Tag

, , ,


thomas1

Quando Dylan Thomas sbarca a Rio Marina, il 20 luglio 1947, con la famiglia, nipote e cognata, è già un poeta molto apprezzato, l’incarnazione vivente di un mito per i giovani di una generazione.

Anticonformista, perennemente senza un penny, è dotato di una straordinaria e impetuosa vitalità espressiva le cui radici affondano nella tradizione celtica del Galles, e di Swansea, sua città natale.

Una città di mare, quindi, che “striscia e si stende lungo l’arco di una grande e splendida spiaggia, dove i ragazzi perdigiorno e ragazzi di Sandfield e vecchi di chissà dove cercavano fra la sabbia, bighellonavano, sguazzavano, guardavano le navi che rientravano o le navi che se ne andavano verso il mistero e l’India, la magia e la Cina”. Una città di provincia con le sue miniere di carbone, col porto e le attività ad esso connesse, teatro di un’infanzia intrisa di giochi calati nello scenario naturale, or costruendo piste sulla sabbia, castelli e fortini, or vagheggiando imprese su cui egli fantasticava insieme ai suoi coetanei nel rifugio segreto immerso nel sottobosco. Rio Marina rappresenta la tappa conclusiva del suo soggiorno italiano.

Compromesso duramente nella salute dall’abuso di alcool, grazie ad un Travelling Scholarship Fund della Società degli Autori ottenuto per interessamento di Edith Sitwell, egli può finalmente partire per una lunga vacanza in Italia con l’intento di recuperare forze e ispirazione. Dopo aver visitato alcune città d’arte egli approda a Firenze e, dietro consiglio di J.L. Sweeney, telefona a Luigi Berti affinché pubblichi la traduzione italiana di alcune sue poesie su “Inventario”, rivista fondata dal riese che vantava una redazione americana diretta dall’amico Renato Poggioli.

Attraverso il Berti il poeta gallese entra in contatto con alcuni autorevoli rappresentanti della cultura fiorentina, tra  cui Mario Luzi, Eugenio Montale, Alessandro Parronchi, Piero Bigongiari, Ottone Rosai e altri. Lo invitano a cena ma lui sprofonda nella poltrona completamente ubriaco. Racconta il Luzi:”Del resto egli sentiva e ricambiava come poteva la simpatia e la naturalezza che lo circondavano e lo si vide quando in casa di Alessandro Parrochi, nell’allegria festosa della brigata, si sciolse d’un tratto e si animò: dette allora una lettura di Milton e di Shakespeare d’una melodia insieme fine, ampia, profonda, straordinariamente vigorosa, che lasciò a tutti un’impressione forte come d’una scoperta nuova di quegli antichi testi e del loro lettore”.

Mentre la moglie e la cognata si divertono a fare le turiste per le vie di Firenze, Dylan staziona alle “Giubbe Rosse” vuotando l’un dopo l’altro bicchieri di birra. Nel frattempo prende domicilio a Villa del Beccaro, a Mosciano,sopra le colline di Scandicci. Scrive ai genitori:”Le domeniche una famiglia di Firenze viene a passare la giornata da noi con due ragazzetti, il padre (Luigi Berti n.d.r.) dirige una rivista trimestrale, e ha tradotto un gran numero delle mie poesie. Ma l’ostacolo della lingua impedisce a Llewelyn e ai suoi ragazzi di trovarsi realmente bene insieme”.

E’ in quegli incontri che Dylan e Luigi fraternizzano, che matura l’intenzione di trascorrere l’ultimo periodo di vacanza all’Isola d’Elba. In una lettera all’amico T.W. Earp dell’ 11 luglio egli scrive: “Ho chiesto al professore notizie sull’Isola d’Elba, ove pensavamo di andare, e ha detto – era il primo commento che gli sentivo fare- “Plenty di fish-dog” (“Piena di pescicani” n.d.r.). Traduce Henry James e Virginia Woolf. Il clima infernale della campagna toscana sfianca il nostro poeta e la prospettiva di partire per Rio Marina gli dà grande sollievo.

