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Tra l’opificio e l’inferriata della persona c’era un ripiano terrazzato con vasi senza fiori e ciotole. La persona si chiedeva come nell’umidità della notte si fossero potute materializzare due lumache senza guscio in mezzo al piattino dove i croccanti erano stati già divorati, e dove la lingua di Cipriano aveva in poche lune saputo ripulire persino la tinta acquamarina del coccio.
Che cercavano quelle lumache? Come avevano raggiunto tanto in fretta quel bordo e valicati i centimetri sterminati che lo scostavano dal suolo? Due balene terricole supernane, arenate in un plancton secco di saliva e frammenti millesimali, pensò la persona. O volevano pure loro essere mangiate dal Gatto dalle Mille Marezzature, come ormai l’anima della persona, cui altra cosa non interessava che aspettare l’alba per vedere lo striato felino ricomparire nel ripiano terrazzato e saltare su un vaso senza fiori, per farsi illuminare al primissimo sole le orecchie divine e poi il volto, tutto, in parte o metà esatta, come un pianeta spaccato in due dal suo Astro e le Tenebre.
Cipriano, all’apparenza il gatto più comune mai esistito fino ad allora, era in effetti dotato di rare capacità mimetiche o, al contrario, di risalto: un tigrato grigio sbiadito con note giallognole o beige che solo chi l’amava sapeva rilevare; e un’ampia chiazza chiara tra il collo e il petto, pur’essa poco o nulla apprezzabile, perché solitamente nascosta e lorda di tanti infruttuosi atteggiamenti da rettile in agguato, assunti spesso tra i rifiuti abbandonati in libertà dalle persone umane.
Mimetico, dunque, nel sudicio, ma cangiante di marezzature sublimi, ora forti ora diluite, nel miracolo quotidiano delle albe dei meriggi e dei tramonti. Se prima d’un temporale strisciava per un lato quasi nascosto del ripiano terrazzato, sembrava alla persona, che ne rideva affettuosamente, una pantegana pressoché nera. Reperito a prima sera dopo una ansiosa ricerca, compariva praticamente bianco sotto il fascio d’una pubblica lampada, che di certo gli evidenziava il pelame marezzante meno risaltato in altre condizioni. La persona, in quei frangenti assai meno serena ma non meno fantasiosa, pensava sul principio a un coniglio meraviglioso delle nevi; o a un angelo felino a lui rassomigliante che annunziasse l’evento più temuto sopra ogni altro: Cipriano in pelo e ossa agonizzante o addirittura sfracellato lì nei pressi, in seguito a un pessimo incontro con i veicoli mobili della gente umana.
La persona sapeva che quella eventualità sarebbe coincisa con la sua stessa morte. Ogni amore o anche semplice interesse era cessato in lei dopo la fine della relazione con una persona dell’opificio. Contemporaneamente, altre persone umane a lei legate erano perite, e il vecchio amore dell’opificio aveva lasciato strascichi orribili, in specie questioni di accaparramenti proprietari riferiti proprio al ripiano terrazzato sito tra l’opificio stesso e le inferriate dietro cui la persona aspettava ogni alba il passaggio di Cipriano.
Non esistono, al momento, cronache né umane né feline che attestino se fosse persona di Credo o di Scienza quella a cui si rivolse la nostra sfortunata persona per venirne a capo. Strizzacervelli, prelata o sciamana che fosse, la persona specialista commentò con favore il sentimento della persona per il Gatto dalle Mille Marezzature; ma mise anche in guardia sulle altrettante mille possibilità d’una brutta fine: una malattia del felino, un avvelenamento punitivo per deiezioni o scavi operati a danno di vegetali coltivati, un incidente con veicoli, come massimamente paventato dalla persona. La preziosa affezione, fiorita in un cuore così provato, andava insomma nutrita e deviata al più presto oltre il Gatto dalla Mille Marezzature; in caso contrario, si sarebbe rivelata una sterile recrudescenza, una febbre mortale che avrebbe atteso la prima banalissima disgrazia per bruciare gli ultimi semi d’amore e dunque di vita. Ma, garantì la persona di Credo o Scienza, un evento sincrono sarebbe incorso assai presto, per risolvere tutto.
Quando la persona meditava ciò, prendendo in contrastata considerazione l’ipotesi di portarsi il recalcitrante e libero Cipriano nella propria abitazione, il Gatto dalle Mille Marezzature avvertì nell’aspirante padrone umano una parte mobile del proprio territorio. In buona sostanza, fu il dominio del gatto ad adottare la persona nostra protagonista, ma appunto da protagonista: il territorio la conteneva ed essa, spostandosi per i fatti suoi, se lo trascinava dietro con tutto il gatto che le si incollava ai piedi. Se in amor vince chi fugge, disfatta atroce è per chi si avvinghia alle gambe altrui. La persona salutò il piccolo fastidio per l’altrui dipendenza, come una vittoria rispetto la propria; ma mai le marezzature di Cipriano furono tanto belle come in quel momento, quando l’ombra d’una nuvola isolata nell’azzurro le attraversò tutte.
