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«Hai con te il libro che stavi leggendo al caffè e che sei impaziente di continuare, per poterlo poi passare a lei, per comunicare ancora con lei attraverso il canale scavato dalle parole altrui, che proprio in quanto pronunciate da una voce estranea, dalla voce di quel silenzioso nessuno fatto d’inchiostro e di spaziature tipografiche, possono diventare vostre, un linguaggio, un codice tra voi, un mezzo per scambiarvi segnali e riconoscervi».

 Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979)

Matteo Massagrande

Matteo Massagrande

Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi. Il cielo cambiò colore e in cima alle colline si stese un drappo di nubi spesse del colore dell’acciaio. L’aria frizzante giocava rincorrendo le foglie. L’ufficio postale si trovava in fondo alla strada, seminascosto dalle fronde di un castagno. Accanto, in un edificio basso in mattoni rossi, vi erano la scuola elementare e gli uffici comunali. La strada davanti a me si stringeva velocemente confluendo nella piazza deserta. Ad un tratto, come per incanto, s’intessè nel cielo una nuova trama di luce.

Lucetta stendeva il bucato sull’ampia terrazza della sua casa e dalla strada potevo vedere bene anche la finestra della biblioteca scolastica; dietro i vetri, la signorina Marisa appariva pensierosa, con il capo chino ed un lapis fra le mani nell’atto di catalogare un’alta pila di libri. Alzai ancora una volta gli occhi verso la terrazza di Lucetta e sperai si accorgesse della mia presenza ma lei, intenta a stendere grandi lenzuola bianche, mi guardò senza vedermi e continuò nelle sue faccende. I davanzali erano carichi di gerani variopinti e sulla terrazza si intravedeva un’alta pianta d’oleandro baluginare dietro un lenzuolo svolazzante.

Lucetta non sembrava essere cambiata molto negli ultimi cinque anni e nemmeno si poteva dire che avesse perduto il suo modo agile e veloce di muoversi. I suoi capelli erano lunghi, rossi come il fuoco, mossi come le onde del mare; la sua figura snella mi parve ancora più seducente di un tempo, quando ancora si leggeva insieme i libri che suo padre le regalava. Ricordavo molto bene le serate trascorse nella sua casa, con il padre seduto al tavolo da pranzo intento a battere a macchina, la madre assorta davanti alla TV e l’immancabile bottiglia di grappa troneggiante sulla tavola di legno scuro.

Lucetta ed io andavamo nella sua stanza e leggevamo sotto voce pagine e pagine di poesie, romanzi d’amore e d’avventura; eravamo avvinte dai sogni, dalle speranze, dalle pene che quelle parole lette sottovoce alimentavano fino a farci piangere, mentre le nostre mani si stringevano forte nello sforzo di impedire che quel fragile e dorato incanto potesse spezzarsi, lasciando le nostre anime nude l’una di fronte all’altra. Mi sedetti sulla panchina di pietra ai piedi del grande castagno, poi guardai Lucetta sparire nel suo regno; ne ricordai gli odori, le luci smorzate, le ampie stanze dove i pochi mobili parevano essere stati messi per caso da una mano leggera e invisibile, le riviste e i libri accatastati ovunque, l’imponente tecnigrafo davanti alla finestra dello studio, le stampe antiche e una rassegna di quadri raffiguranti tutte le più belle uniformi militari del mondo eseguite ad acquerello e china che sfilavano sulle mura dell’ingresso.

Matteo Massagrande

Matteo Massagrande

D’estate amavamo sdraiarci sul lastricato della sua terrazza a cui si accedeva aprendo una porticina al fondo del lungo corridoio dove una scaletta di ferro si inerpicava su fino al tetto; là, sdraiate sul lastricato, stavamo a sentire il calore forte penetrarci nelle ossa. Non avevamo bisogno di nulla oltre a ciò che già avevamo e quando il cielo, come un mare fuori posto, si adagiava sulle nostre teste socchiudevamo gli occhi, appagate dalla sua luce turchese.

Parlare non era certo la nostra occupazione preferita. Preferivamo leggere, pervase da un intenso e sterminato bisogno di raggiungere la reciproca conoscenza attraverso canali inusuali, che fossero al di fuori degli schemi comuni, e portassero all’intima essenza dell’essere senza intaccarne l’integrità.

Accadeva dunque che le ore trascorse insieme diventassero un concentrato denso e vorticoso nel cui turbinio i nostri cuori rigonfi si perdevano, per poi ritrovarsi esausti e riflessi nei nostri sguardi, nel tocco delle nostre mani, nell’aria mossa dai nostri passi. Posseggo ancora decine e decine di lettere di Lucilla e lei, forse, conserva ancora le mie, magari sprofondate in un cassetto e richiuse in una scatola di latta.

Per lungo tempo, quasi a rispettare un implicito patto, ci vedemmo ogni giorno dell’anno, con il buono ed il cattivo tempo, in salute e in malattia, superando ogni ostacolo tentasse di frapporsi tra di noi. Quell’esperienza portava in sè qualcosa di portentoso per il nostro spirito ma, come tutte le cose belle, un giorno finì così come era cominciata. Io mi trasferii con la mia famiglia in città e l’incantesimo si ruppe.

