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afgh. donna occhi verdi

“Spesso nel nostro mondo utilitaristico fare le cose per divertimento passa per fatuità, anzi per immoralità. Personalmente credo che il mondo abbia torto, e nel mio intimo sono convinta che la miglior ragione per fare una cosa stia nel fatto che ci piaccia farla; però consiglio a chi non voglia trovarsi davanti i volti corrucciati degli addetti ai passaporti di partire con una qualifica di entomologo antropologo o qualsivoglia ologo che ritenga adatto e propizio” così scrive Freya Stark, una scrittrice viaggiatrice degli anni Trenta, che ne Le valli degli assassini, descrive le zone inospitali del Luristan o del Mazanderan che lei attraversò. C’è in questa donna straordinaria un gusto dell’avventura e una gioia di vivere che probabilmente sono la ricetta che le consentì di arrivare a cent’anni dopo una vita che definire avventurosa è poco. La Stark è curiosa dell’animo umano, del panorama sempre vario che l’umanità offre. La affascinano le tribù nomadi che vivono secondo dettami primitivi, ma che sembrano talvolta possedere il segreto di una grande serenità. “Sarebbe facile pensare che quanti di loro hanno conosciuto gli agi della vita cittadina desiderino riprodurli in qualche modo quando tornano alle loro montagne, ma non è affatto vero. Tornano e vivono esattamente come hanno vissuto duemila anni prima. La forza dell’ambiente primitivo è troppo grande e quelle amenità non fanno parte delle cose che sono indispensabili alla vita dell’essere umano, mentre lo sono invece la libertà la religione il dominio e l’ozio”. Frase lapidaria, che ci fa riflettere quanto noi abitanti delle grigie città coinvolti da mille obblighi e impegni siamo poco vicini a quella condizione che si potrebbe con un po’ d’arroganza definire felicità. Per questo forse la cerchiamo in altre dimensioni fittizie, che nulla hanno a che vedere con le esigenze fondamentali dell’essere umano.

Anche Isabelle Eberhardt è una scrittrice viaggiatrice. Visse tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento e anche di lei è stata tradotta e pubblicata una selezione di racconti Il paradiso delle acque. La via del deserto (Ibis). La Eberhardt è figura interessante e originale, visse a lungo nel Nord Africa, all’insegna del nomadismo e dell’amore per la libertà e per il deserto dove la luce trionfa, dove domina il silenzio e la “leggerezza dei lilla diafani dei mattini” e le notti oscure e piene di segreti regalano emozioni cromatiche impensabili. Seguendo il suo sogno andò errando per le regioni nel Magreb, spesso improvvisando un’esistenza all’insegna della precarietà e dell’inventiva (indossava abiti maschili, frequentava caffé mussulmani, fumava il kif, e si faceva chiamare Mahmoud Saadi). E nel deserto morì a soli ventisette anni per un paradossale incidente: una piena che travolse la sua abitazione che sorgeva in un’oasi.

La Eberhardt ama il deserto, ma ama anche un’esistenza lontana dalla volgarità che lei ravvisa nei costumi europei. Già agli inizi del Novecento questa scrittrice ebbe la premonizione della crisi profonda che avrebbe attraversato una società fondamentalmente competitiva e potenzialmente distruttiva (e autodistruttiva) come quella occidentale e guardò affascinata altre possibili forme di esistenza, diverse e più vicine alla natura. Nei suoi racconti l’opposizione Europa-Africa non è solamente legata all’evocazione di paesaggi e usanze diverse, ma serve a contrapporre due diverse visioni del mondo. La Eberhardt  sta dalla parte dei vinti e anche all’interno del mondo arabo predilige quelli che la società in qualche modo ha emarginato, i bordeline, quelli che sopravvivono con sotterfugi in mezzo all’ottusità di una maggioranza conformista. Individualista, detesta le costrizioni della società civile e dice di odiare “la città, la ferrovia, gli odi, le ipocrisie, i rumori fastidiosi, la noia pesante ed esasperante” che caratterizzano i paesi europei.

Se è indubbio che viaggiare ci offre l’occasione di entrare in rapporto con zone inesplorate del nostro essere, di spingere la nostra conoscenza non solo in realtà sconosciute ma anche nel magma che giace in noi e che in buona parte rimane per l’intera esistenza inesplorato, è anche vero che per raggiungere questa condizione dobbiamo saper viaggiare. Noi viaggiatori superveloci che passiamo da una realtà all’altra privilegiando la ricerca di quanto folcloristicamente viene proposto anziché addentrarci in una paziente penetrazione di realtà diverse(che evidentemente presupporrebbe anche la conoscenza di lingue e culture che al viaggiatore medio di solito manca), noi che crediamo di conoscere perché sfilano davanti ai nostri occhi programmi che ci propongono in un’uniforme luna park realtà diverse appiattite sugli elementi consueti spiaggia/notte/templi/souvenir, potremmo forse prendere spunto da queste viaggiatrici coraggiose che in anni lontani, all’interno di altre realtà, ebbero modo di confrontarsi con società diverse alla ricerca di quello che in qualche modo ci avvicina all’essenza dell’uomo.

(di Marina Torossi Tevini)

Scheda

Freya Stark è considerata una delle più interessanti scrittrici di viaggio del Novecento. Dai suoi libri  tradotti in italiano Le valli degli assassini (Guanda, 2002, € 14, pagg 298) e Le porte dell’Arabia (Guanda 2004, € 14,5 e Tea 2005, € 8,5) ben si rivela la vastità dei suoi interessi, la profonda cultura e lo stile personalissimo. Il primo è il resoconto di un’esplorazione in Persia, da Baghdad, allora protettorato inglese, fin nell’arretrato Luristan. Il secondo è un’immersione nell’Arabia meridionale, lungo le “antiche vie dell’incenso”. In entrambi i viaggi la Stark non riusce ad arrivare alla meta che si prefigge. La fermano imprevisti legati al tempo, ai luoghi, alle situazioni. Ma in realtà lo scopo di ogni viaggio per la Stark è il viaggio stesso e la sua essenza è l’andare, il conoscere, lo sperimentare se stessi. Nata a Parigi ma inglese, la Stark rispecchia il suo Paese d’origine nella capacità di adattarsi a usi e costumi stranieri e nell’atteggiamento che risente di un certo paternalismo coloniale pur rispettoso dell’altro. Morì centenaria dopo aver trascorso molti anni in Italia, paese che amava molto.

Isabelle Eberhart fu una donna e una scrittrice al di fuori di ogni schema. Nacque a Ginevra, nel 1877, figlia illegittima di Natalia Nicolaevna Eberhardt, di nazionalità russa. Affascinata dal mondo arabo visse a lungo nel Nord Africa, spesso in condizioni di povertà estrema. Amò il deserto e lo percorse a cavallo, con una sacca piena di libri e i soli abiti che aveva indosso. Nel 1904 morì a 27 anni travolta da una piena. Dopo la sua morte divenne in Francia una leggenda. I suoi scritti, pubblicati postumi, vennero rimaneggiati dal curatore letterario Victor Barrucand per alimentare il mito della bonne nomade, dell’amazone du sable. Il suo manoscritto Dans l’ombre chaude de l’Islam ebbe tre ristampe. Sempre Barrucand, nel 1922, pubblicò anche il romanzo incompiuto Trimardeur. La Eberhardt con la sua vita avventurosa e paradossale incuriosiva e affascinava.

Ibis ne ha riproposto in traduzione italiana alcune opere tra cui Il paradiso delle acque.