L’intimità, insomma, fuori o dentro un’abitazione, poteva rappresentare la cura o il disastro terminale. La persona aveva capito che giocando per pochi minuti con la propria mano a “scherma” con la zampa della bestiola, la avrebbe acquietata quel tanto per potersene filare via, per compere od altro, senza averla attaccata ai polpacci. Salvo poi rallentare, prima di svoltare l’angolo, proprio per essere seguita o per lo meno rassicurarsi sull’intenzione. In uno di quei rientri fatali dalla spesa, Fulvio, il gattone rosso scorticato sotto l’orecchia sinistra, fu sorpreso mentre attraversava il ripiano terrazzato per certi giri suoi, magari approfittando d’un Cipriano che nel piglia e molla con la persona mezza proprietaria, aveva un po’ stretto i cordoni della sua sorveglianza territoriale.
Alla vista dell’invadente Fulvio, la persona sentì che la minore simpatia per i gatti rossi le si stava mutando in antipatia, e se ne preoccupò. La persona specialista, per Credo o Scienza non è dato sapere, aveva sottilmente consigliato un processo contrario: allargare l’amore agli altri gatti per poi deo gratias tornare a comprendervi le persone umane. Quanto di meno realizzato, anzi, alla scarsa simpatia per i gatti rossi si aggiunse il piacere morboso ed esclusivo di farsi massacrare dita e mani da graffi e morsi, ancorché affettuosi, in quelle partite di “scherma” inizialmente escogitate per satollare l’animale di contatti fisici e quindi dissuaderlo dagli inseguimenti fuori dal territorio e dunque, tra l’altro, da ulteriori rischiosi comportamenti.
Al rientro dalla spesa successiva fu reperito qualcosa che ci farebbe propendere per la tesi che la persona specialista fosse più dedita alla magia che alla scienza d’oggigiorno: un sacchetto chiuso che sembrava celare più un tesoro che una immondizia, proprio lì tra i pubblici contenitori ove Cipriano e la persona stavano ingaggiando la “lotta” del salutino serale. Raccolto ed aperto l’involucro con l’intenzione di intuirvi l’ignoto quanto distratto proprietario, un proprietario probabilmente estraneo alla storia e comunque non meglio identificato nelle Cronache, la persona ebbe un brivido nello scorgervi cinque gattini microscopici e scientificamente eliminati,ritenne, per limitare la popolazione felina. Cinque “topini” tra i più belli mai nati, con le future chiazze o marezzature già stilizzate in un decoro di grazia commovente. Le piccole bocche erano socchiuse, e un muto interrogativo sembrava ancora gravare sopra quelle esanimi testoline: si starà ancora penando per uscire nel mondo un’altra volta, o è il capezzolino di mamma che fa soffrire così, se non si avvicina più?
L’intervento se mai oracolare d’una persona specialista per Credo, che forse non avrebbe operato mai direttamente una crudeltà simile, lo supponiamo perché a supporlo fu la persona protagonista. Null’altro dell’atrocità che stava contemplando poteva ristabilirla e dunque rappresentare l’evento sincrono annunziato dalla specialista per Scienza o più probabilmente Credo: una vitalità formidabile fu come distillata da quei noccioli spolpati e ridotti a mummie di superlativi peluche; e con essa la convinzione finalmente viva, non solo teorica, che solo occupandosi della vita altrui, si ritrova la propria… Noccioli, semi del Paradiso, senza un pelo di metafora, anzi, un pelino sì, senza meno marezzato.
Mentre la nostra si allontanava ignara dai pubblici bidoni con l’elegante sportina di gattini stecchiti, la persona dell’opificio vi giungeva rimuginando insani propositi, più gravi da quando la querelle sul ripiano terrazzato si era inasprita e si era manifestato il legame sempre più forte tra l’antagonista dell’inferriata e il Gatto dalle Mille Marezzature; il quale, oltretutto, aveva preso a fare degli scavi igienici in un orto decorativo in tutto appartenente alla fabbrica. Ma il delittuoso oltraggio prese corpo in un lampo, fu quasi un incespicare semi involontario verso la testa di Cipriano, che puntava“a rettile” gli arrivanti piedi della persona carnefice; la quale semplicemente gli salì di peso sulla testa e poi, mentre il Marezzato, col collo già rotto, si era girato tra penosi sussulti, gli sfondò la trachea con un tacco a spillo d’un modello Aldovrandi del 1957.
La Vicedirettrice della pelletteria padana Mastri&Nardo chiamò allora la sua nuova fiamma,il successore del nostro protagonista, che Cronache fattesi improvvisamente più generose identificano come Piermario, perché portasse una scatola di cartone per il macabro trasporto verso il ripiano terrazzato, proprio davanti l’inferriata, ma con lancio del cadavere a distanza, senza farsi vedere, se era possibile.