Il giorno prima della mia partenza, Lucetta non si fece trovare in casa.

– ” …Se le parole fossero liquide scorrerebbero come un fiume in piena e ci travolgerebbero, senza darci il tempo di un solo respiro. Il tempo non ha cancellato nulla del silenzio dorato di allora ma se il silenzio è d’oro, quanto oro pesano le parole che portiamo dentro di noi nel corso della nostra vita? Lucetta cara, quanto mi manchi. In questi anni mi sono domandata spesso se le parole servono a spiegare ciò che si cela dietro di esse, se riescono a scavalcare il muro di silenzio che si erge in ogni essere vivente, al di là del quale ognuno è profondamente legato all’altro senza neppure saperlo o volerlo… “. –

Matteo Massagrande

Matteo Massagrande

Guardai verso la terrazza e vidi Lucetta immobile, le mani lunghe e affusolate appoggiate alla ringhiera dipinta di bianco. E quegli occhi profondi, perforanti, su di me. Provai un dolore acuto e mi sudarono le mani. Lei non si muoveva ma i suoi occhi non mi lasciavano un solo istante e i suoi pensieri li percepivo come allora, il suo respiro lo sentivo vicino ed irregolare provenire dalla  bocca socchiusa. Lessi sulle sue labbra il mio nome. E Paloma fu dentro Lucetta, e Lucetta dentro Paloma, e le nubi passarono molto vicine alle nostre anime ricongiunte.

Quanto le era pesato in quegli anni il mio nome stretto dentro la gola?

– ” Paloma,Paloma, Paloma! Tradire, fuggendo lontana da me e dal linguaggio del cuore! Mia Paloma, le mie stanze sono piene di parole inespresse e nella mia casa risuonano alte; quanto ti ho aspettata! Quante volte ho gridato il tuo nome dentro di me! La solitudine è il destino di chi, come noi, non ha più segreti “. –

Mi incamminai verso la casa di Lucetta con passo lento e senza mai staccare il mio sguardo dal suo, poi entrai nell’atrio e mi accinsi a salire la scalinata che portava al piano superiore. Salendo gli scalini di marmo mi accorsi di essere ancora là fuori a guardare i suoi occhi che protesi verso me parlavano. Raggiunsi la porta d’ingresso e trovandola socchiusa entrai, richiudendola alle mie spalle. L’ingresso non era cambiato: le divise militari osservavano mute dall’interno delle loro cornici dorate.

Il silenzio sempre uguale, un’onda fluttuante che mi pervase ancora, prima di sorprendermi di fronte a lei. I suoi occhi mi sorrisero, si voltò e si diresse verso la terrazza, invitandomi con un gesto della mano a seguirla. Un istante dopo ci ritrovammo l’una accanto all’altra, sdraiate sul lastricato di un tempo, il viso rivolto verso il cielo di settembre, in quel giorno ora glorioso di sole. Le nostre mani si cercarono e si strinsero. Il nostro silenzio d’oro ci accompagnò lungo la linea delle colline lontane, fra i vigneti e i campi coltivati, nella nebbiolina del mattino che svaniva nel sole. Restammo così, mano nella mano,ad ascoltare ciò che il tempo perduto aveva da raccontare, a sfogliare gli anni trascorsi con un pungiglione nel cuore, nel tentativo di estrarlo perchè non potesse più causare dolore. Le lacrime si sciolsero come zucchero nell’acqua e le nubi ferme nel cielo si colorarono di giallo.

Ci perdemmo così, leggendo a lungo, sdraiate nella penombra della stanza di Lucetta che ormai non aveva più remore nel mostrarsi felice di avermi ritrovata. Le ore si dileguarono veloci e le sensazioni accumulate negli anni di solitudine fecero lo stesso. Ci scambiammo parole simili a pellicole sottili che scorsero lungo la spina dorsale del nostro essere profondo. E trovammo i giusti suoni e i giusti silenzi.

Era lì, davanti a me, con l’aria di chi volesse interrogarmi. Ma la casa era chiusa, le imposte sprangate, la terrazza scivolata nel vento che la spazzava, muta e indocile come un rimpianto.

Lei prese la porta scendendo giù, dalle corde d’edera disposte a cascata fra l’arco di pietra e la stanza, che senza muri stava a passeggio, sui panorami dell’aperta fuga verso il vuoto, sugli spigoli che ancora risalivano l’infanzia e gli anni. Avevi spento la luce, nel luogo di silenzio dove si sentivano passi che cadevano, fra la sala da bagno e la valle, aperta e spalancata a mangiarsi le tegole, rimaste sull’unghia piccola del colle.

Questa storia, scritta idealmente a quattro mani, racchiude una splendida verità nel desiderio di esistere ancora. La sua bellezza riluce pura dagli innumerevoli cerchi concentrici delle anime che s’inseguono all’infinito, in una corsa che appare senza approdo, secondo leggi che sfuggono alla volontà. Anche se avremmo voluto, ma non è stato.

 Federica Galetto