La prima cartolina che Dylan Thomas spedisce il 26 luglio 1947 a Bill e Helen McAlpine da Rio Marina reca il seguente testo: “Un messaggio dall’Albergo Elba, RIO MARINA, ISOLA D’ELBA, ITALIA. Fortunato Napoleone! Questa è un’isola bellissima; e Rio Marina il più strano villaggio che vi esista: vi abitano soltanto pescatori e minatori: pochi turisti: nessuno dei quali straniero. Severo all’estremo. Qualcosa di simile a una Caherciveen latina. Avvisi “Proibite le risse” in tutti bar. Cognac dell’Elba 3 penny. Naturalmente nessun orario. Bagni meravigliosi…”. L’albergo di cui si fa menzione è quello di Giovanni Chiesa, all’epoca con le stanze da bagno appena ristrutturate ma mancanti dell’allacciamento dell’acqua. In “Double drink story”, autobiografia di Caitlin Thomas, ella ricorda questo particolare, la gentilezza dei gestori e la buona cucina casalinga. Rammenta altresì le viuzze che bisognava percorrere per accedere al mare e le schiene scorticate dei suoi cari sotto il sole sferzante di quel luglio eccezionale.

Augusto Livi fornisce questa testimonianza: “Così, quest’anno, nel villaggio di case erte e di scale di pietra, anche i cani piccoli e rossicci si fermavano agli angoli delle salite quando passava il poeta Dylan Thomas con la sua testa di Bacco e i suoi panni a due tinte, verdi i calzoni e rosa la camicia.” E ancora:”…l’aria bassa e l’aria alta, quella del porto e quella delle miniere, dove Dylan Thomas, passando sulle creste con un berretto bianco e la camicia lunga fuori dai pantaloni sembrava un arcivescovo”. Un personaggio siffatto non poteva certo passare inosservato a Rio Marina. Nonostante l’ostacolo della lingua egli riusciva a comunicare con tutti e le solenni sbronze suscitavano nei suoi confronti un clima di simpatia e ilarità.

Elvio Chiesa in più di un’occasione mi ha raccontato di averlo riportato in albergo ubriaco.

Solo il privilegio dell’età può far ricordare la Rio Marina del dopoguerra, le strade, le case, la storia di una comunità che è andata via crescendo; e con essa gli odori, i visi e la forza d’innumerevoli braccia sacrificate alla miniera. I più giovani possono avvalersi di vecchie fotografie che testimoniano di grossi cumuli di minerale pronti per essere faticosamente caricati sui bastimenti da operai con le schiene bruciate dal sole. Nella lettera a Margaret Taylor del 3 agosto egli si lamenta per il troppo caldo e scrive: “…Anziani e riarsi minatori, cinquant’anni nel fuoco, ringhiano contro il caldo mentre trascinano nudi, sui moli scheletrici, gli arrugginiti vagoncini”. E ancora: “…. amo quest’isola e vorrei non vederla in una delle stagioni infernali.”

E’ in quei giorni che Dylan Thomas attende a “In Country Sleep”, la più bella poesia che egli abbia mai scritto. Ed ha ragione Luigi Berti – nella commemorazione che fa dell’amico scomparso apparsa sul “Corriere Elbano” del 7 gennaio 1954 – a dire che il poeta gallese “avesse stabilito rapporti d’amicizia e di simpatia con gli abitanti dell’intero paese di Rio Marina – ove aveva trovato gente che in quanto a bere vino gli dava dei punti – ma forse tutto avveniva perché nell’ambiente delle miniere e dei minatori Dylan molto  ritrovava del suo Galles (la gente antica e rude, ma sincera; i paesaggi selvatici e aspri, le vie strette e a scala, il via- vai degli asini e delle capre), tutta l’atmosfera di un paese massiccio che a momenti appare come un vero pianeta a sé stante, sconvolto come sempre dalle cave e dalle mine, dalle nuove escavazioni e dalle nuove strade che queste comportano. A Rio, infatti, Dylan già lavorava a quel radiodramma sulla vita dei minatori del Galles…ma in certi caratteri par di ravvisare Pierino, anarchico e l’uomo più forte dell’Elba che quando diceva basta era basta in terra e in mare; il Chiros, con la maglia da cambusiere greco che portava in quell’agosto del 1947, dietro il banco del suo caffè”.

