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Se si dovesse racchiudere in una definizione il lavoro poetico di Sabino Caronia, si dovrebbe parlare di poesia della luce. Luce in tutte le sue tonalità, da quelle abbaglianti, così forti da sconfinare nell’opposto, a quelle più limpide, distese, alternate di penombre. Luce di paesaggi, di stagioni – l’estate in primis, il tempo fermo dei densi climi di cardarelliana  memoria – ma anche luce sconfinata ed extratemporale dell’Anima che ritrova la sua fonte, il mistico abbraccio di una Divinità che è, per eccellenza, materna e donatrice. Scorrendo le pagine di questa bellissima raccolta, dal titolo non casuale Il secondo dono, il lettore può scorgere, condensati e ricreati in una musica tenue e struggente, dall’inclinazione appena malinconica, tutti gli aspetti e i caratteri del Caronia critico (quello dell’Usignolo di Orfeo e del Gelsomino d’Arabia, e di tanti memorabili scritti) e del Caronia narratore (quello de L’ultima Estate di Moro ma pure quello, splendidamente evocativo del racconto La Cupa dell’acqua chiara o dell’esemplare racconto sulle luci della festa ebraica di Khannuk viste attraverso gli occhi di Kafka).  Si direbbe che il Caronia poeta e il Caronia saggista e scrittore si corrispondano in modo perfetto, fornendo l’uno all’altro climi, motivi, spunti, suggestioni. Per accorgersi di questa straordinaria osmosi, basti un’occhiata alle liriche di Il secondo dono. Il «Giove Anxur» protagonista di tante pagine narrative di Caronia, viene evocato, nell’omonima poesia, come «paradiso perduto ove tornare vorrei per sempre a rivedere il Sole». Luce naturale che diviene luce metafisica, evocazione di un principio divino dall’aspetto interamente materno: “acqua materna ove è dolce annegare, cancellare il molteplice nell’uno. Nei versi di «In spirito e corpo» un paesaggio marino, quello di Gela, offre a Caronia l’occasione per dire: «rapirei la luce della tua gioia al sole per vincere anche il buio della notte più nera». Luce e buio, dunque. E il  buio, nella notte dell’Andalusia cantata in «Fuente Vaqueros», si inonda di luci: «tengo chiusa la porta di fronte all’invadenza delle stelle». È forse superfluo ricordare quanta importanza il rapporto luce-buio abbia nella critica di Caronia, per esempio nelle pagine dedicate a Italo Alighiero Chiusano, a Cardarelli, a Sciascia, a Pomilio. Anche i gesti, le parole, gli affetti, vissuti nel ricordo, si fondono in visioni di luce: come avviene in «Il sole del mattino» e in «Non ho dimenticato»: «Non ho dimenticato quel pienissimo sole, quel mare di smeraldo, quel morto paradiso». E ancora, struggente, soffocato grido che diviene canto: «Chi mi consola ormai dei soli spenti?». In «Ogni terzo pensiero» il rapporto luce-buio tocca il suo apice: «Lanterna nella notte/la tua piccola mano/mi fa luce nel buio/illumina il sentiero./Luce di luce vera/tu mi porti per mano». Luce mistica nel buio, luce affettiva che accompagna, luce nel tempo e oltre il tempo, luce e buio dell’universo prenatale su cui, da sempre, converge l’originalissima indagine critica di Caronia. In questi versi, oltre a trasformare in poesia la sua intuizione di saggista e anche di scrittore (ricordiamo il Moro, narrato da Caronia,  da statista divenuto semplice uomo dell’ultima lettera dalla prigione : «Se ci fosse Luce sarebbe bellissimo»), l’autore ci conduce nel centro della sua percezione della Luce extratemporale della Fede, una Fede che, come fremito sotteso e discreto, impregna tutte le pagine della raccolta. Fede – ripetiamo che è anzitutto percezione di una Luce nel buio, di una Mano che accompagna, di un universo fermo e sereno da cui si è partiti, nell’alba prenatale della vita, e a cui si torna. (E qui sarebbe doveroso citare un altro poeta della luce,  e degli infiniti chiaroscuri dell’esistenza, per lunghi anni amico di Caronia, Elio Fiore). Proprio attraverso il senso della luce, Caronia evoca anche l’opposto: l’oscurità delle notti dell’anima, le delusioni , gli smarrimenti. Come la luce negata del cielo di Parigi: «La luna di Parigi non è più la mia Luna» o come il brivido che accompagna il ritmo della poesia conclusiva, quasi in misteriosa corrispondenza con certi toni del romanzo-saggio di Caronia su Jim Morrison: «E così me ne vado in  giro per le strade sotto più  chiare stelle dentro il buio più nero ubriaco di sogni, di speranze e di cielo». È difficile, davvero difficile, l’osmosi fra l’indagine critica e i ritmi della poesia. L’autore di Il secondo dono non solo è riuscito a darci un raro esempio di tale fusione, ma ha fatto molto di più. Ha intonato un canto delicato, limpido e tenerissimo, dell’esistenza e del suo continuo, incessante, mistico dialogo con la Luce.

