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“Fisica della malinconia” (edizioni Voland, 2012) è l’ultimo libro di Georgi Gospodinov. Ho volutamente usato il generico sostantivo libro e non romanzo perché quello di cui sto parlando è un testo composito e articolato che offre diversi piani di lettura e pure se l’autore stesso lo definisce un romanzo vorrei far capire ai futuri lettori che è molto di più. E’ un libro di racconti, un saggio sulla scrittura, una riflessione sul tempo, una rivisitazione dei miti che sono ormai entrati a far parte del subconscio collettivo europeo, un viaggio nel mondo fantastico e magico dell’infanzia e in quello delle creature ad essa affini gli animali, un libro di geografia (o geografie), un mini trattato di fisica quantistica. Tuttavia il tema, il motivo che percorre tutto il libro è quello dell’empatia di cui è affetto il protagonista: “empatia patologica o sindrome ossessiva empatico-somatica. Si trattava di una malattia eccezionalmente rara e incurabile, ma i picchi appartenevano all’infanzia” ci spiega. E davanti alla parola empatia non si può non pensare a Edith Stein che all’empatia ha dedicato un libro (Il problema dell’empatia) in cui la designa come “un genere di atti nei quali si coglie l’esperienza vissuta altrui o meglio attraverso l’empatia sono presso l’altro Io e rendo esplicita la sua esperienza vitale postvivendola”e inquadra l’empatia accanto al giudizio in modo che anche al sentire possa essere riconosciuto un valore conoscitivo. E in effetti per il protagonista del romanzo l’empatia, questa esperienza vitale della coscienza altrui, è anche un modo per ripercorrere il suo passato, per entrare nella sua storia attraverso le persone che lo hanno preceduto, un fondersi di memoria famigliare e memoria propria, così come accade un po’ a tutti noi quando non sappiamo più se un ricordo è veramente tale o se lo è diventato a forza di sentircelo raccontare. L’empatia è una dote, anzi è la dote, assieme a quelle dell’ascolto e dello stupore, dei poeti e Georgi Gospodinov nasce come poeta e con sensibilità e fedeltà poetica ha scritto questo libro in cui ha, in qualche modo, tolto alla sua scrittura e dunque alla storia che ci racconta, la duplice determinatezza dello spazio e del tempo aumentando a dismisura i riferimenti così che ci si ritrova davvero in un labirinto di storie. Eppure è un libro coerente, che si segue bene, perché l’autore sembra sì voler disorientare il lettore, ma poi come Arianna gli dona il suo filo, in modo che alla fine il lettore si trova davanti un disegno di senso compiuto. A me è parso trovare questo filo dove l’autore scrive: “il passato, la malinconia e la letteratura – sono queste le tre balene senza alcun peso che mi interessano”.
E tutte e tre le balene nuotano nelle pagine di questo romanzo e noi con loro cullati dalla sua prosa vivace attraverso la quale ci offre un percorso alternativo ai labirinti che sono dentro di noi, non temendo di esplorarne le zone buie ma anche gli angoli illuminati magari solo da una piccola finestra da cui sbirciare il mondo all’altezza delle caviglie. Perché un labirinto di storie può essere una persona, un labirinto di storie e di pronomi. “L’io, l’io!… Il più lurido di tutti i pronomi” dice il nostro Gadda ne “La cognizione del dolore” eppure, sembra dirci Georgi Gospodinov, se l’io si unisce agli altri pronomi le cose possono semplificarsi o anche complicarsi ma si avrà comunque una visione più vera e completa del senso dell’esistenza di ognuno. Ce lo suggerisce lo stesso protagonista del romanzo non tanto e non solo per via della sua dote empatica ma attraverso il suo alter ego Gaustìn, anzi direi la sua antiparticella Gaustìn visto che le antiparticelle sono prodotte nelle interazioni tra particelle con la trasformazione di energia in massa e che hanno la stessa massa ma carica elettrica opposta. Questo misterioso personaggio che sembra vivere in una dimensione parallela, come lo può essere la letteratura o come ce la può raccontare la fisica con il suo affascinante mondo microscopico che ci offre una lettura diversa del mondo macroscopico. E perché un senso molto stretto con il contenuto del romanzo è espresso nel titolo stesso. Einstein diceva:”La vita è come andare in bicicletta. Se vuoi rimanere in equilibrio, devi muoverti” (e tra l’altro nel romanzo è raccontato anche un episodio legato ad una caduta da una bicicletta) e i fisici dicono che si può affermare che il 90% della nostra massa non è altro che il movimento delle particelle che ci compongono. Allora Georgi Gospodinov ci suggerisce che il ripercorrere e interrogare il proprio passato come ciò che fa di noi quello che siamo oggi, la letteratura come movimento verso l’altro, come aprirsi all’altro per conoscere meglio se stessi e dare il meglio di se stessi sono degli atti, delle azioni necessarie alla nostra autenticità. Per quanto riguarda la malinconia lascio la parola ad Alberto Savinio: MALINCONIA. Afflizione dell’anima affine alla tristezza, ma questa affligge più vivamente (più materialisticamente). Anche se cupa e profonda, la malinconia trova ancora sorgenti di tenerezza. Si direbbe che essa ha per carattere la dolcezza. La tristezza è disperata, la malinconia viene nelle ‘soste’ della speranza. Se tanta malinconia è negli antichi, è perché l’immortalità, quell’immortalità ‘terrestre’ cui essi erano destinati (o ‘condannati’) esclude la speranza. Arte vera è spesso malinconica, ma triste mai. In fondo la differenza fra tristezza e malinconia è questa, che la tristezza esclude il pensiero, la malinconia se ne alimenta. Guardate come ‘pensa’ la Malinconia di Durer. Socrate, nel Fedone, dice che una divinità avendo tentato un giorno di confondere il dolore e la voluttà, e non essendo riuscita, fece in modo che almeno in un punto aderissero assieme.”

Lucianna Argentino