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 PapaFrancesco
 D. Sta per arrivare nelle librerie la sua ultima fatica editoriale: si intitola “Papa Francesco. La carezza di un padre” ed è pubblicato dalle Edizioni dell’Immacolata di Bologna. Di che cosa si tratta? 
 
 
R. E’ un libro dedicato a Jorge Bergoglio, che nel marzo scorso è salito al soglio di Pietro col nome di Francesco. Io racconto il pontefice, in quelli che sono a mio avviso gli aspetti più peculiari e più intimi della sua personalità, ma soprattutto racconto padre Jorge, il gesuita argentino che fino all’elezione di marzo 2013 pochi conoscevano fuori del suo Paese. Non a caso il libro porta questa dedica: “a padre Jorge, che un giorno ha accettato di imbarcarsi con Dio per traghettare noi nella luce”.
D. C’è un motivo personale, dunque. Che cosa l’ha spinta a realizzare questo lavoro? 
R. Una decina di anni fa avevo scoperto, abbastanza per caso, che a Buenos Aires c’era un “cura villero”, cioè un prete delle baraccopoli, molto attento ai poveri, dallo stile di vita umile, spirituale e austero. Il suo nome era Jorge Mario Bergoglio. Cominciai ad accarezzare un sogno, il sogno di vederlo papa un giorno. E quando ci fu il conclave del 2005 desiderai ardentemente che fosse eletto. Conoscevo la sua umiltà, la sua profonda dedizione ai poveri, la sua vita di preghiera, la dolcezza del suo cuore. Io sognavo di vedere padre Jorge sul soglio di Pietro, era un dono che sognavo per il mondo, perché sentivo che il mondo aveva bisogno di lui. A volte i sogni nella vita si avverano. Così quando quella sera di marzo ho visto affacciarsi dalla loggia di San Pietro il protodiacono con il nome del nuovo Pontefice, ho trattenuto il fiato per un tempo che m’è parso infinito e poi, con il cuore che mi rullava nel petto come un tamburo, quando ho sentito le prime parole dell’Habemus Papam mi è bastato udire Giorgio, soltanto Giorgio, in latino, per capire in un istante che era Jorge ed allora, sì lo confesso, sono scoppiata in un pianto dirotto.
 
D. Quanto è stato difficile per lei “raccontare” Papa Bergoglio?
R. Non è stato per nulla difficile, perché la sua vita parla da sé. E’ stato molto bello per me ripercorrere tutta la sua esistenza alla luce di ciò che è adesso, e cioè la guida spirituale di oltre un miliardo di cattolici sparsi nel mondo. Chi ha già letto il mio libro, apprezzandolo, ha detto che “Papa Francesco. La carezza di un padre” è stato scritto con profonda e profetica passione. Non posso giudicare il mio lavoro perché mi appartiene, però quello che so con molta chiarezza è questo: questo libro non è un libro scritto come tutti gli altri. In tutte le mie opere (quelle edite sono già una quindicina) ho messo il mio mestiere e la mia dedizione. Questo libro però è stato scritto con un sentimento diverso, e ho affrontato un impegno anche particolarmente gravoso per realizzarlo, scrivendo senza sosta per tanti mesi, ma l’ho fatto con gioia e per rendere omaggio al “mio” padre Jorge, per raccontare chi fosse quel bambino, quel ragazzo, quell’uomo che poi è diventato papa Francesco.
 
D. Maria, nella sua vita tutto è scrittura, da sempre. E tutto è cominciato, se non sbaglio, dal giornalismo. L’approdo alla scrittura creativa, invece, come è avvenuto? 
R. Non è andata esattamente così. La scrittura creativa è venuta prima del giornalismo, ma è con l’approdo al giornalismo che ho cominciato a pubblicare. Mi sono laureata in Lettere Moderne a Urbino, poi ho studiato giornalismo e ho iniziato la gavetta nei giornali. Però io scrivevo da sempre. Ricordo con molta precisione quei giorni della mia infanzia in cui, piccolissima, non sapevo ancora leggere e scrivere e già scarabocchiavo sui quaderni e imbrattavo col gesso il marciapiede davanti a casa mia. Poi a cinque-sei anni ho scritto la mia prima poesia, ma per me era un gioco, un modo bellissimo per passare il tempo, e così è stato per tanti anni. Non pensavo affatto che scrivere sarebbe diventato il mio mestiere, in altri termini la mia vita.
 
D. Lei ha pubblicato poesie, saggi, romanzi, e poi c’è da menzionare anche il suo impegno scrittorio per il cinema e il teatro. Ma che cos’è che accomuna tutti questi versanti? 
R. Li accomuna una cosa molto semplice, ma per me essenziale: la passione del comunicare. Per me non fa molta differenza scrivere un romanzo piuttosto che un saggio, o una poesia o un testo teatrale. Al fondo di tutto c’è la mia interiorità che vuole trovare uno sbocco e usa la creatività per farlo, e che vuole comunicare con gli altri per un desiderio di condivisione, incontrandoli su quel terreno comune che è la sensibilità ed i personali moti del cuore. Questa è la molla che mi spinge a scrivere.
 
D. È proprio vero che una costante del suo impegno è la condivisione: dal magazine «In Purissimo Azzurro» passando per il più recente lit-blog «Flannery», fino ad arrivare al mondo social e alle newsletter, mi pare che il contatto con l’altro sia la finalità di ogni sua scrittura. Che tipo di risposte ottiene? 
R. Le risposte sono eccellenti, e questo mi preme dire che è l’aspetto più bello del mio lavoro. Non mi piace affatto l’idea dello scrittore che se ne sta nella sua torre d’avorio, conducendo un’esistenza autoreferenziale, impaurito quasi dalla presenza degli altri scrittori e dalla loro bravura, ben deciso a non mischiarsi con loro e men che mai con i propri lettori, che vanno bene solo quando sono “paganti”, cioè acquistano i libri e danno lustro, ma per il resto possono anche togliersi dai piedi. Conosco purtroppo molti scrittori che ragionano così e, senza voler giudicare nessuno, dico che la vita diventa molto povera quando la si vive in questo modo. Io passo molte ore della settimana a rispondere ai miei lettori. E’ bellissimo, e non è affatto una perdita di tempo, come mi sento dire qualche volta da qualche mio collega. E’ per loro in fondo che io scrivo, per i lettori. Ho anche un blog dove sono sempre raggiungibile, http://mariadilorenzo.wordpress.com, e che col tempo è diventato un luogo di incontro molto importante per me ed i miei amici lettori.
 
D. Lei lavora da sempre nella cultura: nel caos non solo politico ed economico, ma anche mediale e massmediatico di oggi, quale pensa sia il compito di uno scrittore?
R. Accendere luci, piccole luci che illuminano il buio circostante.
 
D. Il suo libro su papa Francesco si apre con un esergo letterario, tratto da un dialogo di “Norwegian Wood” di Murakami, che dice: “Conosco la differenza tra le persone che sanno aprire il loro cuore e quelle che non sanno. Tu sai aprirlo, ma solo quando dici tu. – E se uno lo apre cosa accade? – Si guarisce”.
R. Questa è una cosa in cui credo profondamente. Chi nella vita non ha il coraggio di aprire il proprio cuore, anche rischiando, non conoscerà mai la vera felicità.
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maria Di Lorenzo