Tag

, ,


_venivamotuttepermare_1323566547[1]

“Venivamo tutte per mare” di Julie Otsuka è un romanzo delicato e tagliente, documentato e poetico. Nata a Los Angeles, la scrittrice nippo-americana condensa la storia di migliaia di giovani donne giapponesi in un libretto snello di pagine, ma talmente denso di fatti e di emozioni che poteva diventare, nelle mani di un altro scrittore, un volume pesante come un vocabolario.

Fin da subito, emerge una scrittura molto particolare, modellata in assoluta coerenza con il punto di vista scelto, quello di un’identità collettiva e molteplice: un “noi” corale, che racconta l’odissea di queste donne, partite dal Giappone per sposare gli immigrati giapponesi in America prima della seconda guerra mondiale – le cosiddette “spose in fotografia”.

Una vera e propria epopea, priva di retorica e con la voce della nuda verità, che prende il lettore pagina dopo pagina e non lo lascia fino alla fine. Un afflato umano e poetico unisce la molteplicità delle storie; la speranza cede presto alla paura, alla tristezza e a un’indomabile rassegnazione; poche cadono sotto i colpi della delusione e della fatica perchè, sotto l’aspetto fragile e minuto, si nasconde una fibra d’acciaio.

Non manca un pizzico d’ironia e la prosa si allevia in momenti di allegria e sorrisi veri, non di pura facciata e per pura educazione; e non manca, nel confronto delle vicissitudini e delle sorti, l’emergere di paradossi umani e sociali assurdi.

La scrittura di Julie Otsuka è come il mare, anzi potrei usare come paragone l’oceano che divide ed unisce Giappone ed America; potente massa d’acqua continuamente percorsa da un rabbrividire d’onde. L’onda, appunto, simbolo del tutto e del nulla, del continuo flusso di vita che mai si ferma e non permette ai singoli individui di emergere che per brevi intensi attimi prima di tornare nel cosmo indifferenziato.

E come sono arrivate, le spose giapponesi spariscono, con il devastante arrivo della guerra e la decisione di Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici; spariscono con le loro famiglie, i mariti, i bambini, dapprima in piccoli gruppi, poi con un viaggio collettivo che passerà inosservato a quasi tutti i concittadini americani.

Nei paesi e nelle piccole città, la scrittrice insegue ora un’altra voce collettiva, che si chiede: dove sono andati? Quando e come sono scomparsi? Si comincia a favoleggiare di treni fantasma in perenne viaggio verso il nulla, di bambini inselvatichiti nei boschi…le non più giovani spose giapponesi non ci sono più, non raccolgono più la frutta né lavano la biancheria dei ricchi.

Forse, stanno vorticando nell’aria come le ultime foglie d’autunno, o come la posta inutilmente giunta nelle loro cassette, e poi dispersa nel vento.