Sabino Caronia Il secondo dono Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2012

Nota critica di Tommaso Debenedetti

 Due parole

Dal telefono ascolto la tua voce.

Dici: «Sabino». Poi dici: «Un bacione».

Ed è come nascessi in quel momento.

Senza di te, lo sai, non sono niente.

Solo perché tu esisti io pure esisto.

Camarina

Più non portano in dono le sirene

perle rosate e rami di corallo,

fredda è la primavera e a mio favore

non ho il verde sorriso dei tuoi occhi,

le ninfe son partite e solo resta

il rimpianto del passo che innamora.

 

La stanza

Altra cosa non chiedo dalla vita

che una stanza per me dentro al tuo cuore,

povera, niente lusso, ma pulita,

poco spazio mi basta e poco amore.

Un oceano di stanze interminato

è l’immenso palazzo del tuo cuore,

non lasciarmi di fuori col passato,

non chiudere la porta al mio dolore.

 

La passeggiata

Anima mia, stasera

va’ a Parigi, ti prego,

e con la tua candela,

timida, di nottetempo

fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,

perlustra e scruta, e scrivi

se per caso mai Dina

è ancor viva tra i vivi.

Deluso in questo giorno

da Parigi io ritorno.

Ma tu, tanto più netta

di me, la camicetta

ricorderai sottile,

e la spilla gentile,

dai riflessi verdini,

che sul petto brillava,

e un poco s’appannava.

Anima mia, sii brava

e va’ in cerca di lei.

Tu sai cosa darei

se la incontrassi per strada.

 Il sole del mattino

Quella camera, sì che la ricordo!

A sinistra la porta e il mobiletto

marrone, di buon legno, coi cassetti,

di fronte il bianco armadio con lo specchio

e l’altro mobiletto, pure bianco,

poi, lì, a destra, di lato, la finestra

e giù, di fuori, il bel lampione nero

sul marciapiede, tra gli alberi spogli.

Al centro della stanza c’era il letto,

il grande letto colore del cuore.

Poveri oggetti, ci saranno ancora?

Al centro della stanza c’era il letto

e lo lambiva il sole del mattino.

… Quel mattino, le sette: quel saluto

come per pochi giorni… Ahimè, quei giorni,

quei giorni, ormai, son divenuti eterni.

 

Giardino chiuso

Anche se nuova terra e nuovi cieli

troveremo al risveglio

irripetibile è la nostra storia

– quel mio venire lontano a cercarti

quel tuo portarmi in piena notte a casa –

unica fu e resta. Cancellato

è il bicchiere di vetro con i fiori

ch’era sulla tovaglia. Cancellato.

Orto concluso e i fiori suoi dispersi.

Concluso: non più nostro, anche se a noi

galassie di giardini

offrissero pietosi gli universi.