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Massimiliano Antonucci è già noto ai lettori di Viadellebelledonne per il suo “Manifesto della poesia fenicea” e ne propongo ora alcuni testi che mi ha gentilmente inviato l’autore stesso che ho avuto modo di conoscere personalmente a Pisa. In queste poesie mi sembra di rintracciare nel verso: “se conosco la vita è perché sono morto”, una guida per avvicinarci al mondo poetico dell’autore. Questo, infatti, non è soltanto un bel verso costruito per fare effetto ma è proprio ciò che il poeta, ogni poeta, compie ogni volta davanti alla pagina bianca. Ogni volta che il poeta si trova davanti alla pagina bianca, si consegna ad essa, muore a se stesso e si apre all’infinito potenziale racchiuso nella poesia o meglio, direi, nel linguaggio poetico in cui egli si muove seguendo le proprie coordinate interiori, le proprie immagini archetipe e in qualche modo travalicandole e ricostruendole di volta in volta. Muore a se stesso e si apre al mondo. Perché il poeta è colui che si pone autenticamente davanti a se stesso cercando, attraverso la parola poetica, di liberare le cose dal silenzio. Parola poetica che del mondo cerca di trovare ciò che si muove e vive al di là del senso e del significato  e nello stesso tempo dà senso e significato al caos in cui agisce o meglio si agita il mondo. Nelle poesie che qui propongo sono espressi il tema dell’amore e quello della condizione esistenziale del poeta in un mondo che sembra non aver bisogno di poesia e tanto meno dei poeti e che invece sono quanto mai necessari come è necessario ciò che sfugge al senso utilitaristico che oggi pervade ogni cosa. L’amore come forza creatrice capace di rigenerare e dare nuova spinta vitale alla nostra fragilità, alla nostra precarietà, alle nostre debolezze e contraddizioni. Massimiliano Antonucci da poeta e da uomo ci mostra che c’è un modo diverso di stare nel mondo, di guardare il mondo e il nostro prossimo, di farne esperienza e lo fa attraverso un linguaggio quanto mai aderente alla vita vissuta senza che di questa però abbia lo scarto tra essere e apparire. Infatti è appunto nella perfetta aderenza di essere e apparire che la scrittura di Massimiliano Antonucci scaturisce, là dove la poesia è domanda e risposta alle incessanti istanze dell’esistenza in cui la fa da padrona l’inquietudine perché, come dice Albert Camus l’uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è, e che ha bisogno dunque che il mondo non sia, o non appaia, quello che è, ossia, in-sensato. I poeti, la poesia non pretendono di avere risposte, ma, come amo ripetere, tentano di far luce sul mistero che avvolge la nostra vita e su ciò di cui essa è portatrice. Concludo questa mia breve introduzione con le parole dello stesso poeta.

“Da sempre sono attratto dalla sostanza delle immagini più che dalle parole ma scopro la dimensione poetica all’età di trent’anni. Prima di allora, mi laureo a Roma in Giurisprudenza e successivamente mi trasferisco a Pisa dove vivo e lavoro; è in questa città che le mie poesie diventano libri. Nel 2009 conseguo il Master in Comunicazione Pubblica e Politica presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa e pubblico, al contempo, il mio programma poetico “Manifesto della poesia fenicea” che mi rappresenta pienamente e in cui raffiguro il viaggio di un artista che si muove verso le parti più inesplorate dell’uomo. Sono organizzatore di numerosi eventi culturali e vincitore di premi letterari dei quali non mi piace affatto parlare.”

LA PISANA

L’irrequieto si muove dentro di me.
Quando sarà il momento
toccherò le stelle da questa piccola spiaggia
dove mi sono arenato qualche giorno fa,
riaffioreranno le ragioni che ho perduto
spogliandomi lentamente dei vecchi stracci
e ritorneranno le parole che non sono stato capace
di dire a suo tempo.
Quando sarà il momento giusto
metterò in scena la mia fragilità più tenera
e non mi nasconderò come Ulisse
in un cavallo di legno davanti al mare
ma ti ospiterò sulla mia barca
con un sorriso gentile
togliendomi dal viso la dura barba.
Quando verrai coi tuoi capelli lunghi e molli
gli uccelli porteranno via da Pisa le piogge
e sarò di nuovo felice
perché la mia debolezza perderà consistenza,
mi troverai nel fuoco
sopra un incudine di gioia
a battere i miei versi primitivi
poi a ritroso
viaggeremo fino alla sorgente
lungo la strada delle colline
bruciando come serpi avvinghiate dal sole.

PADRE NOSTRO
Padre nostro
che sei negli storpi
negli anfratti e nelle puttane,
sia santificato anche il mio nome
cada ogni regno
e venga fatta giustizia
in terra e per sempre.
Dacci oggi la forza di andare avanti,
lenisci la nostra ansia quotidiana
e salvaci dai simili che nutrono il demone del giudizio
ma liberami dall’ipocrisia della schiavitù.

