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Magris_1Un moderno Orfeo ha sfidato il regno delle ombre “che tutte si assomigliano” e ottenuto dal “Presidente della Casa di riposo” la concessione eccezionale di riavere la sua Euridice, ma la donna, sul limitare delle porte che dividono la “Casa” da ciò che noi consideriamo “realtà”, rifiuta la speciale grazia, la possibilità cioè di seguire, anche se solo per un breve periodo, l’uomo che ama. Perché quell’improvviso ripensamento?

Claudio Magris nella sua opera vastissima ha attraversato paesaggi umani e storici e ha delineato con straordinaria ampiezza le coordinate del mondo occidentale, – del nostro mondo, – nei sussulti di insensatezza che il Novecento – e non solo – ha rappresentato. Un mondo guidato e condotto soprattutto dalla parte maschile dell’umanità che vi ha inserito i suoi parametri di dominio di sfida di audacia e di ferocia; uniti certo alla grandezza della ragione, con i suoi limiti e talora la sua presunzione. Ma dietro a questa parte d’umanità che ha determinato, e determina, – con meschinità e grandezza, con pazzia e con genialità, con forza e con debolezza, – gli snodi, talvolta assurdi, della Storia vi sono – in filigrana – tante figure di donne che, con la loro quotidiana concretezza, hanno supportato e dato un senso all’operato maschile, fornendo un completamento, talvolta essenziale, all’incostanza dell’uomo.

A quest’universo di secondo piano ma non di secondaria importanza, lo scrittore triestino ha voluto rendere omaggio in questo straordinario monologo al femminile Lei dunque capirà (Garzanti 2005, pp 55 euro 9,50), che narra una storia d’amore ai limiti della vita; un amore grazie al quale la donna ha consentito all’uomo di trovare pace ed equilibrio, gli ha insegnato a fare l’amore, gli ha consentito di dimenticare le sue paure facendolo diventare “signore schiavo e compagno in tutto”, gli ha dato un supporto nel suo lavoro intellettuale e poetico, ma soprattutto gli ha consentito accanto a lei di sapere “chi era davvero”.

Nel luogo in cui la donna si trova ora, tra una folla che preme ed è “soffice come di tenero fango”, dove gli esseri che passano accanto “ti si squagliano tra le mani e svaniscono prima che tu li abbracci”, la donna tesse una tenerissima e forte lode di quella che può essere la terrena esistenza se solo ci apriamo a un’esperienza così totalizzante come l’amore, e ripercorre un rapporto che si stende nel tempo e oltrepassa il tempo e nel narrarlo tratteggia la grandezza e la meschinità della vita, la sua struggente bellezza e i suoi limiti.

Questo prezioso monologo, l’ultimo nato della vastissima produzione dello scrittore, svela anche al lettore la ragione per cui la donna rifiuta di seguire l’uomo amato al di là delle porte della “Casa” . E il lettore si trova condotto alle radici stesse dell’esperienza umana, posto di fronte al nocciolo dell’esistenza, messo a confronto con l’essenza della vita. Il mondo, luogo di specchi, per la sua ingannevole essenza, ci rimanda – da sempre – a un altro ipotetico luogo dove pensiamo la verità infine si sveli. Ma è proprio questo il segreto che la donna non vuole e non può rivelare all’amato. Questa consapevolezza che lei ora ha acquisito, la conoscenza cioè che la presunzione umana di credere che la verità – non più velata, non più mascherata – si veda infine, una volta entrati nella “Casa”, non ha fondamento perché – ahimè – dentro la “Casa” si è dietro allo specchio sì, ma “quel retro è anch’esso uno specchio, uguale all’altro”.  Anche lì “gli oggetti mentono, si dissimulano e trascolorano come meduse”.

Ma come – e soprattutto perché – narrare ciò all’uomo amato? come dirgli che “di quello che lui cerca, il segreto dell’origine, della fine, nessuno sa niente”? come svelargli che lei non ne sa più di lui, anche se ha conosciuto il regno delle ombre, il luogo “dove ogni bagaglio che portiamo è superfluo”? Avrebbe caricato le sue spalle di una conoscenza dannosa, lo avrebbe lasciato deluso e smarrito. La donna arriva quindi alla conclusione che, uscendo dalla “Casa” e rispondendo alle inevitabili domande del suo uomo, gli avrebbe fatto del male e opta per un rifiuto. “Lui voleva sapere e io gliel’ho impedito. Dio solo sa se non mi è costato”. È un atto d’amore il suo, l’atto d’amore estremo che una donna – la Donna – può offrire dopo le tante prove date in vita di autentica passione. Amore al femminile con l’abnegazione e la forza dei personaggi femminili di Alla cieca.

Dal regno delle ombre emergono ricordi di un mondo fatto di sole e di mare, – elemento caro al cuore dello scrittore – un mondo di isole e di caldi pomeriggi vicino alle onde, un mondo di vita autentica a cui possiamo e dobbiamo attingere; e così questo libro, intessuto di quello spaesamento che ci prende quando ci ritroviamo a riflettere ai confini della vita, è anche – paradossalmente – un intenso inno di amore per la vita, esaltata e valorizzata nelle sue passioni positive e totali, perché la vita ha senso solo se corriamo il rischio di metterci in gioco con tutto ciò che questo comporta.

Lo scrittore non fa sconti alle debolezze dell’uomo, ma pure nell’animo umano non cessa di trovare spunti di grandezza e non esita a tessere della vita una commossa lode per quei margini di libertà e di chiarezza che nell’amore l’uomo riesce a conquistare perché è in esso che – come nel mare – “ci si tuffa nelle tenebre e ci si trova in una meravigliosa luce azzurra”.

Tenebroso e commosso, eppure aperto a una grande solarità affettiva, questo monologo ci porta ai confini dell’esperienza umana ma è anche un inno alle tante “Marie” che nella storia dell’umanità hanno reso la Storia un po’ più umana.

Scrittura densa e vibrante quella di Magris, che si concede momenti di forte afflato poetico, ma anche non pochi tocchi di ironia; scrittura allusiva e potentemente evocativa, che fa risuonare le corde più riposte del nostro animo, toccando –  attraverso una prosa onirica in cui gli elementi non parlano direttamente della realtà, ma ad essa alludono – , gli strati più profondo del nostro animo.

Il monologo si inserisce nella linea di altre opere del grande scrittore triestino (citiamo tra le altre La mostra e Alla cieca) che privilegiano una scrittura “notturna”, nell’accezione che Ernesto Sabato ha dato alla parola. Necessario complemento di una razionalità ben salda e che raggiunge un’acutezza eccezionale, questo tipo di approccio scrittorio fa emergere dal profondo frammenti di una verità che si configurano in modo apparentemente disarticolato e illogico, ma in realtà con una loro logica profonda – che è poi la logica del mito, – che fa riferimento agli archetipi fondamentali dell’animo umano.

 di Marina Torossi Tevini