appassionata non poteva mancare la testimonianza di un amore profondo e viscerale per la propria terra espresso in particolare nella seconda parte del libro che si intitola “Un’austera anarchia”, a cui fa da specchio la ricerca della propria identità o meglio l’affermazione della propria identità di donna che vive il proprio tempo con fierezza, consapevole del proprio valore e della propria forza che è femminile accoglienza in un mondo che appare sempre più inospitale. Liliana Arena, dunque, attraverso la poesia si apre e ci apre a una visione altra in cui riconoscerci dentro un’umanità più autentica.

Cammino scalza

Questo tempio violato
è pregno
di un grido che soffoca alla luce.

Cammino scalza
e custodisco l’arcano torto
pagando il mio divino calice
con l’ingiustizia
quanto il mondo arcaica
di lavare le mie carni con le lacrime.

Io
Grande Madre
offesa e lapidata
per l’atavica paura
del potere che possiedo.

Sul volto depredato del sorriso
di un sangue reso schiavo dal suo sangue
fuggitivo il desiderio di un presente
dal passato e dal futuro liberi.

A Du’a Khalil Aswad
a Sakineh Ashtiani Mohammad
a Azar Bagheri
e a tutte quelle donne irachene e iraniane
condannate a morte per lapidazione.

Come la fillossera

La vite ha dato tutto.
Ora stanca si adagia
ma il vento di un amore
reso amaro dal rifiuto
non dà tregua né pace né riparo.
Impietoso il maestrale la scuote
penetra nel tronco dagli stomi
fino alla linfa che ora le rimane
e come la fillossera corrode le radici.
Ogni respiro è affanno
in un non tempo di tramonto o buio.
Vorrebbe un’altra vita
prima di destarsi scheletro rinsecchito
ma ancora le è rimasta questa da scontare.

Senza più condanna

Recidimi
recidimi dal tralcio.
Fammi cadere nella nuda terra
così ch’io possa ricoprirmi di polvere.

Calpestami
così ch’io possa sprofondare
sotto una spessa coltre.

Fa’ che l’autunno che io sto vagando
sia finalmente inverno.

Si salvi di me il seme
così ch’io possa germogliare per rinascere
e vivere di te
anche solo un raggio di luce
senza più condanna.

La vite cinerea

La vite cinerea non è vinifera
e trova pace inerpicandosi sul tronco
che la conduce al sole
cui essa anela per dare infiorescenze.

Né innesti né speroni
serviranno ad addomesticarla
né la prigione di una pergola
la piegherà a una vita orizzontale.

Sarà additata
trattata da malerba
lacerata alle radici
pur di essere estirpata.

Porto con me

Esule
e profuga tra tante, inviolate, solitudini,
destinata a viaggiare con bagagli pesanti,
porto con me abiti sgualciti da una luna denudata
e un libro non compiuto, afono di verità.
Scarpe dalle suole consumate,
una bottiglia di lacrime versate e una coperta,
per proteggermi da cieli d’inverno e di silenzio.
Una vecchia spazzola, con carezze aggrovigliate,
perdute tra capelli di fanciulla
e un biglietto di sola andata, non del tutto speso.
Un grido, indignitoso, di mortale
per salvarmi da un cuore che indurisce
e pietre, tante pietre,
da scagliare contro le ingiustizie
di un mondo che non sento mio.
Tra le mani la speranza, o forse, l’illusione,
di vedere crescere il grano
e di tracciare strade col mio nome.

Non eri Orfeo

La luna lacrima all’echeggiare di un canto.
Lei sa che tu non sei né sarai mai Orfeo
e brucerai gli ultimi frammenti
di un’anima di vetro ubriaca dei tuoi occhi.
Che porterai con te il tempo dell’inganno
a quelle stesse mani che ti hanno parlato
e Euridice ignara per salvarsi
doveva darti un corpo senza amore.
Non tornerai a cercarla tra le dolci colline
di quella sponda a ovest della Garonna
dove regna padrona la botrytis
ora porta dell’inferno in cui si aggira
per averti affidato un cuore tradito troppe volte.

Prima che faccia buio

Non voglio lacrime
d’addio o arrivederci
ma viatico e un sorriso
da chi si è preso cura
di un’amazzone senz’armi
in questo mondo pregno
di polverose convenzioni
e ipocrisia prostituta puritana
né indossare rimpianti
di ciò che ho fatto
e non avrei voluto.
L’altra metà di strada
è nell’altrove
che devo ritrovare.
Prima che faccia buio.