Il non più quasi giovane Guido avvertì il tonfo mentre riponeva ad uno ad uno i suoi cinque “Noccioli del Paradiso” sul proprio scrittoio: un tonfo”marezzato”di sfumature sonore tali da risolversi nella nostra altra vittima in una immagine precisa dei cosa, dei come e dei perché appena narrati. Avvicinatosi all’Inferriata ed aperta la medesima, Guido non sporse solo la testa: tutto il suo essere fu come espulso dall’abitazione e gettato accanto al cadavere di Cipriano. Le Cronache accennano alla cosa come a una specie di esperienza premorte vissuta da una persona che immaginiamo svenuta nei pressi del davanzale, o col ventre su di esso e le due metà del corpo a bilanciarsi plasticamente: una sospensione tra due dimensioni, un Dentro e un Fuori recepiti in spirito come smisurati arricchimenti di consueti spazi al di qua e al di là del muro d’una casa.
Laicamente si può descrivere questa faccenda come un sogno o piuttosto un incubo. Guido era con Cipriano, ma l’ombra di quest’ultimo aveva dimensioni maggiori, profili felini sempre meno definiti e soprattutto strisce e marezzature che condensavano e separavano i propri toni in piccoli spazi dai contorni sempre più definiti e i colori sempre più nitidi e meno mescolati. Alla fine del processo si profilò una nube mostruosa divisa in una metà rosa e in un’altra grigio scura: orecchie carezzevoli di qua, nel rosa, e denti da vipera di là, nel grigio; e così zampotte da peluche separate dalle grinfie da tigre, eccetera. Ogni elemento era chiuso in un cerchio o un riquadro, di vaga e varia regolarità, che circoscriveva una propria limpida pittura del particolare mite o, a seconda, feroce. Ma non bastava, quando il tutto incombeva come una specie di montagna bicolore, si aprì un varco proprio nel mezzo, tra il rosa di sinistra e il grigio di destra, e Guido capì che doveva attraversarlo. Pensò inevitabilmente alle porte degli inferi, annodò alcuni ricordi prima dello svenimento, o della morte non è dato sapere, e si dispose benché atrocemente spaventato all’inevitabile Passo.
Essendo un poeta, sperò che un Virgilio se pure adeguato al suo discutibile talento si presentasse per sostenerlo e istruirlo. Ma la Montagna rosa e grigia spezzò la sua speranza e si offrì lei stessa a fare da guida: parlava facendo risuonare i suoi tremendi detti nell’antro dove il nostro Guido si trovò a camminare senza averlo ancora deciso. Sembrava da dentro una enorme e sinistra grotta per il culto, con sfere e cubi, per lo più irregolari come i cerchi e i quadrati di prima, attaccati alle pareti e che mostravano tridimensionalmente le stesse e molte altre opposte cose: tappezzavano la cavità come ex voto, fioriti e celestiali da una parte, appassiti e tombali dall’altra. Segue lo sconvolgente monologo che precedette il crollo o comunque lo sfaldamento di tutto.
Fui la mimèsi marezzante che infinocchiò a morte la madre di dieci sorcetti; l’artiglio che dilaniò il passerotto e la zampa cotonata che lo custodiva. Fui il tacco della seduzione che adorna piedi belli e sfonda colli teneri. La Stretta affettuosa e il cappio dello stalker. Il Fervore dell’oblazione e l’ustione della gelosia. Fui la scarpa gretta nella divisa della modestia. Fui Arte a nozze col Profitto. Puttana di Regime in involucro da cerbiatta. Fui Giustizia ingiusta e Guerra virtuosa. Fui la madia e fui il tarlo; mors tua vita mea. Lo Sviluppo affamato d’altrui Fame. Fui la lucentezza e il fetore del conio. La linearità capziosa del ragionamento e l’ombra predatoria del sentimento. Fui Natura e Libertà; e la Sintesi sballata che ve le tolse entrambe. Fui persino la Parola che dice niente e l’inchiostro che deprezza la carta (tu ne sai qualcosa, poetucolo da strapazzo). Ora sono la materia grigia che si separa in bianca e nera, il disfacente deus dopo la Storia: quanto vedi è un mero pittoresco indizio, spero solo momentaneamente mostruoso, che il Bene e il Male si stanno proprio adesso cominciando a scollare in due mondi separati. Riprendi la speranza, o tu che te ne puoi tornare tranquillamente e quando ti pare indietro!
Ma se Guido morì lì, o tornò in sé, rinsavito, ancora più pazzo o esattamente come prima, dalle Cronache non ci è dato sapere.

Paolo Borzi

Per conoscere meglio Paolo Borzi lascio il link di una sua intervista

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=10&cad=rja&ved=0CFsQFjAJ&url=http%3A%2F%2Fwww.malanotte.it%2Fweb%2Fmagazine%2F-%2Fintervista-a-paolo-borzi&ei=NFR9UvmDHoKO4ASek4CYCg&usg=AFQjCNFl5cdEH9_-Z8OfirH1uoglMptvTQ&sig2=PdqmHYzuJhF2YTFny_5mhQ&bvm=bv.56146854,d.bGE