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"Padre e figlio" di Pelirouge

     CIECO DI LUCE

Cieco di luce il cuore, che non si affanni
in inutili attese, dove sovrana è l’ombra
inquieta dei giorni aspri. Giovinezza
impaziente, dal sapore superbo
di frutti acerbi rubati agli alberi
curati dal padre, troppo tardi amato
per chissà quale indegno inganno
dell’essere smarrito dietro estranee
orme. Il perdono del tempo non basta
a ridare i sorrisi negati al ritorno.

E gli alberi soffrono il prezzo
dell’abbandono, ritorcono i rami,
danno frutti vizzi di verderame
o bacati dalle mosche pazze d’arsura.
Sussurrare il tuo nome, ora,
a cosa vale, se trovava solo silenzio
ogni tua richiesta di fiera pace
tra gli accesi enigmi del sangue?

     ED IN TUO NOME

Ed in tuo nome portare la croce
lieve dell’essere come te,
alto, smagrito, molle di dolcezza
guasta, per troppo desiderio
di trovare rifugio tra le mura
amiche di una stanza troppo chiusa.

Come te sperare in una tregua
da ogni risibile battaglia,
da ogni minima offesa dell’essere,
anima senza guscio, gola di mammola,
che piange o grida, querula,
incapace di ogni difesa.

Sono arrivato anch’io alla speranza
che cresce fuori di me, in un altro
cuore, perché anche il mio è perduto,
troppo ferito e stanco di assalti
indicibili, senza nemmeno la gloria
di un antico presagio, che non fosse
il timore ancestrale, dannato,
dell’improvvisa sventura.

     CHI IL PADRE

Mi riconoscerai un giorno
fuori da qui, dal tempo? Chi il padre,
chi il figlio? Ma mai amico, mai fratello,
che sempre un seme, dell’uno nell’altro,
darà vita, o sembianza d’essa,
ad altri visi con la stessa traccia
di inquieto sole negli occhi,
da cui gli altri avranno luce,
ma mai un po’ di consacrata
consanguinea pace.
In cerca del rifugio, ti rivedo
che mi guardi; e vedo il tuo nuovo viso
con i tuoi occhi,
beatrice altalena di sguardi,
che se tu finalmente accogliessi in te,
ora e qui, solo il tuo pianto potrebbe
mutamente spiegare.

 (da Paradigma di Francesco De Girolamo – LietoColle, 2010)