Dylan era e si proclamava socialista. Di un socialismo inteso nell’accezione tolstojana, una sorta di cristianesimo primitivo, dove l’attenzione si rivolge agli umili, ai minatori delle miniere di ferro, ai pescatori, ai contadini. E’ ad essi che egli guarda, quasi per un bisogno insopprimibile di esprimersi e quindi di prendere posizione, guidato da un’alta concezione del valore della dignità umana. Al suo arrivo a New York nel 1950 le autorità statunitensi, al corrente delle sue propensioni politiche, gli crearono da subito difficoltà perché egli aveva firmato la petizione di pace di Stoccolma ed era stato a Praga per un congresso letterario. Pur tuttavia la fama del” fine dicitore” prevalse e venne acclamato e conteso ovunque, finché cadde in coma dopo aver trangugiato diciotto whisky. Morì il 9 novembre 1953, a soli trentanove anni, senza aver più ripreso conoscenza.

Certo la poesia di Dylan Thomas non è semplice. Abbisogna di una chiave di lettura e il senso prende forma

dopo aver percorso sentieri tortuosi, labirintici. Poggia su una creaturalità metamorfica che dà origine a immagini che continuamente si contraddicono, immagini cozzanti a cui applica, nel rispetto dei limiti formali che si è imposto, il minino di controllo critico, con l’effetto di produrre una “deflagrazione semantica” che libera e rivela – e in ciò risiede il suo più alto significato – la percezione di un sentimento.

Ed è il sentimento – il puro sentimento – ciò che avevano colto quella ventina di persone (marinari, pescatori,cavatori, donne e bambini) riunite sotto una pergola la sera del 7 agosto ’47 per onorare il poeta. Senza nozioni d’inglese e di metrica. Lasciandosi trasportare unicamente dalla voce modulata di Dylan che prende mille sfumature, seguendone il ritmo, cogliendone il timbro, le profondità, lasciando affiorare calde incontenibili lacrime che ‘luccicano” scrive il Berti ” come le squame dell’oligisto nella cava”. E’ questa la magia della poesia! Dylan la scolpiva lentamente, sottoponendo i versi a inusitate pressioni, restituendone la natura magmatica e minerale, orchestrando sapientemente metafore, dove le associazioni mentali si trasformano in onde elettriche cariche di tensione visionaria, ‘concentrate sul rapporto “vita-morte”, sul simbolismo biblico che caratterizza molte sue liriche, dove la parola acquista una propria gravità, necessità, verità.

 Non deve sorprendere la commozione degli astanti, perché quella sera essi hanno assistito ad una visione, una dolce musica, una preghiera: ed hanno compreso!

Dylan Thomas ha amato molto Rio Marina. Non solo per il buon vino che egli beveva nei bar, quanto perché gli restituiva un’atmosfera più congeniale, familiare. Ecco perché a Firenze in fondo si annoiava. Gli interessava solo d’incontrare qualcuno con cui fosse possibile bere un bicchiere, stare in mezzo a gente autentica che non fosse necessariamente intellettuale, lontano dai formalismi e dalle frasi di circostanza. Aveva bisogno d’intimità e a Rio l’ha trovata. Coi suoi spazi e il suo mare, la sua natura e i suoi silenzi. Anche qui come a Swansea i bambini giocavano sulla spiaggia a chi tirava sassi più lontano magari oltre il pontile, anche qui qualche volta suonava la banda. Ma quel che più conta è che in questo paese di minatori egli ha trascorso momenti felici. E a noi piace ritrarlo così, lui che non sapeva nuotare, intento a leggere nell’acqua tra due scogli – fosse a Cala Seregola od Ortano poco importa – col mozzicone di sigaretta che gli pendeva dalle labbra e i gabbiani che gli svolazzavano sopra.

 Massimo Trombi

 “La Piaggia” Inverno ’99 pagg.30-31