BUTTERFLY’ S

Ho visto una farfalla legata con una catena a un palo
giorni mesi anni

sempre fissa legata al palo
ridere piangere mangiare dormire arrabbiarsi sognare

qualcuno un giorno si è stancato di lei e l’ha sciolta
ma la farfalla rimaneva ferma senza sapere dove andare

si era innamorata di quel palo
e non sapeva più che cosa farsene di tutta quella inaspettata libertà.

*
Questa mattina a colazione ho pranzato alla tavola degli stupidi
e subito sono saliti alla mia faccia spostati da un mare secco
detriti, insulti velati d’accondiscendenza
e pregiudizi che sapevano di odio.
Per questo, signori per bene che guardo in faccia
signori senza amore e senza talento
misto di puzzo e buone maniere
voi e i vostri bicchieri ricoperti d’oro
non mi piacete e non mi piacciono i vostri cani finti
perché quando mangiate l’anima vi esce dalla bocca
davanti ad un piatto di ghiande
e vi dirò di più, sono stanco perché fate danno a voi stessi
oltre che a me
quando giudicate chi è libero
quando i miei anni sono stati
come i pesci vivi sotto il sole
zolle dissodate da un trattore
se conosco la vita è perché sono morto
e il tempo che il nemico ha usato per uccidermi
è stato pari a quello che mi ci è voluto per rinascere
e non ammonite chi non vuole sposare un compromesso
perché io nonostante tutto lo so, io sono vivo,
lo so che non mi conoscete ma sono un selvatico
che cavalca la gobba di uno scomodo cammello
sono uno che porta in mano la cruna dell’ago
sono un uomo che mangia solo quando ha fame
e non vivo la gabbia dorata di un buio infinito.

L’EREMITA
Domattina quando mi sveglio
me ne vado da questa città
e dai suoi fiori tristi.

Abbandonerò gli stracci
e indosserò un cappotto scuro
per passare inosservato.

Ripercorrerò i luoghi d’un tempo
e indietreggerò durante il cammino
senza sapere dove sto andando.

Per la via buia terrò acceso il fuoco
vivo della ragione e lavorerò giorno e notte
con il corpo curvo e il capo coperto
ruotando il mestolo nella pentola.

Sul fondo del rame bruceranno i serpenti
verdi della rabbia e striscianti della vergogna
saliranno a galla le bestie che sono stato
e che ho conosciuto.

Senza fare rumore mi servirò di un bastone
per marcare nello sguardo il limite
che differenzia la paura dal dolore
e lentamente cadrà la vecchia pelle dell’inganno.

FILAMENTI VERDI

Mando tutto all’aria: sedie tavoli
ed uomini

inizio a vestirmi
perché ho giurato che ti verrò incontro
a mangiarti il cuore
e ti assalirò per il bisogno estremo di riscaldarmi
e per una fame vecchia di mille generazioni

la tua dolcezza si espande sulla faccia
scaricando lacrime gentili
e l’aria diventa insopportabile
come il vestito che porti indosso

troverai fondi di bottiglia nei miei occhi
e lucciole ancora accese

tram affollati di gente

pazzi illuminano i piani disarticolati della mia esistenza
ora che ti fulmino dal cielo o dalla terrazza di casa mia
in un giorno poco buono per tutti
scaraventandoti tuoni bagnati di pioggia
e filamenti verdi
che continuano a cadere
fitti fitti
sopra questo mondo di merda.

Ti immagino mentre ti spogli
e t’immagino mentre ti rivesti all’indomani
quando sederemo con mani calde
per nutrirci dei nostri occhi
e per andare avanti
con o senza gli altri.
MEDUSA D’AMORE

A Marjo

Tu sei lo spettro solare

una medusa d’amore affamata dei miei battiti e di un cuore di Bisonte

e di ogni cosa vivente tra grattacieli e spazi incontrastati

le mie mani si muovono come jet in volo
luci d’alba
uccelli che piroettano
e macchine stanche
ed io nuoto nelle tue gambe deliranti di febbre e di risate perfette
nelle notti che ruotano pazzamente sopra il cuscino
dove c’è un bouquet di rosa e roccia
ad aspettarmi come una sposa
che depredo senza mani
e parlo senza amore ma con pazienza
chiudendo gli occhi sopra ad una donna
che si prende cura di me
e di uno sguardo secco
pensando che i cavalli 
restano gli unici padroni gentili della mia vita

e lungo i binari della percezione
mi sento sconquassato dentro il corpo di un vecchio
e sfido gli anniversari,
la dissolutezza degli amici,
me stesso

l’antica viltà della Specie mi monta addosso
e mi offende
scaraventandomi contro ladri e arpie
e menomale che ci sei tu,
qualcosa di inevitabile come una combinazione stellare,
capace di sciogliermi versi d’amore dentro l’orecchio

di sgranarmi nella bocca piccole parole perlate.