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bell soto

Velluto

Oggi il mio sguardo annega, quasi spento,
in un cielo sottile, rosso cremisi,
come una foglia abbandonata al vento
di scirocco, ed ai suoi languori arresi.
E non trova rifugio che in contorte
radici velenose di passioni, forse
perdute, ormai come dissolte,
in giochi d’ombre e melodie stridenti.
Le scintillanti labbra che blandivano
il corpo nudo e l’anima inebriata
sembrano ormai rade conchiglie morte
tra le sabbie di un mare azzurro cupo.
E spande l’ultimo suo acceso, forte
aroma di selvatico respiro
un lento brivido di desiderio,
come un lacero drappo di velluto.

Parata

E se alzi gli occhi lo rintracci a stento
il sangue entrato nelle falde aperte
che ormai la terra non può più nascondere.
Le orme del nostro tempo: belve affabili,
costruttrici di fiori velenosi,
girandole di fuoco “amico”, infide,
per arrestare il corso imprevedibile
del multiforme, difficile domani,
contro il cammino di imberbi nemici,
donne in attesa di infimi vagiti,
troppo poco armoniosi, al loro udito
avvezzo al tintinnare del profitto,
incognite sinistre, inaccordabili
con le griffe dei gregari della pace,
dalla sahariana addosso al mercenario,
al blazer blu del sottosegretario.
Ma una smorfia nel cielo, cupo e livido,
saetta sulle maschere del rito,
come un uccello gravido di morte.
E insaziabile addenta il frutto morbido,
soave, rigoglioso, riclonato,
della menzogna alata, vittoriosa.

Fuoco o carta

Dolcezza ferita da un gioco crudele,
chiudi gli occhi e vedrai l’invisibile.
Se guardi oltre, persino l’impossibile
che sussurra all’orecchio non chiari segreti.
Devi essere infranta, o ti schiacceranno.
Devi mostrarti infame, o ti derideranno.
Non rispettare più gli impegni estorti,
l’onore e l’amicizia sono morti:
ovunque ti segue una livida lingua
di opaca inquietudine, un bieco legale,
un aguzzino azzimato, un medico incerto
su quale sia il tuo male (e se ci sia da operare).
Ciò che puoi vivere, vivilo di nascosto;
ti ruberanno l’aria, il sole, il posto,
forse, persino, dove riposare in eterno.
Giocheranno alla morra col tuo sterno
e la tibia (forbice, legno, sasso,
fuoco o carta). Non perdonare nessuno:
il perdono è una colpa che solo Gesù
non ha saputo negarsi. E non lo hanno più
rispettato; oggi, nemmeno i suoi ministri
che ne infangano il sangue.
Non lo bere: non è consacrato,
è un sacrilegio la loro eucarestia,
soltanto un rito stanco di difesa
di un’antica promessa disattesa
da avidità, prudenza e ipocrisia.

Clessidra

Devi afferrare il tempo che non muta,
senza paura che il dolore in fuga,
sacro, si nasconda al tuo sguardo.
O resteremo fermi a contemplarci,
per sempre ignari che la luce tracci,
da qui, un nuovo cammino al nostro viaggio.
C’è un tratto sempre nuovo da svelare,
un passo, un segno, l’orma di un indizio,
perché l’amore diventi arma e strada,
e non un fiore da ingabbiare in serra,
un orpello prezioso di un supplizio:
fionda, frusta, tenaglia del ricordo.
Liberi di varcare nuove soglie,
spalancando il presente all’aria nuda,
a un grido scatenato di speranza;
e disperdere al vento vetro e sabbia
di una clessidra, con orgoglio infranta.

Semi dispersi

In balìa di uno sguardo come lume
di seta, brivido che cattura l’ombra muta
del mio respiro che il tuo fiato irride.
Si fa affanno, gemito e poi conato;
ma tu sfiori il suo vetro opaco, tra sbarre
chiuse, non perdoni lacrime e ardori,
cui sussurri ingiurie; e laceri il dolore
del desiderio conteso, dentro un fiore
madido di vergogna, intrappolato,
grondante del suo seme ripudiato.

***

Tutto quello che ho, sarà perduto
se tu non lo conservi come oro,
se tu non lo difendi come fosse
tuo quanto mio, come seme caduto
in terreno bruciato dall’incuria
di chi lo ha mille volte sconsacrato.
Di chi scambia dolcezza con lussuria,
semplicità, con frutto di avarizia,
fierezza di essere, con la superbia,
desiderio del bello, con invidia,
serenità del nulla, con accidia,
gusto grato dei doni, con la gola,
coraggio nel difendersi, con ira.
Tutta il mio incanto finirà in rovina
senza l’impronunciabile Parola.

***

Fiorirai, dolce rosa colorata
dei colori del sogno e dell’esilio,
con spine piccole da non ferire
nemmeno il mignolo del mio bambino.
Rosa selvaggia, ardente e disperata,
tra i sassi di un inverno senza fine
verso una primavera inaspettata.
Fiore di tutti, fiore di confine,
senza bandiere, in terra riscattata
dal Dio dei vinti, il Dio dei cuori nuovi,
forse ancora ferito, in mezzo ai rovi.

Confine

Oggi i tuoi occhi sembrano fiamme spente
come avessero visto in fondo al cuore
e vi avessero letto le parole
che non saprò mai dirti apertamente.

Che non mi accende più la stessa calda
febbre di carne viva e nuda mente;
e quella fede, complice e spavalda,
si è affievolita inesorabilmente.

Non credo più che nulla possa darci
che un angusto rifugio in cui salvarci
dal gelo che da presso ci tallona:
è troppo vasto e forte, non perdona.

Siamo figli di un tempo di sconfitta
su ogni linea, di verità trafitta
dalla paura che sia una minaccia
anche chi ci stringeva tra le braccia.

Ma un’orfana certezza che non cede
all’assedio dei colpi di quel fuoco
incrina l’acquiescenza che non vede,
oltre il confine vinto di quel vuoto,
un domani che nasce, chiaro e ignoto.

Limite ignoto

Ed io che lo credevo il più sicuro
asilo d’ombra in una stella oscura,
fiero d’essere immune alla paura
di ogni giorno cui arridere, incapace
d’invidia, derisione, sufficienza,
di ciò che non sia fuoco inestinguibile,
di ciò che non sia “miele dell’assenza”,
legato alla sua legge indefettibile.

Ed io che lo credevo una risposta,
un credito per troppi anni di vuoto;
invece era soltanto una composta,
smorta celebrazione di un devoto
non volere, non credere a nessuno:
l’ultima festa prima di un digiuno,
prima della rinuncia ad ogni posta,
ad ogni sforzo per variare il gioco
di un sogno arreso al suo limite ignoto.

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Nota biobibliografica

Paolo Clementi è nato a Roma nel 1970, da genitori italo-argentini. Ha pubblicato, finora, un’unica silloge poetica: “Cuore pallido” (Locarno, Elan, 1996).